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Una storia di MirianaKuntz

Lontano da qui

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Pubblicato il 17 luglio 2018 in Viaggi

Tags: desideri persone viaggi

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Spero prima o poi di imbattermi in persone come me. Persone che non hanno paura di rischiare, che piuttosto che fare una cosa fatta male, non la fanno. Persone che tra la scelta di un viaggio organizzato e un’improvvisata entusiasmante, scelgano la seconda, senza nemmeno pensarci.

Spero di trovarmi davanti agli altri, e non sentirmi più un alieno, di non sentire quella profonda distanza sociale tra me e chi mi parla. Spero di avere il tempo di imparare meno parole e più strade in giro per il mondo.

Voglio degli amici veri che mi conoscano fin in fondo e non storcano il naso, che non abbiano paura, non si affannino per fare le cose che mi piace fare. Quelli che se non ti fai sentire per tre giorni ti chiamano e ti chiedono – come stai- Amici che non devono trovare del tempo per te, perché è fuori discussione, è la base della vita, trovare -del tempo- perché non è tempo che si trova, ma è tempo che si auto crea. Non si trova il tempo per mangiare, dormire e respirare. Non si trova il tempo per un amico. E’ naturale, è spontaneo.

Spero di avere accanto a me persone che in valigia hanno tre paia di mutande, due jeans e quattro magliette, le stesse scarpe al piede per tutta la durata del viaggio, gli spiccioli nella tasca sinistra per pagarsi la metro, alcuna paura verso la mia macchina fotografica, l’esigenza di mettere tanta voglia nello zaino e vedere cose belle, cose nuove. Di vedere – insieme- cose che non si erano mai viste, neppure in foto, perché ci si è persi lungo la traiettoria precisa della mappa della città, le strade che non trovi neppure sulle guide turistiche, nella voce della guida, sullo schermo delle mappe digitali.

Persi, come a volte si perde la testa. Persi davanti ad un mare, che ti sembra lo stesso per tutti i posti, ma è solo apparenza, perché l’acqua non è acqua uguale in tutto il mondo. Certi mari sono più azzurri, certi più blu notte, certi sono quasi trasparenti, e alcuni fanno più schiuma di altri. Alcuni sono sempre in burrasca, altri sono come addormentati, ma tutti sono lo scenario perfetto per ritrovare un po’ -di pace-

Io che probabilmente il mare l’ho visto meno volte di quanto l’abbia desiderato. Che a volte faccio bracciate ariose nello spazio asciutto di casa, e mi immagino nuotare, col sole tra i capelli, e gli occhi appannati, che immagino di imparare a trattenere il respiro, come faccio fuori dall’acqua, e sentirmi piena d’aria, piena di cose, piena.

E sentirmi persa senza avere paura, seguire le orme delle mie orme a ritroso, e poi mettermi ad urlare correndo. Trovare la conchiglia che sogno da mesi, per farci quella collana che voglio da mesi.

Essere lontana da tutto quello che conosco, arrivare a sentirne la mancanza.

Sentire, di nuovo, qualcosa, oltre il peso delle mie braccia.

Vedere i muri imbrattati di disegni, e farci una foto, coi murales indecifrabili, con le firme piccole e astratte. Le staccionate mezze rotte che affacciano sullo strapiombo. Mangiare cose il cui sapore non mi ricorda niente, arrivare dopo giorni, a trovare il biscotto che sa persino di casa. Uscire alle venti a guardare il cielo stellato, che è in astinenza di stelle e alieni, e se ne sta lì vuoto, ma è ancora bello e attrattivo.

Guardare le coppie passeggiare mano nella mano, coi loro cappelli di paglia, con le scarpe da turista, e i pantaloni chiari. Sfiorare ogni tramonto con la punta della dita, sentirmi baciare anche se non sto baciando nessuno. Bere fino a sentirmi male, parlare di cento cose in una, di quando ero piccola e spaventata, di come amavo crescere veloce, di come ho avuto troppa paura, di come fosse brutto sentire le grida, di quanto male è rimbalzato accanto al bene, di come le cose si siano mescolate fino a confondersi. Passare dal bello al brutto in dieci secondi di accordi. Cantare senza vergogna, perché un po’ sono brava.

Sentire gli occhi che ridono e si sfregano. La bocca parlare senza paura di sbagliare concetti. Guardare il chitarrista per strada, mandare messaggi a mia madre, e dirle – quanto è bello qui- Sentirmi dire che attraverso di me – è in viaggio anche lei- e sentirmi un po’ felice e un po’ triste per le cose che lei non ha visto.

Avere il balcone più piccolo del mondo, e sedermi con – il mio amico viaggiatore- con le spalle al muro, a chiacchierare fino al mattino, senza sentire il sonno e la fatica, neppure la fame. Parlare fino a sentire la bocca prosciugarsi, e poi starsene zitti, perché certi pensieri fanno un po’ male.

Non sentire più l’odio, l’angoscia, la delusione divorarmi la testa, prendere possesso di me.

Svuotare tutto il male, dentro il mare.

Pareggiare i conti con me stessa e gli altri.

Camminare piano dentro un museo, sentire la freschezza dell’aria -elettrica- asciugarmi i sudori. Accarezzare con gli occhi Van Gogh.

Imparare a dormire in tenda, anche se ho paura del buio e degli insetti.

Chiedere indicazioni in un’altra lingua anche se non sono brava.

Salire su un aereo e non aver paura che qualcuno tirerà fuori un fucile.

Ballare ad un concerto tutta la notte, col telefono spento, e i vestiti leggeri.


Avere con me persone -giuste- che non vedano in me un prodotto – non finito- senza garanzie. Avere la voglia di raccontare i miei guai, di parlare ad alta voce senza ripercussioni. Scrivere un po’ meno, e -raccontarmi- di più ad un essere umano.

Addormentarmi in auto mentre qualcuno guida con me e per me, senza considerarmi un peso. Per arrivare lontano, con la musica alta, e il vento tra i capelli. Con l’abbronzatura spartana, le scarpe scolorite, il rossetto messo alla buona. Veloci fino alla meta, con le ruote che strisciano, e la benzina da fare. Coi sandwich portati da casa, col prosciutto stantio accanto al formaggio più buono del mondo.

Con lo zaino comprato in saldo, il respiro più veloce.

Con la compagnia più bella del mondo, con la musica più caotica del mondo.

Senza paura, senza limiti.

Partire, lontano…lontano.

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