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Una storia di Silvia

Gli ipocriti e i sinceri

Io mi sentivo migliore. Ero migliore di tutta quella gente.

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Pubblicato il 19 febbraio 2018 in Altro

Tags: ipocrisia roma senzatetto sincerit viaggi

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L’uomo è un essere egoista.

Quante volte rimasi sbalordita di fronte al mancato senso di solidarietà degli uomini: persone che di fronte alla sofferenza di altri storcevano il naso, aggredivano ed ignoravano mi han sempre dato il volta stomaco.

Come si poteva ignorare l’immensa sofferenza che altre persone si portavano appresso? Come si poteva vedere tanti telegiornali e non dedicare neanche un pensiero di pena, per quanto terribile sia, di fronte alla banalizzata ‘fame del mondo’, all’immigrazione, alle guerre?

Ipocriti, tutti. Portavano con loro il vanto di ideali di uguaglianza, di fede, di rispetto per poi però crogiolarsi nella facilità dell’ignoranza.

Nel momento in cui, forse, la fratellanza sarebbe dovuta emergere io tra la gente vedevo solo rabbia! “Usurpano la nostra terra!” gridavano alcuni, “stuprano le nostre figlie”, altri; i manifesti verdi portavano scritte che rasentavano il razzismo; “fuori le ruspe” divenne il nuovo slogan di un intero partito.

‘Bisogna difendere la nostra terra’… difendere cosa? Mi sentivo ostile a tutto questo caos portato avanti da persone senza sentimento per nessuno fuorché loro stessi.

Io mi sentivo migliore. Ero migliore di tutta quella gente.

Eppure durante un viaggio in una grande città, nella grande capitale dell’impero romano, mi resi conto che più che parole io non avevo nulla da offrire a quelle persone in difficoltà.

Mi sentii immediatamente una dei tanti: una di quegli infervorati senza sentimenti che avevano sempre meritato i miei peggior pensieri.

Camminavo tra la gente cercando di scorgere monumenti, il naso all’insù e la bocca aperta.

Cercavo sul finire delle vie il Colosseo anche se dietro di me avevo il Panteon, cercavo di capire se quel palazzo sulla mia sinistra fosse un edificio famoso, degno di nota, o se fosse solo il più bel palazzo mai visto.

Mi perdevo dal reale: intorno a me troppa gente, troppe razze, troppi piccioni per poter cogliere qualcosa in dettaglio.

Poi li vidi: li vidi quando vennero da me con le mani congiunte e con i cartelloni appesi al collo; li vidi quando sui marciapiedi, schiacciata dalla folla, rischiavo di calpestarli; li vidi quando nessun altro li vedeva.

Erano persone, certo! Eppure quando quell’uomo mi si avvicinò io ebbi quasi paura: era sporco, con vestiti logori e i capelli ormai brizzolati; in un stampato chiaro aveva scritto sul suo foglio “ho perso il lavoro, ho due figli. Aiutatemi, che Dio vi benedica”.

Non gli diedi niente, neanche l’euro che avevo in tasca e che ben presto avrei buttato nella fontana di quella bella piazza appena più in là; non gli diedi una sigaretta, non gli diedi nulla se non scuse e bugie. Dissi “non ho niente, mi dispiace”, “dico davvero, non ho nulla”.

La sera non riuscii a dormire. Come, io, che tanto parlavo di altruismo, alla prima occasione per esserla, scappavo?

Pensai a quell’uomo e a tutti gli altri che avevo ignorato e mi resi conto che li vedevo a mala pena, era come se fossero parte integrante del paesaggio. E anche quando li vedevo non riuscivo a farmi partecipe della loro situazione! Da loro mi sentivo quasi ingannata: mi apparvero come ladri, per quanto schifo faccia questo mio pensare.

Eppure stavano male.

E io stavo bene.

Nei giorni a venire, forse per i sensi di colpa, diedi qualcosa a chiunque me lo chiese, seppur monetine, spiccioli… sì, forse solo per mettermi in pace con la coscienza.

Tornata da Roma vedevo e giustificavo di più le persone che mi circondavano, quelle che pronunciavano le frasi che vi ho detto prima, quelle persone aride, dai sentimenti brutti, quelle persone di cui ormai facevo parte anch’io.

Avevo capito in quel viaggio che ignorare era più facile che vedere, che ignorando semplicemente ci si sentiva estranei dal dolore altrui, dalle altrui sofferenze. Occorreva invece uno sforzo immenso per notare, per capire, per immedesimarsi.

E allora in quei giorni me la presi con Dio che rendeva tutto così difficile, me la presi con la Chiesa che predicava fratellanza e nascondeva sotto la sua cappa persone che neanche sapevano cosa fosse; mi arrabbiai con quella fede che non praticavo, con quel Dio in cui non credevo e cercai risposte che non trovavo e che tutto quel rancore verso chiunque non riusciva a darmi.

Alla fine giunsi alla conclusione che ognuno di noi arranca in un mondo pieno di problemi e pensa a sé stesso prima di tutto.

‘La mia sopravvivenza vale di più della tua’ è il motto di questo nostro folle mondo e io non sono diversa, non sono migliore, non mi distanzio da tutti quelli che la pensano in questo modo.

Anch’io punto a sopravvivere! Voglio sopravvivere anche se questo non significa esser felici, anche se i mali sono più delle gioie, anche se avrò caldo, anche se avrò fame, anche se, alle volte, sarò triste. Tutto questo non importa, io voglio sopravvivere! E lo voglio fare a discapito delle persone che soffrono: aprendo conti in banca e mettendo i soldi da parte; lo voglio fare a discapito della natura che l’uomo sta divorando: tagliando legna, costruendo case, inquinando i mari. Voglio sopravvivere a discapito di altri esseri viventi, quali gli animali: mangiando carni e pesci e carni…

Questo è il mio fine primo, come è il fine primo di tutti quanti noi.

E dunque, quelle persone che ignorano, che odiano, che pensano a loro stesse prima di tutto non son forse le più sincere? Non son forse stata io ipocrita?

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