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Una storia di GiorgioBarison

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Un viaggio atteso

viaggiando dall'altra parte del mondo

Pubblicato il 08 gennaio 2017

Mio zio Mario s’era stabilito a Hobart, sulla costa meridionale della Tasmania, proprio di fronte al Polo Sud, una terra ribelle e isolata. Era un uomo dal passato burrascoso e dalla vita randagia. Ogni membro della mia famiglia aveva la sua versione dei fatti, ma le poche certezze erano che avesse lasciato tre mogli e cinque figli sparsi tra l’Italia, la Svizzera e l’Australia. Di lui si sapeva che aveva sempre trovato il modo di tirare a campare facendo mille mestieri e che si era accontentato di quel poco che gli bastava per vivere. Zio Mario aveva solcato gli oceani di mezzo mondo su navi mercantili battenti chissà quali bandiere. Aveva vissuto in maneggi, s’era arrangiato come tuttofare e spesso, per non morire di fame, aveva dovuto accontentarsi degli avanzi di cibo che raccattava in giro.

Adesso che potevo non vedevo l’ora di conoscerlo. Quell’uomo mi affascinava enormemente. Forse perché eravamo così diversi, lui ed io. C’ho pensato su, e credo che non sarei mai capace di vivere alla giornata, di viaggiare con pochi bagagli per migliaia di chilometri attraversando paesi sconosciuti verso mete ignote senza il sostegno degli amici o della famiglia. Dello zio ammiravo la sua capacità di ripartire sempre da zero e di lasciare dietro di sé beni e affetti come se non contassero più di tanto. Tuttavia, dopo tanto peregrinare s’era stabilito appunto a Hobart. Non proprio una metropoli. Viveva in una casetta all’interno di un grande complesso residenziale pulito e ordinato. Un’abitazione minimale: una stanza soggiorno e cucina, la camera da letto, un bagno, un terrazzino e stop. Aveva anche ripreso i contatti con i suoi cinque fratelli, compreso Tino, mio padre, che gli aveva prestato del denaro per finanziare una piccola attività che lo zio aveva intrapreso e che gli permetteva di rimanere a galla. Un giorno decisi di andare a trovarlo e dopo una serie di telefonate e lettere tra lui e mio padre, prima e poi direttamente con lui potei finalmente organizzare il viaggio.

Un viaggio è sempre una cesura e una riapertura grazie al quale accediamo a nuovi pensieri e visioni. Non importa che il viaggio sia lungo o breve, ciò che conta è il viaggio in sé, come se fosse sempre ricerca o scoperta.

Dicevamo dunque che la visita allo zio sarebbe durata lo spazio di un lungo weekend: da giovedì a domenica. Io sono Giuseppe, e vivo a Sydney, e a dispetto di ciò che si possa immaginare dati i grandi spazi del continente sul quale ho aperto gli occhi venendo al mondo, nella mia vita ho viaggiato molto poco. Ecco perché preparai quella visita con molta attenzione. Mi procurai depliant su Hobart, guide turistiche, scaricai da internet ogni sorta di informazione che riuscii a recuperare da blog e forum: sì, si trattava di un visita di famiglia, ma era anche un’occasione per scoprire una città nuova, una città di mare, mai vista prima.

Arrivò il giorno della partenza: da Sydney a Hobart sono circa due ore di volo, non di più. Una passeggiata in confronto alle traversate transoceaniche, eppure ero eccitato come se dovessi atterrare sulla Luna. Mi recai quindi con un buon anticipo in aeroporto, terminal 2 dei voli domestici, la giornata era caldissima, a fine gennaio era una delle più calde dell’anno. Per ammazzare il tempo mi recai in un bar per farmi un sandwich. Dal mio tavolino vidi centinaia di persone brulicare per l’aeroporto. C’erano bambini che saltavano, giovani che ridevano, adulti impettiti e anziani che apparivano un po’ stanchi. Tutti si tiravano dietro una valigia o uno zaino o entrambi. Una donna s’era portata appresso la casa che aveva rinchiuso in cinque voluminosi bagagli. Forse non aveva più intenzione di tornare indietro. A salutarla c’era una famiglia intera: il padre, la madre, un’altra donna appena più vecchia di lei, aveva i suoi stessi occhi, probabilmente era la sorella. In braccio stringeva una neonata, la piccola piangeva. Anche la zia piangeva. Mi accorsi che c’erano tanti parenti venuti apposta per salutare i propri cari in partenza. Io, in questo viaggio, ero solo.

