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Una storia di sugarkane

La notte

La sensazione migliore del mondo le scaldava il cuore, nonostante i -6 gradi

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Pubblicato il 29 maggio 2018 in Altro

Tags: donna macchina notte uomo

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Era una notte fredda d’inverno, il cielo era dipinto di un blu intenso e le stelle brillavano insieme alla luna. Una donna passeggiava su e giù lungo il ciglio della strada, con le braccia conserte e i pugni chiusi per non far congelare le mani, guardando la linea bianca che sancisce il limite della carreggiata. Provava un gran freddo, soprattutto alle gambe scoperte e in pasto all’aria gelida dell’inverno, ma anche una sensazione di malinconia: avrebbe voluto tornare alla vita di prima, quando non aveva bisogno di fingersi un’altra persona per mantenere la propria dignità. Ringraziava di lavorare di notte, quando fuori è buio e non si vede nulla (nemmeno i suoi bei lineamenti stanchi); il momento del giorno più adatto per riflettere, cogitare … Pensò, osservando un gatto passarle accanto e controllando che non passassero automobili, che stava lì, sotto la tettoia della fermata dell’autobus numero 71, ogni notte dalle 21 all’alba, da ormai tre anni. 36 mesi di esperienze diversissime: ricordava bene la sera in cui l’avevano trattata come una gran signora e quella in cui l’avevano trasformata in poco più di un oggetto. E ogni mattina, finito il suo turno di lavoro, rincasava e apriva la porta, si avvicinava al lettino della sua bambina ed alcune lacrime le rigavano silenziose il volto; si sentiva sollevata nel vederla dormire senza pensieri, senza preoccupazioni, nella sua innocenza e con suo sorriso d’infanzia. Ringraziava ogni giorno e ogni notte di avere uno scopo nella sua vita, un obbiettivo da raggiungere: far vivere la sua bambina come meglio poteva. E ci stava anche riuscendo, benché la soluzione trovata per arrivare alla sua meta fosse annullare la sua condizione non solo di donna, ma anche di persona, di essere umano.

Abbandonata sul ciglio della strada come quel gatto che le passò accanto nel buio della notte, dopo essere scesa dall’ennesima auto, si ricomponeva e pensava che anche quella volta sarebbe servita a far felice la sua piccola. La sensazione migliore del mondo che le scaldava il cuore, nonostante i -6 gradi.

Quella sera, però, la donna la ricordò come piuttosto particolare, perché diversa dalle altre. Stava aspettando da qualche ora, quando un’automobile grigia le si avvicinò e il conducente abbassò il finestrino dal lato del passeggero: un giovane uomo sulla trentina la guardava quasi spaventato, col cuore in gola che batteva a raffica. Aveva la faccia di chi non era mai passato da quella strada.

«Che vuoi, ragazzo?» disse la donna, sfoderando il tono (a detta sua) più seducente.

«Niente …» rispose lui deglutendo sonoramente.

«Ecco e allora vai, che non ho tempo da perdere.»

«Cosa ti ha portato a vendere il tuo corpo?»

La donna sgranò gli occhi, che diventarono lucidi agli istanti, e dentro sé sentì ribollire il sangue nelle vene.

«Ragazzo, te l’ho già detto: sparisci se non mi vuoi. Non sto qui per rispondere alla tue domande!»

«Scusa … Beh, Sali in macchina, che fuori fa freddo.»

«Io sto lavorando, non passo il tempo a divertirmi con i primi che passano.»

«Anche io sto lavorando: il mio compito è far sì che nessuno al mondo debba toccare il fondo né perdere la dignità di essere umano per sopravvivere. Potrà essere l’ultima cosa che io faccia, ma io ti farò salire in questa macchina senza svenderti.»

La portiera scattò e si aprì leggermente, ma la donna, con le braccia conserte e sempre più strette, non si mosse di un passo, mentre il suo cuore le imponeva di entrare nella vettura e il suo cervello le faceva restare in piedi accanto alla linea bianca un po’ scolorita della strada. I due si guardarono fissi negli occhi, l’una con aria di sfida e l’altro con una punta di rassegnazione: sapevano entrambi che la soluzione migliore sarebbe stata lasciare la postazione al freddo e fidarsi del giovane autista, eppure la donna decise coscientemente di non seguirla. Un po’ amareggiato, il ragazzo si sporse verso la portiera e la chiuse, riaccese il motore e partì.

Grazie comunque pensò lei, nascondendo un mezzo sorriso dietro alla smorfia per il freddo.

Qualche minuto dopo, nella perenne attesa che un’automobile ben disposta si fermasse proprio davanti a lei, il cellulare della donna cominciò a squillare rompendo, così, il silenzio del quella notte invernale. Sorpresa di aver ricevuto una telefonata a tale orario, aprì la borsetta ed accettò la chiamata.

«Pronto?» disse, senza guardare il numero.

«Buon Natale, mamma.» rispose una voce lieve e dolce, quella della sua bambina.

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