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una storia di MaurizioDeGiovanni

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“Nero a colori” di Maurizio de Giovanni

una storia collaborativa di Maurizio de Giovanni, da scrivere insieme a voi

Biografia

Maurizio De Giovanni è uno degli scrittori più importanti in Italia e all’estero. Tra i suoi maggiori successi ci sono la serie del Commissario Ricciardi, quella dei Bastardi di Pizzofalcone e i racconti sullo sport. Maurizio De Giovanni, con nostro grande piacere, ha deciso di scrivere una storia inedita insieme agli autori della nostra community.

La storia collaborativa

L’incipit della storia inedita è attuale e stringente: una donna viene uccisa, non sappiamo altro. L’autore ha scelto di lasciare la massima libertà alla vostra fantasia, in modo che la storia possa seguire fili narrativi diversi. Per ogni step Maurizio De Giovanni sceglierà un contributo per far continuare la storia.

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Restò a guardarla. A lungo.

In realtà avrebbe dovuto andar via, e anche in fretta. Mettendo metri, chilometri tra sé e quel luogo immerso nella fredda luce di una mezza mattina di un giorno feriale, che entrava a fiotti dalla finestra della cucina.

Cercò di scuotersi, per togliere gli occhi da quello spettacolo affascinante. Dunque, dunque, pensò. Facciamo mente locale. Vediamo di concentrarci.

Per essere un casino, era un casino. Questo era certo.

Erano passati ormai diversi minuti, gettò un’occhiata sull’orologio attaccato al muro e il cuore ebbe un balzo. Incredibile. Quasi un’ora. Avrebbe detto che non erano passati più di una decina di minuti, forse quindici a voler essere ampi, e invece era quasi un’ora.

La considerazione non provocò particolari sensazioni. Si sentiva distante, come se potesse osservare tutto da lontano, come se si trovasse in quei sogni strani in cui tutto pare normale, anche le cose più assurde. Più assurdo di tutto era il sentirsi come se la cosa non riguardasse loro due, ma qualcun altro. Qualcuno che se ne stava lontano. Uno spettatore.

Forse dipendeva dall’assenza di rumore. Aguzzò l’orecchio. Non si sentiva niente. Si concentrò. La finestra dava su un cortile interno, e anche l’ingresso principale, dove probabilmente affacciavano le stanze di rappresentanza, il salone, lo studio, era su una strada non particolarmente trafficata perfino a quell’ora. Se si voleva arrivare lì, bisognava andarci apposta. Se si voleva.

Forse qualche rumore, a concentrarsi proprio bene, si sentiva. Un bambino piccolo che piangeva. Un ronzio vago, forse un aspirapolvere. Anche una musica, una radio probabilmente, ma più lontana. I rumori di un condominio piccolo, in una zona residenziale un po’ appartata, a mezza mattina di un giorno feriale.

Si alzò. Camminò per la casa, provando a sentire altri rumori. Si chiese pigramente per quale motivo i suoni fossero così importanti, in quel momento. Meglio sarebbe stato, e lo capiva, concentrarsi su altri dettagli. Tracce. Orme. Maniglie, spalliere di sedie. Quello sì, che era importante: cosa aveva toccato? Cosa aveva spostato?

Si guardò le mani. Guanti. Ah, già. I guanti. Era inverno, no? Quindi, i guanti.

Non che lo avesse deciso prima, ma una volta che c’erano, evviva i guanti.

Una moto passò in strada, proprio mentre era nel salone. Si fermò, come se quella moto potesse entrare in casa e passare vicino, come se il tizio seduto sulla sella potesse vedere chi c’era e chi non c’era nella stanza immersa nella penombra. Ma naturalmente nessuno poteva vedere attraverso le tende pesanti, le imposte socchiuse. Nessuno.

Tornò in cucina. Stavolta, sapendo in che direzione ascoltare, sentì più chiara la musica della radio. Il ronzio dell’aspirapolvere e il pianto del bambino invece erano cessati. Mezza mattina di un giorno feriale.

Lasciò scorrere gli occhi attorno. La mensola. Una piccola pila di piatti. Le posate, uno scolapasta. Il calendario del mese di novembre, un paio di giorni cerchiati in rosso. L’acquaio, pulito e scintillante di metallo. I fornelli vuoti, una pentola appoggiata su un disco di sughero.

Annusò. Un vago odore di cipolla, aglio. Dieta mediterranea, pensò. Sorrise brevemente. Addirittura.

L’altro odore, naturalmente, era quello del sangue. Che era dovunque. Mamma mia, pensò, quanto sangue. Troppo sangue.

La fissò di nuovo, e di nuovo i suoi occhi restarono incatenati a quello spettacolo. Occhi negli occhi. Occhi spalancati. Occhi vitrei. Occhi senza vita. Occhi pieni di niente. Occhi senza sogni.

Si riscosse, e finalmente, silenziosamente, uscì.

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