scrivi

Una storia di StefaniaCastella

1

Della vita

per le scelte che non fai

Pubblicato il 19 novembre 2016

“Penserai a loro, quando…insomma se io non ci dovessi essere più?”

Lui guardò con la faccia di uno che vorrebbe chiedere e col sorriso malinconico di un fratello più piccolo che vorrebbe essere il più grande, quello che aiuta, quello che salva, quello che risolve. E sa di non potere.

“Non siamo tutti adatti a far cose”

“A cosa esattamente non saresti adatta?”

“Credo, a vivere fondamentalmente”.

Martina dovrei essere giovane, forse bella almeno come la metà della mamme con due figli riescono a trovare il tempo di essere belle, con un velo di fondotinta a levigare le stanchezze. Un marito volato via verso altri lidi. Il peso della vita sulle spalle, una famiglia troppo bella troppo, per potersi lamentare. Della solitudine senza colpe, dei vuoti mai colmati. La depressione bagaglio a mano, quello che ti porti dietro, che non lasci perché poi a un certo punto a quarant’anni resta l’unica certezza che hai. Che non cambierai mai. Un bagaglio pesante, ingombrante. Marco va via e lascia vuoti di responsabilità mai prese. Troppo giovani, un matrimonio dentro il quale affogare la solitudine, un senso che non avrebbe avuto senso e un “ci abbiamo provato” due figli dopo “abbiamo capito” che era “tutto inutile” tornerai a inseguire i tuoi pazienti reparto su reparto, tornerò a correggere gli errori degli altri in un ufficio che la polvere tiene in piedi. A scrivere storie, e bozze correggere bozze, bozze come bozzoli di cose che mancano e che saranno perfette dopo. Farfalle dalla vita istantanea. Pochi soldi per tirare avanti e la faccia tosta di chi dice “Da te non voglio niente” e non è vero. Da te volevo altro, un bacio da film, un abbraccio da togliere il fiato, ma non te l’ho chiesto mai e così nel silenzio è scivolato via anche l’ultimo briciolo di inutile amore. Che peccato.

“Ma’ vieni a prendermi tu e papà a scuola”

E Miriam che tenta e che continua a tenere legati due corpi dispersi senza più sorrisi, da treenne che ha bisogno di essere circondata da due, quei due dovevamo essere noi. Non lo siamo, non lo siamo stati mai. Un uomo immaturo di quelli che si sentono mancare l’aria a dire -insieme per sempre- e che costretti dagli eventi non sanno scegliere e scelgono. Male. Una donna che ha sbagliato, che ha perso l’occasione di cercare di dimostrare a se stessa di esser una brava persona. La mia vocazione a fare la madre si è spenta nell’ultima ora di sonno perduta. E una stanchezza a sopraffare. Stanca per pensare, stanca per andare. A diciannove anni e poi a trenta, ad ogni tentativo fallito di togliersi la vita come un cappio ritornava ancora più forte l’oppressione. E la famiglia si svegliava e si stringeva come un animale randagio che sente un odore al quale legarsi. “Resto con te, sei mia figlia non ti lascio adesso che…”.

“No, non c’è bisogno mamma sto bene”.

Tornare a casa ogni volta da un ennesimo soccorso che teneva in piedi il corpo e non la mente. La vita, il lavoro, il lavoro che toglie la vita. All’ombra di parole di carta, non poteva esserci vita.

“Resterò con te finché non starai meglio”. A una madre non può sfuggire il vuoto e il vuoto era riflesso negli occhi degli altri, riflesso di esistere che non c’era più.

“Stalle vicino sei suo fratello, se riesci, stalle vicino”. Così Daniele restava a guardare vecchi film, a ridere cercando cose per passare un altro giorno. Il pranzo insieme, un passaggio dall’ufficio a casa. E piccole rincorse sulle scale che guardano il mare per aiutare quella sorella a respirare.

“Ho scritto un altro romanzo sai?”

“Ah sì? E di che parla?”

“Di noi, della vita, di come a volte ci incolliamo senza sapere che è altro quello che cerchiamo. Sai che a volte penso alle vocazioni, forse ho sbagliato a credere davvero di poter scrivere o di poter essere una buona madre o una buona moglie”.

“Credo che tu, tu sia come tanti, come noi, hai passato la vita a pensare di essere diversa dagli altri invece di pensare a vivere e basta. E basta. Se lui ha preferito andarsene, la colpa non è certo stata tua”

“Forse sì, se io fossi stata un po’ diversa, forse adesso lui sarebbe qui”

“E cosa te ne faresti di un uomo che non ti …che non ami. Perché tu infondo non ami che…”

Il suo viso si incupì, aranciato alla luce di un tramonto a fuoco.

“Ti amo tanto, lo sai, e anche mamma ti ama. I tuoi figli che te lo dico a fare. Ma la verità è che il tuo vivere pesante, non è stato altro che un atto di egoismo. Tu forse, tu che dici che ami il tuo romanzo, il tuo lavoro. Hai amato anche il resto della vita che ti ruota attorno?”

Restai con gli occhi verso il sole in attesa di lacrime a bruciare gli occhi. Eravamo due dispersi sulle vecchie scale di una vita che sembrava quella di chi ha passato più della metà di quella vita, e invece Daniele non ne aveva ancora trenta, io qualcosa di più. Ma invecchiare può voler dire tante cose che prescindono da candeline e compleanni. “Tua figlia ti cerca e tu guardi altrove. Chiediti dove, chiediti dove stai andando. E forse, sì, forse curati. Se la tua è una malattia non passerà di certo come un raffreddore, forse avrà bisogno di una cura”. Daniele era più grande improvvisamente più grande, anche di me.

“Se non dovessi farcela io, ti prego li terresti tu?”

Si voltò oltrepassandomi e spostando gli occhi nei miei occhi, sorrise stanco.

“Non potrei e sai perché? Perché sarei egoista a dire sì, e tu di più. Perché vorrei dei figli miei e tenermeli stretti e non lasciarli mai, e non barattarli per una scelta tra vivere e morire. Se ti ammazzi loro restano soli, e anche insieme a noi, insieme a nostra madre, loro non avranno te. Resteranno soli per tutta la vita soli. La colpa sarà tua, di te che hai scelto, di non restare insieme a loro”

Era passato il sole dietro la montagna scura infondo. E alzandoci e tenendoci al muretto cominciai a pensare che era vero, che non avrei smesso di pensare a quel lavoro che riempiva il tempo, ma che avrei cercato tempo e smesso di tentare di finire quello che per tutti prima o poi finisce. Quel tempo immobile aveva bisogno di tempo e la mia anima dispersa aveva bisogno di smettere. Smettere di non vivere e nell’abbraccio di un fratello ritrovare quella forza per curare le ferite che alla gente non si possono mostrare e che fanno male tanto quanto quelle che si ha fuori.

Inizia a far sentire la tua voce attraverso le tue storie. Iscriviti, è gratis.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×

Ops, c'è stato un errore. Riprova più tardi.

×

Sicuro che sia questa l'email?

×

Email non valida

×