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una storia di athoszontini

Hanno contribuito

H. H. - This is not the truth

Progetto collaborativo per raccontare la storia dell'Hotel House.

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Prefazione

Questa è una storia a metà tra narrazione e denuncia sociale, dove la fantasia degli scrittori trova una dura realtà a cui fare riferimento e da cui trarre spunto.

È la storia dell’Hotel House, un residence nato negli anni Sessanta a Porto Recanati, come isola vacanziera a due passi dal mare, autosufficiente rispetto alla città, e che si è trasformato via via in un ghetto per migranti.

Doveva essere un enorme condominio con una bella vista sul mare e sulle colline cantate da Giacomo Leopardi. Una struttura innovativa e inclusiva, con campetti di minigolf e da tennis, negozi e parco giochi per i bambini e persino un laghetto artificiale, ma in realtà non è mai stata terminata.

Oggi, in quello che doveva essere un condominio di lusso, vivono circa 2000 persone, in condizioni di grande degrado e disagio sociale. Il progetto iniziale, infatti, si è trasformato in una vera e propria città-ghetto verticale.

Lo scrittore Athos Zontini, avendo visionato il lavoro della fotografa Yvonne De Rosa, ha proposto una storia collaborativa.

Lanciato l’incipit, Athos sarà parte attiva nell’indicare come continuare la storia, pezzo dopo pezzo. Mentre ai suoi e a vostri contributi si legheranno le foto realizzate sul posto da Yvonne De Rosa, immagini che serviranno a farvi calare meglio nel contesto della narrazione.

Foto che in alcuni casi saranno descrittive e che in altri potrebbero essere dei veri e propri indizi, semplici input narrativi a cui dar seguito.

L’obiettivo di questa iniziativa è portare alla luce questo caso di architettura razionalista, frutto di una filosofia architettonica che doveva avvicinare le persone, ma che in realtà ha recato danni enormi alle persone e al paesaggio.

Attenzione, si tratta pur sempre di una storia semivera che parte dalla realtà, ma con personaggi a cui dovete dar vita voi.

O meglio, la storia dell’Hotel House è vera ed è una realtà estremamente cruda, ma a noi interessa crearne una nuova che possa tentare un esperimento: raccontare il vero attraverso il verosimile.

Ognuno ha la libertà di raccontare personaggi diversi, che si muovono in un arco narrativo che va dall’inizio dei lavori dell’Hotel House fino a oggi, attraversando qualsiasi genere letterario.

Un racconto in cui gli abitanti di questo complesso sono tanti, ognuno con la propria vita, che ad un certo punto potrebbero intrecciarsi.

Ogni contributo deve essere introdotto da una breve sinossi (tre righe) in cui l’autore spiega il contenuto, e come si inserisce nel filo narrativo complessivo.

Accanto alla storia principale, ci saranno più meta narrazioni: con articoli dell’epoca e materiali di altro tipo forniti da Yvonne che andranno a integrare i vostri contributi.

Ecco le linee guida da consultare per contribuire alla storia sull’Hotel House.

Parte del materiale verrà inserito in una mostra curata dalla fotografa Yvonne De Rosa.

La storia è iniziata, ora tocca a voi continuarla.

Incipit

Gli occhi lo tradiscono spesso, perché non dovrebbero farlo le sue orecchie? La filodiffusione nei corridoi del grattacielo potrebbe aver smesso di funzionare da chissà quanto, quella musica forse la sente solo lui. Ormai cammina tra i fantasmi, non quelli degli uomini ma degli oggetti incompiuti, abbandonati al tempo che li consuma, senza nessuno che li utilizzi: anche il ferro, il calcestruzzo, la pietra, il vetro, hanno facoltà di morire e diventare spettri. Nei tre ettari di terra incolta che circonda l’edificio, si ritrova a fissare i campi da tennis mai costruiti, le dune verdi del minigolf, la piscina dove più di quattrocento famiglie avrebbero dovuto prendere il sole e fare il bagno d’estate. Con lo sguardo segue la staccionata del galoppatoio dove nessuna ragazza con gli stivali di pelle e i pantaloni attillati è mai andata a cavallo e dal parcheggio vuoto gli arrivano i riflessi delle macchine in fila – una Fiat 850, uno spider Alfa Romeo, una Lancia Fulvia – tutte nuove di zecca, con i paraurti cromati e le vernici sgargianti. Certe sere poi, intravede le giacche bianche dei camerieri che accolgono i residenti nel ristorante mai aperto e una piccola orchestra in abito scuro che avrebbe dovuto suonare per le coppie sulla pista da ballo. Perfino nell’atrio, tra la puzza di piscio e i muri scrostati, ha l’impressione di scorgere in lontananza qualche signora che entra nell’istituto di bellezza o nel supermercato che erano stati previsti al piano terra. Ma esce raramente, gli ascensori sono quasi tutti rotti e i pochi in funzione sono sempre troppo affollati, una volta fuori casa ci vogliono ore per rientrare. Vive confinato nel suo appartamento al quindicesimo piano e da quando la televisione ha smesso di funzionare passa sempre più tempo affacciato alla finestra: guarda la pineta che degrada verso il mare, il traffico che va e viene dalla città, tutte quella gente arrivata da mezzo mondo, facce, nomi, lingue che non conosce. Dal cortile si sentono urla, pianti, a volte degli spari, soprattutto la notte, ma ha imparato a non farci caso. Si consola pensando che a differenza del passato, il presente dovrà avere per forza una fine.

Sono anni che l’aspetta mentre si chiede: “Com’è cominciato tutto questo?”

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