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Una storia di Erica

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Quello che è mio e quello che è tuo

Fine improbabile di un'improbabile storia d'amore

Pubblicato il 19 settembre 2017

Alla fine si risolve tutto in una mera questione di ciò che è mio e ciò che è tuo. "Quello che è mio rimane dentro casa, quello che è tuo va fuori, sul pianerottolo e subito dopo nella tua auto, o in mezzo alla strada, dove preferisci, insomma, fa un po' te, basta che sparisca entro stasera". Lo dico in tono neutro, senza patemi. Vorrei che nemmeno tu ne avessi, di patemi, invece ti guardo mentre sposti il peso del corpo da una gamba all'altra, sbuffando, e mi sembra quasi di poterti vedere dentro la testa, dentro il cervello, tra i pensieri: ce n'è uno, più evidente degli altri, che si raggruma e diventa sempre più chiaro e concreto, eccolo lì che si fa strada e spunta dalle labbra, diventa voce: "Stronza!"

Ce ne hai messo di tempo, eh, per rivolgerti a me con un insulto, seppure blando come quello che hai utilizzato; è che tu proprio non ce la fai a trattare male le persone, ti viene naturale e ti sembra logico essere buono con tutti, sei uno da buongiorno e sorrisi, da "come sta, signora, la trovo bene" alla vicina di casa ultraottantenne, uno che fa passare avanti la madre single con bambini alla cassa del supermercato perché "poverina, avrà tanto da fare". Lo sai, lo hai sempre saputo che detestavo quei tuoi comportamenti, eppure non te ne è mai fregato nulla. Continuavi dritto per la tua strada, buono come il pane, allegro da fare schifo, soprattutto per una misantropa come la sottoscritta. Insopportabile. Sei uno di quei maschi che aprono ancora la portiera dell'auto quando la fidanzata/madre/nonna/sorella si appresta a entrare. Ogni volta che lo facevi con me ti ricordavo che "le mani ce le ho anch'io", e tu non replicavi, mai. Sorridevi. Certe volte mi sarei presa a testate in faccia da sola, ma forse misantropa non è nemmeno la parola giusta: snob, antipatica, la so più lunga degli altri e te l'ho sempre dimostrato, ho sempre avuto l'ultima parola in ogni nostra discussione. Lo so, era facile con te, Paolo, ma l'ultima parola me la guadagnavo anche quando discutevo con un estreneo scortese al bar, con il capo sul lavoro, con i colleghi. Come sei ingenuo, Paolo, ti guardo e so che non dirai più niente, la bontà ha preso di nuovo il sopravvento, ha paralizzato le tue cellule annullando ogni autodifesa. Allora continuo, infierisco, ma non è neppure cattiveria la mia, è solo che stasera vorrei mangiare una pizza con le amiche qui a casa, prima sparisci con la tua roba, prima metto tutto in ordine. Vado nel ripostiglio a prendere gli scatoloni che mi sono procurata, sono una persona pragmatica, lo sai, ho organizzato tutte le nostre gite fuori città, dei fine settimana fantastici, lo dicevi anche tu, Paolo, ma poi ogni volta facevi storie per gli hotel: troppo cari, troppo eleganti, troppo... troppo. Una volta hai messo in discussione la mia meta preferita, sei perfino arrivato a sostenere che avremmo potuto fare qualcosa di diverso, quell'anno, andarcene in campeggio, magari, mi hai detto "prendiamo un bungalow se non vuoi la tenda". No, Paolo, io non sono per due cuori e una capanna. La nostra storia funzionava perchè io ero quella forte, quella che prendeva le decisioni, e tu annuivi timidamente, "si, amore, come vuoi, amore".

"In questo ci metti i libri, quello invece è per i dischi, a occhio e croce dovrebbe starci tutto; i vestiti rimasti puoi metterli in valigia, il tuo trolley nero è ancora qui. Ho già sistemato le tazze da colazione, le ho incartate per bene così non si romperanno durante il viaggio in auto. Sono in quella scatola piccola sul bancone della cucina", dico, tu fai un cenno con la testa e cominci a prendere un volume dalla libreria, un altro e un altro ancora, e poi prendi l'edizione cartonata di Una vita di Italo Svevo. Te la strappo di mano con la stessa foga di una scimmia impazzita, quel libro è mio, resta qui, non varcherà la soglia di casa. "Manco ti piace Italo Svevo", mi dici, alzando le spalle, io continuo a urlare che non mi importa, devi lasciarmelo, l'ho comprato io, è mio, non è tuo, in fondo ti ho restituito tutti i regali che mi hai fatto. "Che ti importa se lo prendo, è uno dei miei preferiti!", replichi, con poca foga, ma comunque un tentativo lo fai, te ne do atto. Poi mi guardi, guardi il mio dito indice che punta lo scaffale della libreria in noce, ti arrendi e fai la faccia da cane bastonato mentre rimetti il volume al suo posto legittimo. Dentro la mia libreria, nel mio soggiorno, nella mia casa.