Al momento giusto mi recai al bancone per il check in e fu allora che venni assalito da un attacco di panico. Non trovavo più i miei documenti. Avevo perso il portafoglio. Ficcai la testa nel trolley frugando dappertutto, quasi mi strappai le tasche dei pantaloni come se raschiando i documenti avessero potuto materializzarsi di nuovo. Avevo con me soltanto il biglietto aereo, ma non era sufficiente per partire.

«Cazzo!» esclamai fra i denti. Poi guardai con occhi supplicanti la signorina della compagnia aerea, ma lei rimase impassibile e capii che sarebbe stato inutile pregarla di fare un’eccezione. Senza la mia carta d’identità o senza una patente di guida sarei dovuto rimanere a terra. Scoraggiato mi allontanai e provai a ripensare a tutti i luoghi dove mi ero fermato durante l’attesa in aeroporto. Ripassai dal bar, tornai sulle panchine sulle quali mi ero seduto, feci nuovamente tappa alla toilette, ripercorsi i corridoi come un segugio sulle tracce della preda, ma fu tutto inutile. Non trovai niente.

«Scusa, credo che questo sia suo.» Mi voltai a cercare quella voce che improvvisamente, senza che me ne rendessi del tutto conto, mi stava ridando una speranza. Era davanti a me. Bella, con quei suoi lunghi capelli nocciola e la pelle chiara che risaltava un viso dai lineamenti delicati.

«Lo avevi lasciato sul banco del bar, vicino alla cassa.»

«Grazie mille… davvero, io non saprei… » Sentii il fuoco sotto la pelle, sapevo del rossore che stava avvampando sulla faccia, le parole rimasero lì, bloccate, non volevano venire fuori. Stavo facendo la figura del fesso, ma non sapevo proprio come venirne fuori.

«Mi chiamo Anna» disse lei.

«Io Giuseppe, piacere» osai, tendendole la mano sudata: «Non fosse stato per te avrei perso il volo.»

«Be’ ti è andata bene, no? Questo è l’importante.»

«Già, mi è andata più che bene.»

Ci stringemmo le mani e ci mettemmo in coda di nuovo. Ora non ero più solo.

All’interno dell’aereo l’aria condizionata era troppo alta. Faceva davvero freddo. Creava uno strano effetto quasi da farmi star male. Mi sedetti vicino al finestrino, Anna prese il posto accanto al mio. Dopo una breve passeggiata sulla pista, l’aereo decollò. Quando il velivolo fu di nuovo orizzontale anche il mio malessere passò e potei iniziare a parlare con Anna. Nello spazio di tempo di un breve viaggio aereo, Anna ed io, ci raccontammo le nostre vite. Era tutto così naturale: parlavamo, scherzavamo, come se ci conoscessimo da anni. Scoprii così che Anna aveva 24 anni, viveva a Brisbane e stava andando a Hobart a trovare un'amica per una settimana di vacanza prima di ricominciare a seguire le lezioni in università, alla facoltà di legge di Sydney.

Tutto sembrava filare liscio come l’olio, ma poco prima dell’atterraggio, il pilota avvertì i passeggeri che non saremmo scesi a Hobart. C’era vento e per il momento non sarebbe stato possibile avvicinarsi all’aeroporto. La voce metallica del pilota ripeté il messaggio per ben tre volte.

Mi sembrava di vivere una situazione surreale, un viaggio senza termine sopra i cieli della Tasmania. Un po' preoccupato provai a formulare delle ipotesi con Anna e poi chiesi anche ad altri passeggeri. Atterrammo dopo tre ore e mezza, ma con grande sorpresa mia, di Anna e di tutti gli altri non a Hobart, bensì a Launceston. Non avevo la più pallida idea di dove fosse sulla mappa e nella realtà quella dannata città. Lo scoprii dopo essere sceso dall’aereo. Per la cronaca Launceston si trova nel bel mezzo della Tasmania a circa 200 chilometri a nord di Hobart.

Dopo qualche secondo di panico, insieme ad Anna, chiedemmo informazioni al personale della compagnia aerea che ci rassicurò. Non avevo più paura e mi abbandonai all’idea di vivere un’avventura piena di imprevisti. Non sapevo se quella sensazione che provavo l’avesse ispirato l’incontro con Anna o se in realtà era ciò che da sempre stavo cercando.

