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Una storia di Nikolay

Tifare Juventus a Napoli

Storia di un incubo senza fine

Storia sponsorizzata

Pubblicato il 15 aprile 2018 in Humor

Tags: incubo juventus napoli storia tifo

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"Signor Chiacchio?.. Signor Chiacchio?.. È qui il signor Chiacchio?".

Nella sala d'attesa dell’ASL si sentiva n'odore acre, 'na puzza di chiuso tremenda. Una serie di poster erano attaccati alla rinfusa sui muri; tutti contenenti nomi di specialisti, contatti di centri infermieristici importanti, oltre al solito annuncio: ”Giovane laureata impartisce lezioni private ad alunni di classi medie”.

Le sedie erano scomode, senza schienale, tant'è che eri costretto ad appoggiarti al muro per stare dritto, tutt'al più impolverate, e dalla finestrella che affacciava sul parcheggio privato della clinica si vedeva la zona industriale del paese poco distante, con tutti i gas nell'aria che si notavano nonostante la lontananza.

“Giovinò, quelli là dentro fanno il sapone con le ossa degli animali”, mi avrebbe poi spiegato ‘na vecchiarella tra i presenti.

Persino sul muretto marmoreo di fronte al distributore automatico di bevande, sui battiscopa, nel vaso largo della felce praticamente morta tenuta in un angolino abbandonato, si vedeva polvere, polvere in ogni dove.

"Sta polacca filippina che abbiamo chiamato 'sto mese non pulisce per niente bene. Dieci euro per due ore senza manco fattura, e dopo due giorni è 'na schifezza", fece la donna vestita da inserviente.

Doveva essere 'na sorta di segretaria, 'na cosa del genere. Ma non la segretaria che ti aspetti, il femminone di due metri ben vestito.

Presubilmente sui cinquant'anni, costei si presentava coi capelli raccolti e poco trucco. Supposi, a vederla, fosse stata messa lì dalla moglie del dottore stesso, per sopperire a problemi di fiducia matrimoniale e/o eventuali corna a carico.

Nel frattempo nessuno le aveva risposto.

"Signor Chiacchio?.. Ma insomma, è presente il signor Chiacchio?".

Fece un paio di metri e si affacciò verso il fondo del corridoio. Ed io ero là, seduto tutto scomposto, con una mano a tenermi la fronte stretta.

Erano giorni che ci pensavo.

Preso dall’indecisione, ne avevo parlato a casa direttamente con mammá perché mi trovavo in difficoltà. Mio padre, nel mentre, manco mi voleva salutare più. Diceva che poi era una vergogna per la famiglia, e che lui la mattina a lavoro non ci poteva andare più a testa alta, perché la gente lo guardava storto.

All'idea che potessi andare a fare quel tipo di richiesta, non disse proprio niente. Così alla fine feci 'sto colpo di telefono e prenotai la visita, senza impegno. Ma una volta arrivato il mio turno, non ero più sicuro della mia scelta. A momenti quasi mi veniva da lanciarmi di sotto, scappare il più lontano possibile.

“Scusate, ma siete voi il Signor Chiacchio? No perché il dottore sta perdendo la pazienza perciò, se magari…”, disse ancora la signora, accompagnando il gesto con la mano rivolta verso la destinazione a me destinata.

Pigliai coraggio.

Un sospiro lungo n’eternità. Mi alzai che tenevo le gambe tremolanti. Manco parlai, feci cenno di conferma con la testa.

La femmina sorrise (e fu un sorriso che in 20 anni, vi giuro, mai i miei occhi ne videro uno più falso) invitandomi ad entrare nella stanza dove il medico, che già aveva sostenuto chissà quante visite, mi aspettava da un pezzo.

Aprii la porta, salutando con un po’ di timore, e l'uomo mi fece accomodare.

Poi ci fu un momento di silenzio.

Mi guardai intorno: qualche macchinario qua e là, un enorme armadietto contenente centinaia di scatolette di medicinali, e la solita piantina nell'angoletto vuoto, messa solo per bellezza. Una stanza quasi totalmente bianca, con quest'uomo in camice sbottonato, una biro nel taschino ed uno smartphone tra le mani.

Non teneva n'espressione felice. Forse non fumava da un sacco, tipo un quarto d'ora.

Io non sapevo che dirgli, e dopo un paio di occhiate, le quali sicuramente non mi tranquillizzarono, iniziò a farmi domande:

“Allora, vediamo un po'. Chiacchio Nicola, età ventuno, nato a Napoli…”.

“Sono io, sono io!”, sorrisi, nella speranza di stemperare la tensione.