Ci vuole un'altra ora per sistemare tutto, e nel frattempo mi tocca discutere perché vuoi lasciarmi due dischi tuoi perché tu non li hai mai ascoltati. No, quello che è tuo va fuori da questa casa. Quando torni su dopo aver portato l'ultimo scatolone in auto, hai un'espressione che mi ricorda quando uscivamo insieme le prime volte, quando mi invitavi a cena e passavi a prendermi sotto casa. Non ti ho mai fatto aspettare fermo in doppia fila, non sono mai arrivata in ritardo, puntuale come un orologio svizzero, affidabile come un'auto tedesca, insomma vedi tu, lo sai com'ero, come sono, organizzata fino al midollo, ho sempre tutto sotto controllo, sul lavoro e nella vita privata. Ho organizzato alla perfezione anche la nostra separazione, sarai d'accordo con me, quando una storia tra due persone finisce bisogna solo che ognuno si riprenda ciò che gli appartiene. Ciò che è mio e ciò che è tuo, prima in una casa insieme, adesso di nuovo in due case separate. Devi solo dirmi "ciao, buona vita", e andare per la tua strada. Sta andando tutto bene, sei sulla soglia di casa e non mi guardi più con l'aria da cane bastonato. Mentre aspettavo che arrivassi, confesso di essermi lasciata prendere dall'ansia. Sei un tipo dolce, Paolo, saresti potuto venire qui a prendere le tue cose e sbocciare con un "voglio fare l'amore con te per l'ultima volta". Sarebbe stato perfettamente in linea con il tuo carattere, con la tua emotività, eppure mi conosci, non avrei reagito bene. Quindi ti sono grata, Paolo, per aver fatto le cose a modo mio. Non solo oggi, ma per tutto il tempo che siamo stati insieme. Però sei troppo buono, te lo ripeto, non avrebbe funzionato alla lunga tra noi, mi sarei invaghita di qualcuno meno paziente di te. Meglio lasciarsi ora.

Sta andando tutto bene. Mi dici "Allora ciao", io rispondo allo stesso modo, siamo fermi sul pianerottolo, io davanti alla porta di casa, con i piedi sullo zerbino, tu di fronte a me, alla tua destra c'è l'ascensore, e forse stai pensando a quando ci siamo baciati per la prima volta: è successo proprio qui, solo che era notte fonda, e alle mie spalle la porta era chiusa. Mi hai baciata contro quella porta per non so quanto tempo, poi siamo entrati in casa e io mi sono tolta le scarpe, avevo dei tacchi pazzeschi, delle decolleté pagate un occhio della testa. Tu mi hai presa in braccio, ma non sapevi dove fosse la camera da letto: è stato bello, oserei dire anche romantico. E appartiene al passato, ormai.

Sta andanto tutto bene: ti sei ripreso ciò che è tuo e adesso te lo porti via, non hai sprecato parole che tanto sarebbero state inutili. Sei stato bravo, complimenti, talmente bravo che quasi mi sembra di esserci rimasta male, forse un tuo tentativo di approccio mi avrebbe fatto piacere, dopo tutto, ma tu sei fermo lì e dalla tua faccia non traspare minimamente questa volontà. Però hai un'espressione strana, non l'ho mai vista prima, così ti fisso con la testa all'insù cercando di decifrarla, ma non me ne lasci il tempo. Sei agile, e veloce, e mentre io non capisco cosa stia succedendo, tu ti chini verso di me e con forza bruta mi strappi lo zerbino da sotto i piedi, mandandomi a gambe all'aria. Sbatto a terra come un sacco di patate, poi resto immobile, mentre un dolore lancinante mi paralizza il gomito destro e il braccio, fino alla punta delle dita, sollevo appena il capo per guardarti mentre vai via, sorridente, sventolando lo zerbino e gridando "Anche questo era mio, brutta stronza".

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