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Una storia di LuigiMaiello

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Intertwine Consiglia pt.33: "La Libertà d'Espressione".

Cosa lega "Montedidio" di Erri De Luca a "Quarto Potere" di Orson Welles e a "Rebel Rebel" di David Bowie?

Pubblicato il 22 ottobre 2015

“Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perchè l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti”.

Charlie Chaplin

Grafica realizzata da Intertwine.

Dopo l’assoluzione dello scrittore Erri De Luca dall’accusa di istigazione al sabotaggio “perché il fatto non sussiste”, il tema di questa settimana era quasi obbligato.

“Continuerò a usare il vocabolario per esprimere le mie convinzioni”

è stato il primo commento dello scrittore dopo la sentenza e questa sua affermazione ci ha colpito tanto da ispirare anche il tema di questa settimana.

Intertwine Consiglia pt.33 è una puntata in cui la libertà d’espressione e d' opinione la fanno da padrona, legando mondi completamente diversi tra loro.

Cosa lega Erri De Luca a Quarto Potere di Orson Welles e Rebel Rebel di David Bowie? La risposta è semplice, forse.

Ora però Intertwine Consiglia pt.33: “La Libertà d’espressione” inizia con Montedidio, uno dei libri più belli di Erri De Luca.

In Montedidio lo scrittore ci racconta la storia di un ragazzo di tredici anni che va a bottega da Mast'Errico, il falegname.

La scuola era obbligatoria fino alla terza elementare, ma lui ci è andato fino alla quinta, perché un titolo di studio dava maggiori possibilità nella vita; e poi c’era il padre che gli ripeteva:

“Con l’italiano uno si difende meglio”.

Il suo miglior amico è Rafaniello, un uomo capitato per sbaglio a Napoli.

Dopo la guerra voleva arrivare fino a Gerusalemme, ma poi è sceso dal treno e ha visto una cosa che non conosceva: il mare.

Passato per caso a Napoli ha sentito un suono, che gli ha ricordato il suo paese, e si è sentito a casa.

Si è innamorato ed è rimasto. I due vivono tante avventure, nella sola città che Rafaniello conosce veramente.

Quartiere di Montedidio.

Montedidio è uno dei quartieri più antichi di Napoli e, se non si è capito, la vera protagonista di questo romanzo è proprio la città partenopea.

Più del ragazzino che sogna di far volare il suo “bumeràn” nella notte di capodanno o dello “scarpaio” che attende il sollievo della morte, al centro di tutto c’è Napoli, una città che brulica di vita, di cui si colgono i rumori e le voci, i razzi di capodanno, le bestemmie, i richiami dei venditori, i gemiti dei sofferenti.

Poi c’è il napoletano, il dialetto, lingua unica e distinta:

“l’italiano è una lingua senza saliva, il napoletano invece tiene uno sputo in bocca e fa attaccare bene le parole”.

Italiano e dialetto convivono nel ragazzino che scrive un diario su una bobina di carta avuta in regalo dal tipografo di Montedidio. Lo scrive in italiano “perché è zitto e ci posso mettere i fatti del giorno riposati dal chiasso del napoletano”.

La sua è una sorta di censura, che invece non può permettersi di giorno, quando usa quella lingua che non deve studiare e che gli permette di crescere ed essere riconosciuto tra i vicoli del quartiere.

“In italiano esistono due parole, sonno e sogno, dove il napoletano ne porta una sola, suonno. Per noi è la stessa cosa.”

Erri De Luca.

La madre del protagonista ad un certo punto si ammala gravemente e il padre deve assisterla in ospedale.

Qui, come in altri libri di Erri De Luca, emerge il tema della morte, ma è una morte a cui già si sa dare un senso, come se il libro preparasse:

“Quando ti viene una nostalgia, non è mancanza, è presenza, è una visita, arrivano persone, paesi, da lontano e ti tengono un poco di compagnia.”

Montedidio è un libro ricco di metafore. Il falegname, mast’Errico, a un certo punto dice: “A iurnata è ‘nu muorzo”. Anche un libro a volte è come un giorno vissuto intensamente. Un giorno inizia e finisce in un lampo, proprio come questo libro che vola leggero, con tante frasi corte, che valgono intere pagine.

Il nostro viaggio continua con Quarto Potere (Citizen Kane) di Orson Welles.

Quarto Potere è uno dei film più importanti della storia del cinema.

Realizzato nel 1941, il film rompe tanti schemi del cinema classico americano, tanto da essere considerato il primo film moderno della storia.

Se il cinema classico hollywoodiano aveva abituato lo spettatore a storie con una struttura lineare e temporale che sfociavano sempre nel lieto fine, in Quarto Potere entrambe le caratteristiche vengono meno.

Il tema della libertà d’espressione è centrale in questo film perché Citizen Kane racconta la storia del magnate dell’editoria William Randolph Hearst e della sua storia d’amore con la diva dell’epoca Marion Davies.

Hearst cercò di bloccare l’uscita del film, ma non ci riuscì.

“Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un'autorità su come far pensare la gente. Ci sono i giornali per esempio, io sono proprietario di molti giornali...”

Il film inizia con una frase pronunciata da Charles Foster Kane, il protagonista della storia, prima di morire: “Rosebaud” (“Rosabella” in italiano). Un giornalista si assume l'incarico di venire a capo del mistero andando a parlare con le persone che furono a lui più vicine.

