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Una storia di Franco.frasca.bhae

Hanno contribuito

Lo scettro

Il padre dona al proprio figlio la cosa che gli è più cara ...

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Pubblicato il 22 gennaio 2015 in Storie d’amore

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Mio padre era vecchio e debole e ogni volta che lo andavo a trovare i suoi occhi

si inumidivano per la commozione. Si lamentava sempre per quelle mie visite

frettolose e discontinue. Ero distratto stupidamente dalla vita frenetica di ogni

giorno e non trovavo mai il tempo per stare accanto a lui ancora un poco di più.

Gli bastava solo guardarmi da vicino, sentire la mia voce, toccare la mia mano.

Io quando ero bambino facevo la stessa cosa con lui. Ammiravo ogni suo gesto,

mi piaceva vederlo guidare, giocare a carte, parlare con la gente, leggere il giornale,

farsi i capelli, la barba. Ero il piccolo della famiglia, con lui potevo fare

tutto quello che era vietato a tutti gli altri. Barattavo il silenzio sui movimenti

segreti delle mie sorelle con qualche gelato ma puntualmente al ritorno del più

forte vuotavo il sacco e causavo tremende punizioni e divieti di libere uscite

senza accompagnamenti. Ma ora il tempo volgeva alla fine , del suo antico

splendore gli era rimasto solo lo scettro e bisognava sicuramente affidarlo ad

uno dei suoi figli. Quella domenica di febbraio scelse me. Era stato il compagno

dei suoi giorni migliori, aveva visto albe e tramonti di una bellezza irripetibile,

l’aveva portato a tracolla per attraversare mari di frumento e cave di pietre e di

rovi, era il suo prezioso fucile da caccia che reclamava un nuovo padrone per tornare alla vita. Ero sorpreso e confuso, ero il prescelto, avevo il dovere di

essere degno di mio padre non come cacciatore ma soprattutto , come uomo!

Dopo venti anni che non c’è più, resta indelebile nel mio cuore il suo ricordo e

la tristezza infinita di avergli lesinato la mia presenza e il calore di una stretta

di mano.

DUE DONNE GIOVANI

Due Sorelle

Due donne giovani, due sorelle. Hanno gli stessi tratti, la stessa taglia, la stessa eleganza. Hanno vissuto insieme la loro infanzia, sono cresciute accanto, hanno condiviso giochi, regali , punizioni, pianti, litigi, risate fragorose. Intere giornate sulla spiaggia, gite scolastiche, feste di compleanni. Le loro stanze inviolabili con le iniziali appiccicate alla porta, le tazze per la colazione di colore diverso, i piccoli segreti affidati in codice a diari e quaderni. Che formazione era quella! Quando si andava in auto alla scoperta del mondo. Ognuna aveva il suo posto, lo aveva scelto sin dall’inizio e non si poteva più cambiare. La più grande dietro al guidatore, quella un poco più piccola dietro al sedile del passeggero. Due frangette che danzavano senza sosta , fino a crollare dal sonno, per il resto del viaggio, abbracciate l’una stretta all’altra. Poi da sole alla scoperta della vita, senza che nessuno le guardasse più dallo specchietto retrovisore per controllarne i movimenti . Hanno accumulato gioie, dolori, successi, delusioni, alcune volute altre non desiderate. Le prime simpatie, i grandi amori, le amicizie sincere e quelle false, i giorni prima dei diplomi e delle lauree. Ognuna per la sua strada , rischiando sempre di sbattere contro un muro d’invidia , di egoismo e di cattiveria . Oggi fra di loro continuano a cercarsi per un consiglio, uno sguardo, un saluto . Sempre e comunque si ritrovano per un bisogno, un aiuto . Come è stato bello vederle bambine , aver sentito pronunziare dalla loro bocca le prime sillabe , aver conservato la loro prima firma su un disegno colorato. Com’è bello vederle ora impegnate nel lavoro, nella professione, ascoltare i loro discorsi , scoprirle sempre più sicure e più determinate. Quando siamo ancora tutti insieme serro la mano a pugno, contro tutte le avversità, per non avere paura di niente. Come facevo una volta! Il pollice rappresenta la nostra casa e poi tutte quattro le dita attorno ad essa, io mia moglie e loro due. Non vorrei più neanche per un momento aprire quella mano, vorrei fermare il tempo. Le vedo andare via , due donne giovani, due sorelle … le nostre figlie!​

Non somiglio a mio padre, non voglio;

Tutta la mia adolescenza è stata una lotta contro l'ineluttabilità del tempo, contro il passaggio all'età adulta, l'età di mio padre.

Non somiglio a mio padre, sono una persona diversa;

Mi vesto in modo diverso, mi comporto in modo diverso, agisco in modo diverso, ho ancora i capelli, indosso cappelli.

Non somiglio a mio padre, non vivo per lavorare;

Io lavoro per vivere, frequento persone differenti tra loro, ho cura degli altri, ho cura di me.

Questo è quello che pensavo fino a qualche anno fa, ma adesso, mi guardo allo specchio e vedo lui in me, come se il tempo avesse vinto e non potessi evitare di essere mio padre, cambiato, in un altro tempo e dimensione, ma sempre mio padre

Viso, occhi, barba, sguardo, gesti, risata, tutto è suo;

Tutto il mio lavoro è sfumato, inutile: io sono lui lui è me

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