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Una storia di Moorgan95

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Segreti nell'ombra

Prologo

Pubblicato il 14 marzo 2017

Il whisky mi faceva schifo, ma mi dava un'aria da dura seduta a quello squallido bancone del Rumor's.

Il mio fornitore sarebbe arrivato da un momento all'altro, ma nonostante avessi già setacciato il perimetro un paio di volte in cerca di spie nemiche, avevo voglia di andarmene da li con la mia roba, il più veloce possibile.

Continuavo a tenere lo sguardo basso sul bicchiere semi vuoto mentre con un movimento del polso rotatorio facevo danzare quel liquido ambra, restia nel mandarlo giù.

Il mio riflesso sul bancone mi distraeva da ciò che mi accadeva attorno, fissavo i miei capeli corvini raccolti in una coda disordinata che lasciava cadere qualche ciuffo non abbastanza lungo da essere raccolto e i miei occhi verdi erano circondati da uno strato spesso di matita nera, che mi dava un non so che di misterioso.

Di tanto in tanto lanciavo brevi occhiate con la coda dell'occhio alle persone che mi si avvicinavano, sperando fossero lui.

Dopo dieci interminabili minuti un uomo con un impermeabile nero mi si sedette vicino. Era rasato e gli si poteva notare una bella cicatrice che percorreva verticalmente il viso, dalla tempia destra all'angolo della mandibola.

Sbiascicò un veloce "usciamo" seguito da un breve movimento di capo in direzione dell'uscita sul retro.

Non aspettai che si alzasse e piombai giù dallo sgabello. I tacchi degli stivali misero per un secondo a dura prova il mio equilibrio, dopo di che mi sistemai i pantaloni neri e abbassai un pò il corsetto e mi incamminai seguita da lui, verso la porta.

La spinsi e mi trovai imrovvisamente in un vicolo buio e puzzolente.

D'istinto mi chiusi il giubbotto di pelle fino al collo. Feci ancora due passi dopo di che mi girai verso di lui.

Aspettai a braccia incrociate che dicesse o facesse qualcosa.

Tirò fuori un sacchetto di polvere rosa e me la avvicinò.

Potevo già sentirne il sapore.

Feci per prenderla ma lui ritirò improvvisamente la mano. Mosse il dito in senso di disapprovazione schioccando la lingua: "Prima il denaro, carina!".

Estrassi una mazzetta da 400 dollari dal corsetto e gliela porsi.

La afferrò al volo, mi lanciò il sacchetto e mi superò velocemente andando a sparire nel buio.

Era fatta. Avevo la mia dose che mi sarebbe bastata per un paio di settimane.

Mi inumidii il dito e lo immersi nel sacchetto. La polvere mi si incollò immediatamente e me lo portai alla bocca. Ingoiai il tutto con molta voracia e feci un respiro profondo.

Riposi la sacca dove prima tenevo i soldi e mi diressi nuovamente al bar: uno degli effetti collaterali della polvere era che ne bastava un granello per asciugarmi completamente la bocca.

Optai per una soda al volo e poi me ne sarei andata a gambe levate da quel postaccio.

Pagai la bibita e iniziai a sorseggiarla mentre mi dirigevo verso l'uscita principale.

Avevo la sensazione di essere osservata e ne ebbi la conferma quando vidi un uomo nella penombra fare un cenno al barista e incamminarsi dietro di me.

Lo avevo notato quando ero entrata ma non sapevo se facesse parte di loro oppure era semplicemente un maniaco.

Affrettai il passo e uscii dalla porta, voltai l'angolo destro e mi accostai in attesa.

Sentii i passi dell'uomo dapprima esitanti, dirigersi verso il mio nascondiglio.

Saltai fuori prendendogli il polso destro: prima che lui potesse rendersene conto lo avevo immobilizzato facendolo piombare sulle ginocchia e tenendogli l'avambraccio ben saldo dietro la schiena.

Ignorai le parole poco fini e con la mano sinistra gli rimboccai la maglia: eccolo li, il tatuaggio della setta. Ma era diverso, perchè anzichè essere tatuato di nero, era solamente in rilievo e l'inchiostro era sparito. Come se qualcuno lo avessi rimosso.

Lo lasciai e velocemente mi spostai davanti a lui. Sfilai il coltello che tenevo infilato nello stivale destro e glielo puntai alla giugulare.

"Chi sei?". Quella domanda mi uscii come un sibilo tra i denti.