Da qui il frequente ricorso a flashback, con alcuni episodi che vengono anche ripetuti, come il debutto di Susan raccontato da due diversi narratori: per Leland il suggello del trionfo di Kane, per Susan dramma privato. Per esaltare questa dimensione strettamente personale il regista usa il grandangolo, simulando appropriatamente il punto di vista dell’occhio umano.

Prima scena di Quarto Potere.

Ecco un’altra grande novità: la storia smette di essere oggettiva, ma diventa un racconto soggettivo, influenzato dal pensiero dei narratori. Ogni illusione di realtà viene meno.

Il film racconta di un uomo divorato da una straordinaria ambizione, che si getta nel giornalismo e ben presto controlla trentasette giornali.

“Sei anni fa guardavo la fotografia dei migliori giornalisti del mondo ed ero come un bambino di fronte ad una vetrina di dolci; oggi, sei anni dopo, ho ottenuto questi dolci, tutti quanti”.

Ad un certo punto vuole entrare in politica e sta per essere eletto governatore quando un avversario, gettando discredito sulla sua vita privata, riesce a stroncarlo.

Si ritira in un castello immenso con la moglie, che ad un certo punto l’abbondona.

Il mistero della parola iniziale del film viene risolto solo dalla macchina da presa che si muove da sola e da libera, si sposta e inquadra la scritta “Rosebaud” su una piccola slitta con cui Charles giocava da bambino.

E’ il trionfo del cinema per il cinema, ma è anche il venir meno del lieto fine meno.

Il film infatti è l’esatto opposto del sogno americano, raccontando la vicenda di un eroe (il classico “self made man”) che finisce male: un uomo che muore da solo, rimpiangendo i giochi innocenti dell'infanzia.

Quarto Potere.

Quarto Potere è un film che lancia inesorabilmente l’America del cinema e non solo, verso la modernità.

In Quarto Potere troviamo applicate per la prima volta in modo sistematico tante soluzioni tecniche.

In primis la profondità di campo e il piano sequenza (un'inquadratura che dura tutta una sequenza, senza stacchi). La profondità di campo invece è una tecnica permette a tutto ciò che appare nell'inquadratura, sia in primo piano che sullo sfondo, di essere costantemente a fuoco.

Se qualcuno non ha ancora capito l’importanza di questo film per la storia del cinema, ecco cosa diceva François Truffaut a riguardo:

“Appartengo a una generazione di cineasti che hanno deciso di fare film avendo visto Quarto potere.”

Come molto spesso accade il senso del tutto si coglie solo alla fine, così anche nel film solo all'ultimo si comprende anche la scritta “NO TRESPASSING” sul cancello del castello nella prima scena del film.

Il mistero di un uomo, infatti, rimane sempre impenetrabile e si scopre solo in punto di morte.

A volte la libertà di espressione e l’arte, per essere realizzate a pieno, hanno bisogno di un atto di ribellione.

E’ con questa idea che chiudiamo idealmente l’intreccio di oggi; David Bowie e la sua Rebel Rebel sono senz’altro d’accordo.

David Bowie è da sempre un artista controcorrente, dalle sperimentazioni musicali dei suoi album a quelle dei suoi look, tutt’altro che convenzionali.

Rebel Rebel fa parte di Diamond Dogs, un concept album che lega i brani tra loro come i capitoli di una storia.

Il disco racconta di un mondo in cui i “Cani Diamante” (da cui il titolo), controllano il mondo seminando terrore e morte.

Questo disco si ricollega al nostro argomento di oggi non solo per Rebel Rebel, ma anche perché è chiaramente ispirato al romanzo “1984” di Orwell, con due canzoni che si chiamano proprio “1984” e “Big Brother”.

Orwell nel suo libro descrive una società in cui ciascun individuo è tenuto costantemente sotto controllo dalle autorità.

La title track Diamond Dogs è una rockeggiante ballata che narra della venuta dei cani diamante, da cui non si può scappare:

“I Cani di Diamante sono cacciatori e si nascondono dietro gli alberi. Fino alla morte t’inseguiranno,

Manichini con l’istinto di uccidere”

L’unico rimedio per sottrarsi alla fine imminente sembra essere nella “Dolce cosa” del brano successivo, Sweet Thing appunto.

La hit del disco è Rebel Rebel.

Altri pezzi famosi sono 1984 e Big Brother, un pezzo che è stato anche accusato di essere commerciale, ma il suo ritornello è intramontabile:

“Someone to claim us, someone to follow

Someone to shame us, some brave Apollo

Someone to fool us, someone like you

We want you Big Brother, Big Brother”

Diamond Dogs è un disco più semplice di Ziggy Stardust, che l’ha preceduto, ma rimane un’opera senza tempo, uno di quei dischi che saranno ascoltati per sempre, come per sempre va mantenuta la voglia di fischiettare quell’inno alla ribellione che è Rebel Rebel.

Abbiamo iniziato viaggio con le parole di Charlie Chaplin, un artista che ne “Il Grande Dittatore” è riuscito a ridicolizzare uno dei personaggi più crudeli e tragici della storia usando solo la sua arte.

Chiudiamo il cerchio del nostro intreccio con le parole del premio Nobel Thomas Mann:

“La parola è la civiltà.

La parola, anche la più contraddittoria, mantiene il contatto.

E’ il silenzio che isola.”

Charlie Chaplin ne “Il Grande Dittatore”.

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