“Lo so che siete voi… siete l'ultimo oggi, poi chiudiamo e andiamo a pranzo”.

“Dottò quello che volete voi, però mo’ non mi arronzate, mi raccomando”.

“Faccio questo lavoro da prima che voi nasceste, non vi preoccupate. So quel che dico”.

“Va bene dottò. Il fatto è uno solo, vorrei pure aiutarvi ad affrettare i tempi, ma non è facile… io non so proprio come dirvelo”.

“Ma perché che è successo di così grave?”, domandò, per poi sfogliare meglio la documentazione che teneva davanti.

“Effettivamente manco le carte qua sono chiare in merito, e a vedervi mi sembrate a posto”.

“Eh… voi non potete immaginare il male che mi affligge!”.

“Addirittura? E illuminatemi, perché veramente non me ne rendo conto. A prima vista mi sembrate sano come un pesce”.

“Non siete il primo che me lo dice. Quello uno da fuori non ci fa caso, ma poi…”.

Fui capace di fargli perdere, nel giro di un paio di minuti, quel briciolo di pazienza che gli era rimasta.

Tant’è che immediatamente alzò la voce: “Ma poi cosa? Sentite signor Chiacchio, qua mica stiamo perdendo tempo, io leggo che avete fatto una richiesta di invalidità permanente. Ma il motivo lo posso sapere?”.

“Dottò io… La verità? Mi vergogno…”.

“Ma per favore… e quindi che avete intenzione di fare? Lo devo indovinare io?”.

Seguì un silenzio imbarazzante, che pareva ognuno sentisse rimbombare nell'orecchio i respiri dell'altro.

Fin quando lui riprese, magari per tenermi rilassato: “Io ne ho viste di tutti i colori nella mia carriera, cosa mi dovrebbe spaventare?”.

“Vi posso garantire che è ‘na cosa diversa dal solito, dottò. Voi promettetemi che fate il vostro lavoro e non mi giudicate, d'accordo?”.

“State mettendo in dubbio la mia professionalità?”.

“No, ci mancherebbe. Ecco vedete, diciamo che la mia è più ‘na malattia… di testa, in un certo senso”.

“Sì, ma spiegatevi chiaramente, che altrimenti qua facciamo notte!".

“Io pensavo fosse ‘na cosa passeggera, a volte a uno capita il momento di sbandamento, poi si ripiglia, e invece no…”.

“Ancora a girarci intorno? Signor Chiacchio parlate chiaramente, come se fossi un vostro fratello!”.

“Il bello è che pure in famiglia non ci possono pensare, dottò. Mo’ capite?”.

“No, non ancora”, sbuffò, battendo leggermente il pugno destro sulla scrivania.

“Il tifo, dottò, il tifo. Mi ha colpito, senza che me ne rendessi conto”.

“Il tifo? Ma che dite?”, rispose.

“Avete visto? E io lo sapevo…”.

“Ma vi state impressionando, ormai non esiste più. È una malattia superata, ma da decenni e decenni. Vi siete impressionato per niente, avete visto? Dicevo io...”, accompagnando il tutto con una fragorosa risata di scherno.

Il sottoscritto non si perse d’animo.

“Dottò qua c'è un malinteso: non è il tifo che intendete voi”, precisai.

“E quale sarebbe, scusate?”, chiese ancora.

“Il tifo inteso come quello che ti porta allo stadio ogni domenica, che ti fa fare l'abbonamento pure se sei disoccupato, e ti fa presentare il lunedì al bar degli amici senza voce...”.

“Ma voi mi state pigliando in giro?”, mi rispose, con una faccia assai irritata.

“Per niente dottò, sono serissimo. Il problema non è il tifo in sé, ma la squadra…”.

Si alzò in piedi, tirando uno schiaffone sulla cattedra con forza: “Sentite, io continuo a non capirci nulla di questa storia. Che centrano lo stadio, il bar, gli amici, con una richiesta di invalidità permanente? Qui ci vengono persone sulla sedia a rotelle, ma vi rendete conto di quello che state dicendo?”

“Juventino dottò, sono juventino!”, mi uscì con un urlo forte.

Seguì un altro lungo silenzio, ma ormai avevo trovato a poco a poco la forza di parlare.

“Io non lo so che mi è preso all'improvviso. Sarà stato il gol di Del Piero a giro contro la Steaua Bucarest, con il commento di Bruno Longhi. Sarà stato Buffon che è rimasto pure in Serie B quando poteva andare al Barcellona; sarà stato il primo scudetto di Conte quando la società puntava al quarto posto. Il gol di Ravanelli praticamente dalla bandierina nella finale dell'ultima Coppa Campioni che alzò Vialli da capitano. E poi Trezeguet che all'improvviso sbucava e la metteva dentro, Zalayeta al Camp Nou, il 5 maggio 2002...".