«Hanno organizzato un servizio di trasporto verso Hobart con due pullman» mi disse Anna, distogliendomi dalle mie fantasticherie.

«Perfetto» risposi.

«Sono più di due ore di viaggio» sorrise la mia nuova amica. Era un sorriso dolce con appena un’aggiunta di malizia. Intanto il sole si stava spegnendo velocemente e tutti i passeggeri furono fatti salire sui bus.

Anna e io ci sedemmo vicini e appena fuori dall’aeroporto, ci ritrovammo nel bel mezzo della sconfinata e verdeggiante vallata delle Midlands. Mentre percorrevamo quella distesa delimitata da dolci e lontane colline, potei ammirare la bellezza di un natura ancora incontaminata e coperta solo da qualche basso albero di ginestre e acacie. Qua e là si scorgevano le case coloniche delle poche fattorie disseminate lungo il paesaggio con il bestiame al pascolo vicino agli specchi d’acqua, il cui riflesso, avvicinato al verde dell’erba e al rosso che sfumava sempre più verso il blu del cielo, donava alla vista una caleidoscopica mistura di colori magica e unica. Stavamo attraversando un Eden al tramonto utilizzando l’unica stretta strada che permetteva di addentrarci nella vallata, ma sembrava che fossi la sola persona ad accorgersene. La maggior parte dei passeggeri era immersa nel sonno di Morfeo, altri s’arrabattavano con gli smartphone, prigionieri di una tecnologia che li rendeva ciechi, attenti solo al proprio piccolo universo interiore. Altri ancora leggevano libri o giornali, anche loro in fuga, alla ricerca di un mondo inesistente.

Riuscii a imprigionare quei colori ambrati in alcuni scatti della mia Reflex. Ero emozionato come il visitatore di un altro pianeta.

«È bello vero?» domandò Anna.

«È meraviglioso» risposi senza distogliere lo sguardo dal finestrino. Sapevo che Anna mi stava guardando e non volevo che mi vedesse arrossire, perché è quello che sarebbe successo se mi fossi girato verso di lei.

Ci fermammo per una breve pausa, Anna ed io scendemmo dal pullman. Restammo uno accanto all’altro, senza dire una sola parola, ci inebriammo dell’odore fresco di quelle terre. Poi trovai il coraggio di guardarla negli occhi e fui felice di scoprire che anche in lei era viva una forte emozione. Il destino ci aveva fatto incontrare per puro caso e ora ammiravamo insieme la bellezza che ci circondava.

Infine arrivò il buio della notte, e solo i coni di luce dei grandi fari degli autobus rimasero accesi: fonti luminescenti di un’astronave che si facevano largo verso l’ignoto di una galassia tutta da esplorare.

Ci fermammo altre volte. Sembrava che i pullman avessero dei problemi, a me non dispiaceva affatto ritardare ancora il mio arrivo a Hobart. Significava passare altro tempo con Anna. A una di queste tappe forzate scoprimmo che un passeggero del bus che ci precedeva si era sentito male ed era svenuto. Per fortuna non era nulla di troppo grave, un calo improvviso di pressione. Il passeggero, un uomo sui sessanta, fu fatto sdraiare sui sedili e gli autisti valutarono se fosse il caso di chiamare i paramedici cosa che avrebbe rallentato moltissimo il proseguo del nostro viaggio. L’uomo però rassicurò che si stava riprendendo e che non voleva finire in ospedale Tra gli altri passeggeri c’era anche un medico che si trasferì dal nostro autobus a quello dell’uomo svenuto. Dopo averlo visitato il dottore rassicurò tutti che l’uomo poteva arrivare fino a destinazione.

«Che paura, ho pensato si trattasse di un infarto o qualcosa del genere» osservò Anna.

«Ho avuto la stessa paura, ma sono felice di essermi sbagliato.»

«Se gli fosse accaduto qualcosa di brutto… magari ha qualcuno che lo sta aspettando a Hobart. Una moglie dei figli… » continuò Anna mentre si mordeva il labbro inferiore con un paio di incisivi candidi e perfetti.

Ripartimmo ancora una volta. Non avevamo mai smesso di parlare. Il tema principale erano i viaggi di Anna, quelli che amava fare con le amiche. Amava il mare e le piaceva girovagare per l’Australia. Mi raccontò di essere stata anche a Bali e in Thailandia. Dal canto mio le raccontai la mia passione per la natura incontaminata, dei viaggi che anch’io avrei desiderato fare. Mi sarebbe piaciuto esplorare il deserto nell’Outback o avventurarmi nella foresta pluviale indonesiana.

