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Una storia di MarthaBartalini

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Se la risposta ai problemi è la fuga

Recensione a: Anime scalze di Fabio Geda

Pubblicato il 22 novembre 2017

Corrono veloci le pagine dell’ultimo romanzo di Fabio Geda. Come Ercole per le strade di Torino. I piedi sui pedali di una vecchia bicicletta, la città alle spalle e una meta davanti a sé, più incerta di tutto ciò che ha appena lasciato. Ma lui non si ferma. Continua a scappare...

Non so se c’è un’età in cui, più che in altre, la risposta ai problemi è la fuga. Io, per conto mio, posso dirvi che mai, come quella notte, ho giocato con quella soglia pericolosa che separa la confusione dalla disperazione. Sono corso via...

Questo slancio spontaneo e scoordinato, segna l’iter di una storia che si sviluppa a ritroso. L’inizio, infatti, corrisponde a uno degli atti finali della vicenda e per capire come si è arrivati fin lì, il protagonista torna sui suoi passi raccontandosi in prima persona. Scopriamo una famiglia costruita su un terreno fragilissimo, con un padre che beve e vive di espedienti, una madre che è andata via di casa senza farsi più sentire, una sorella - Asia - che ha fatto tutto il possibile per assicurare a suo fratello un minimo di protezione e di normalità. E guai a chiedere aiuto o farsi trovare dai servizi sociali! Il piccolo Ercole cresce nella convinzione che i muri siano pieni di mostri: li sente strisciare, bisbigliare. Inizia a disegnarli e, un giorno, stucca tutte le pareti e i soffitti per evitare che escano dalle crepe. E così fa con la sua vita.

Ma quando le contraddizioni dell'adolescenza irrompono insieme al primo amore, emerge uno sconosciuto senso di inadeguatezza e i fragili equilibri vacillano. Di fronte allo squarcio aperto da nuove verità, Ercole non regge e scappa via. Quattro cartoline gli indicano la direzione per Erta e lì va a cercare sua madre.

Avrei voluto urlarle addosso, darle della stronza, magari, dell’incapace, della vigliacca. Farle scontare la pena - farmi riconquistare. Ma niente, non ci sono riuscito. Nei suoi confronti, dal primo momento, avevo sentito solo un senso di tenerezza. Forse perché sono fatto così. Forse perché era così che le cose dovevano andare.

L’estate passa tra “giorni lunghissimi e immobili [...] e giorni veloci, come lepri che fuggono verso le tane, per non farsi catturare”. Insieme a sua madre e a Luca, il fratellino appena conosciuto.

Osservandolo brandire la torcia come una spada laser ho pensato che era bello, oltre a una sorella, avere anche un fratello maschio. Ed era bello essere un fratello maggiore, oltre che uno minore. Nell’essere un fratello maggiore c’èra una responsabilità nuova; era elettrizzante. Luca faceva un sacco di domande cui non sapevo rispondere, e mi è venuto da pensare che siamo tutti adulti rispetto a qualcun altro e che esserlo non significa sapere tutto; ma quando faceva una domanda cui non sapevo rispondere, da qualche parte, in un posto profondissimo di me, mi sentivo in difetto.

Luca diventa specchio della fragilità di Ercole e quest’ultimo si scopre disposto a tutto pur di salvare il fratello nel momento del pericolo. Ricomincia la fuga. Si torna al punto di partenza della storia. Il cerchio della narrazione si chiude e si stringe attorno allo smarrimento di chi non ha punti fermi. A spezzare quel cerchio ci pensano le circostanze che portano dritte dritte al confronto serrato coi mostri racchiusi nelle privatissime stanze della famiglia Santià. Perché solo così è possibile ristabilire un nuovo equilibrio.

Ancora una volta, Geda riesce a mettere a fuoco la profonda sfocatura dell’infanzia con una vicenda di fuga e ritorno alle proprie origini espressa nella voce fresca e sincera di un ragazzo di quindici anni. Una voce che è uno sguardo incorrotto nei confronti del mondo e, più in generale, della stessa vita:

...negli occhi la partenza, che quella la si conosce sempre, e nel respiro una quieta fiducia, come quella di certe anime scalze mentre risalgono i fiumi in cerca della sorgente.

Per chi scrive, il messaggio di questo libro non finisce qui e continua nelle note al testo, dove l’autore ci lascia uno spunto di riflessione sul tema per il quale gli utenti di Intertwine lo hanno interpellato: l’ispirazione. A seminare nella testa di Geda “questa storia, o più che altro la sua melodia”, sono state le prime righe della biografia di Mike Brodie in apertura del suo libro fotografico A period of Juvenile Prosperity (Twin Palm Publishers 2013). Da un libro a un altro libro, seguendo le tracce di ciò resta nella mente e inizia a lavorare, lavorare, lavorare prima di trasformarsi in scrittura...

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