Ma dall'altra parte non trovavo corrispondenza, per niente.

"Quindi voi mi volete far credere che siete qua perché vi meritate di ricevere una pensione dallo Stato Italiano?", rispose lui, sorridendo sarcasticamente.

"Esattamente dottò. Esattamente", dissi convinto.

"Sentite, io tempo da perdere non ne tengo. Non ho da visitarvi nemmeno, quindi ci salutiamo qui", ed allungò la mano come per stringermela e chiudere la questione.

"Sono diventato una vergogna per la famiglia dottò. Mio padre non mi vuole parlare più. Un intero albero genealogico di tradizione partenopea, e bell’e buono esce un figlio non colorato? Mia mamma dice che è 'na settimana che la notte non piglia sonno. E appena la gente del palazzo ha saputo, nessuno mi saluta più. Quando passano, fanno finta di guardare a terra per non incrociare il mio sguardo".

Fece come per interrompermi, ma continuai: "Ma pure gli amici. Quando organizzano da qualcuno per vedersi la partita del Napoli insieme, non mi invitano più. Dicono che poi porto seccia. Una volta mi sono presentato a calcetto con la maglia di Dybala, e mi hanno cacciato, preferendo giocare con uno in meno. Io veramente non so più che fare, mi guardano storto tutti quelli che conosco, come se fossi un ladro. Dottò, la mia vita oggi è un inferno!"

E lui, imperterrito, continuava a non battere ciglio.

"Io mi merito questa pensione come tanti altri malati. Sono pazzo dottò, sono pazzo".

"Siete pazzo a fare una richiesta del genere, su questo vi posso dar ragione. Vi rendete conto di quello che dite?".

"Me lo sono ripetuto anch’io all’inizio, ma credetemi, non è così facile. Io cercavo di ignorare il giudizio della gente. Ma i napoletani mi tormentano. Mi hanno detto che se voglio vivere bene devo lasciare Napoli. E nemmeno, perché sarei rinnegato da qualsiasi altra parte. Che sono un uomo senza identità. Che ora non posso più mangiare la pizza a portafoglio mentre passeggio a Mergellina. Che non posso esultare allo stadio San Paolo in mezzo ai tifosi avversari, perché va a finire che non torno vivo a casa. Che in macchina non posso ascoltare Nero a Metà di Pino Daniele, perché non sono degno di certe cose. Vedermi un film di Troisi, 'na commedia di Edoardo la notte di Natale, o mangiarmi il casatiello a pranzo alla Vigilia".

Un lungo sfogo, tutto d'un fiato, e sfinito mi lasciai andare sulla sedia.

"Continuate, mo’ so' curioso di sapere...", mi sorprese.

Mi venne il dubbio di averlo quasi convinto.

Ripresi.

"Io non voglio rinunciare a queste cose. E la gente me lo fa notare di continuo: io sono malato, dottò, me lo sento. E c'ho provato pure prima di venire qua a ritornare normale. Di vedermi una partita e trattenermi dall'esultare dopo un gol di Higuain. Di non farmi venire la pelle d'oca dopo aver visto il gol del capitano contro il River Plate nella finale di Coppa Intercontinentale. Di non piangere quando ripenso all'addio dello stesso capitano dopo quasi tutta la vita in bianconero. La sua doppietta al Bernabeu, Nedved che si fa ammonire col Real Madrid e salta la finale di Manchester col Milan... Non so veramente che fare, non c'è soluzione. Allora mi so' rassegnato: vivrò come malato. Ma voglio essere trattato da tale. Perciò dovreste accogliere la mia domanda!".

"Nient'altro?".

"Tutto quello che tenevo da dire, ve l'ho detto".

Silenzio, per l'ennesima volta.

"Io vi avevo avvisato che sarebbe stata 'na cosa insolita...", aggiunsi.

"E come posso non darvi ragione? Per la prima volta mi trovo di fronte ad un caso del genere...inizio a pensare che voi siete solo il primo di una lunga serie".

"Ma sicuramente dottò, sapete quanti ne conosco che si trovano nella mia situazione? Vivono nell'ombra. Sono costretti a vedersi le partite con le tapparelle abbassate, e manco possono esultare assai che tengono paura di farsi scoprire...".

"Che brutta situazione", fece lui, con la mano destra a toccarsi la barba sotto il mento, come a volersi mostrare pensieroso su quanto aveva sentito.

"Ma questo solo dalle nostre parti?".