«E perché non lo fai? Chi te lo impedisce?» domandò Anna.

«In realtà non me lo impedisce nessuno, ma… »

«Ma cosa? Non ci sono ma che tengano se desideri davvero una cosa la puoi fare.»

Anna aveva ragione. Mi resi conto che fino a quel momento mi ero solo limitato a desiderare ciò che avrei voluto fare, senza mai muovermi davvero. La visita allo zio Mario era la prima volta che mi permetteva di uscire da quella che era una bolla di sogni. Non dissi più niente. Anna capì il mio turbamento e mi accarezzò teneramente una guancia.

«La tua ragazza ha ragione» intervenne un uomo che doveva avere passato da poco la trentina. Era uno di quei tizi che piacciono alle ragazze. Abbronzato, ma non troppo. Curato nell’aspetto e dal fare sicuro. E aveva detto che Anna era la mi ragazza…

«Piacere, mi chiamo Christopher e a parte svolgere la professione d’avvocato a Hobart, sono anch’io un girovago. Mi piace girare il mondo»

«Piacere, io sono Giuseppe e lei è Anna.»

«Mmm... avete dei nomi molto diffusi in Italia. Ci sono stato un paio di volte. È un piccolo Paese, ma è bellissimo. Pieno di monumenti e di storia. Roma è eccezionale.»

«I miei genitori sono italiani» dissi.

L’avvocato era un bel personaggio. Simpatico e loquace. Ci raccontò tutto quello che aveva visto in Europa. Oltre a Roma aveva visitato Barcellona, Parigi, Londra… a breve aveva intenzione di andare a Berlino. Lo affascinavano tutte le capitali del vecchio mondo.

«Per il momento sono stato solo nelle grandi città. Ma un giorno mi piacerebbe visitare anche altri posti.»

Senza quasi rendercene conto la nostra conversazione cambiò argomento e iniziammo a raccontarci le cose belle che amavamo fare nelle nostre città. Anna si perse nel descriverci le spiagge e i surfisti della sua Brisbane, Christopher ci raccontò tutto di Hobart e io declamai le meraviglie di Sydney e delle Blue Mountains.

Giungemmo all’aeroporto una mezz’ora prima di mezzanotte. Christopher si offrì di darci un passaggio. Trovare un pullman di linea sarebbe stato impossibile e chiamare un taxi avrebbe avuto un costo proibitivo per le mie tasche. Anna e io salimmo sulla macchina dell’avvocato che si era dimostrato non solo un grande intrattenitore, ma anche una persona molto generosa.

In breve fummo a casa dello zio. Gli telefonai poco prima di arrivare. Quando la Toyota Corolla di Christopher si fermò sul viale d’ingresso del grande complesso dove abitava, lui era lì, ad aspettarmi sul portone. Anche Anna scese un momento dalla macchina. Vedevo la figura dello zio da lontano, era una figura minuta e solida. Avevo atteso tanto prima di poterlo incontrare, ma poteva aspettare ancora qualche minuto. Lui vide che ero con una ragazza e capì che non era il momento per venirmi incontro, dopotutto era stato un girovago impenitente e certe cose le percepiva a pelle.

«Be’! Io sono arrivato. È stato bello conoscerti» dissi.

La luna era alta. Anna mi prese entrambe le mani. Christopher mi aveva fatto l'occhiolino, come tra vecchi amici, prima di risalire in macchina. Anna si avvicinò a me. Tremavo d’emozione. Le sue labbra si appoggiarono alle mie e ci baciammo. Fu un bacio lungo e dolcissimo. Una piccola lacrima le brillò sulla guancia. Io la raccolsi con un dito.

«Ci vediamo presto» mi disse, girando intorno alla macchina dell’avvocato. Anna si sarebbe fermata a Hobart per qualche giorno proprio come me. Sarebbe andata a stare da un’amica non molto lontano da dove abitava lo zio. Christopher accese il motore e Anna dal finestrino del passeggerò mi salutò ancora una volta con la mano. Sollevai anch’io la mia, poi rimasi a guardare l’auto allontanarsi in una strada senza traffico. Misi lo zaino in spalla e afferrai la maniglia del trolley e mi avviai sul vialetto. Lo zio mi stava venendo incontro con un grande sorriso e le braccia spalancate.

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