"In un certo senso sì, dottò. In realtà anche a Roma, Palermo, Bergamo, spesso capitano queste cose. Ma qua è diverso: la squadra è simbolo della città, perciò deve essere tifata ad ogni costo. E non c'è sciopero o manifestazione che possa valere quanto una vittoria al San Paolo. Dicono che se casomai si vincesse lo scudetto, dal giorno dopo tutto cambierebbe: niente più camorra, nessuno che lavora in nero, mai più un papà che va a pigliare il figlio fuori scuola con lo scooter senza il casco in testa. Persino i cuozzi, la musica neomelodica, tutto scomparirebbe. Questa squadra è l'unica fonte di vero riscatto sociale, a livello nazionale, anzi internazionale dottò. Ed io, ve lo posso giurare, ci ho provato pure, con tutto il cuore, ma proprio non mi viene di tifarla. Tenete presente quando vi dicono che 'na cosa fa bene e ve la dovete mangiare? Voi ci provate pure, ma se non vi piace? Se ogni volta che provate ad ingoiarla vi vengono i sensi di vomito, che fate? Mica ve la dovete mangiare per forza?".

"Non mi fate questi paragoni con il cibo che già tengo un languorino pazzesco. Però era diventato interessante ascoltarvi. Comunque sia, è il caso di andare. La vostra visita si conclude qui".

"Quindi posso stare tranquillo dottò, quand'è che mi arriva la pensione? Ci vorrà qualche mese per le pratiche, immagino".

"Ancora con questa pensione? Io non vi posso aiutare in nessun modo, e me ne dispiaccio assai, sono sincero".

Che amarezza a sentire quelle parole. Non mi volevo proprio arrendere.

"Ma come dotto’. Io pensavo che mi stavate venendo incontro".

"Il fatto è questo. Vi posso dar ragione sul piano, diciamo, umano. Ma la vostra malattia, come la definite voi, non è riconosciuta nell'ordine scientifico. Non esiste, non è mai esistita e non credo che cambierà qualcosa in futuro".

"E tutte queste persone che soffrono in che modo possono risolvere? Devono vivere tutta la vita così? Cornuti e mazziati?"

"Io vi ripeto, sono dispiaciuto. Anzi, mortificato. Ma non ci posso fare niente. Non mi compete".

Lo guardai negli occhi. Dall'espressione che aveva, quel dispiacere non era di circostanza, ma pareva vero.

Peccato che tutto questo poteva rappresentare solo la magra consolazione per un uomo che doveva rassegnarsi definitivamente al fatto di dover vivere per il resto dei suoi giorni da deviante, e senza manco avere un aiuto dalle istituzioni.

Piegai il mento in segno di insoddisfazione. Mi alzai senza far rumore, porgendo la mano al medico e non gli dandogli mai completamente le spalle.

Continuai a guardarlo con rammarico fin quando non raggiunsi la porta. Uscii e lui fece altrettanto poco dopo.

Nella sala d'attesa, nel frattempo, ancora girovagava la signora che mi aveva invitato ad accomodarmi in studio.

La donna manco vide uscire il medico che immediatamente gli fece un'accortenza: "Dottò, qua la signorina che viene a pulire non fatica per niente bene. Ho dovuto fare io n'altra passata perché per terra faceva schifo".

"E vuol dire che la cambieremo, che vi debbo dire. Mo’ però chiudete tutto, che così andiamo a mangiare pure noi".

Feci un ultimo cenno con la mano e lasciai il piano.

Per le scale, ripensando alle parole del medico, il quale aveva escluso qualsiasi possibilità di cambiamento anche in un futuro, mi pervase una forte delusione.

Strisciato per tutta la vita, e senza avere manco un soldo.

Malato mentale, con uno Stato che fa finta di non vedere.

La delusione divenne rabbia.

Una rabbia che fu sfogata appieno sulla porta di uscita della struttura.

Una porta che sbatté così forte, ma così forte… a tal punto da farmi saltare nel sonno.

'Na cosa odiosa, soprattutto quando capita cinque minuti prima che suoni la sveglia per fatti suoi.

Colazione pronta a tavola, e mammà di spalle, che senza nemmeno il buongiorno mi dice subito: "Mi raccomando guagliò, oggi fa freddo. Copriti bene".

"Mi metto la sciarpa, quella bianca e nera, che mantiene caldo", le rispondo.

"Secondo me invece non è cosa proprio".

"Uh Gesù, si può sapere?".

"Va a finire che per strada ti prendono per juventino, poi torni pure con un occhio nero a casa", mi sento dire sorridendo.

"Hai ragione mammà", mi limito a rispondere. Ed anch'io sorrido con lei.

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