"Metti giù quel coltello, non ti farò del male, Alyssa.".

Il tono calmo della sua voce e il fatto che conoscesse il mio nome per intero ebbero l'efetto contrario: spinsi il coltello verso la sua gola e un piccolo fiotto di sangue sporcò la lama.

Mi fermai giusto in tempo per non ucciderlo.

"Te lo ripeto, chi sei?"

"Il mio nome è Cameron. Non mi conosci ma io conoscevo tuo padre. È stato lui a chiedermi di tenerti d'occhio, ecco perchè sono qua.".

Tossii per colpa della saliva che mi era andata di traverso. Come poteva pensare che gli credessi?

Quello che mi era sembrato un uomo, ora era poco più di un ragazzo.

Ma come poteva aver parlato con mio padre se era morto quando ero nata? Voglio dire, o mi stava mentendo (e anche male) oppure portava i suoi anni molto meglio di quanto sembrasse.

Mi ero infagottata con le mie stesse mani: non sapevo nemmeno chi aspettarmi di avere davanti, perchè un tatuaggio della setta del genere non mi era mai capitato.

Ero abituata a quegli esoterici malati per il culto nero che mi davano la caccia ovunque. Ormai ero preparata a qualsiasi tipo di attacco: avevo preso lezioni di difesa personale, di armi, di qualsiasi genere. Inoltre avevo un piccolo vantaggio: avevo la capacità di risanare le mie ferite molto più velocemente delle persone normali. Quindi ero sempre riuscita a scappare senza problemi.

Ultimamente avevano preso l'abitudine di pedinare i miei fornitori e quindi anche le dosi erano diventate più care.

"Cos'è quella roba che prendi Alyssa?"

"Non sono affari tuoi!" "Piuttosto, provami che quello che dici è la verità e ti lascerò vivere. Tanto per cominciare, cos'è quel segno che hai sul polso?"

Il ragazzo aveva dei bei lineamenti e capelli e occhi scuri. Mi guardava, ma non era lo sguardo che ormai conoscevo: lui non aveva paura di me.

"Io so chi sei." disse lui mantenendo il mio sguardo accusatorio.

"Sai che novità, tutti sanno chi sono!" non avevo voglia di essere presa in giro dal primo ragazzino che passava di li.

"No Alyssa, io so CHI sei. So da dove vieni, so tutto di te. A partire da quella volta nel parco con tuo zio quando avevi sei anni. Ti ricordi quell'uccellino ferito ai piedi della quercia?"

Adesso Cameron mi guardava, ma non vedeva più me. Era uno sguardo risentito, amaro.

"Non volevi assolutamente lasciarlo morire, ma tuo zio senza dire nulla lo prese e lo uccise, rompendogli il cranio contro il tronco. Ti sei arrabbiata talmente tanto che hai iniziato a prendere a calci l'albero. Ma non hai mai pianto." Tornò a focalizzarsi su di me. "Fu quella, la prima di una lunga serie di morti a cui sei stata costretta ad assistere."

Rimasi esterrefatta. Quel ricordo era rimasto sepolto dentro di me per ben quindici anni.

Non l'avevo mai raccontato a nessuno, non perchè non avessi avuto amici durante gli anni passati, ma perchè non era una di quelle cose che ti va di raccontare.

Della serie, hey ciao, una volta mio zio ha ucciso un uccellino davanti ai miei occhi, comunque piacere Alyssa.

"Cosa vuoi da me?"

"Insegnarti!"

Mi scappò una risata isterica. "Insegnarmi? Credo di sapere il fatto mio, non ho bisogno di nessuno che mi stia tra i piedi."

"Quella polvere che prendi, è polvere di quarzo vero?"

Ammutolii. Questo ragazzo sapeva davvero troppe cose, ed iniziava a darmi i nervi.

"Senti bello, io adesso ti lascio andare, ma non ti voglio più in mezzo ai piedi. Mi hai stufata." il mio tono secco fu seguito da un grugnito mentre indietreggiavo con la lama rivolta verso di lui, pronta a scattare in caso di bisogno.

Cameron si rimise in piedi, spolverandosi le ginocchia con una mano.

Tenni lo sguardo fisso sul taglietto che gli avevo fatto sul collo: ebbi le vertigini quando notai che come si rimise in piedi, si cicatrizzò immediatamente.

"Come hai fatto?" sudavo freddo, le gambe improvvisamente erano diventate molli e dovevo avere uno sguardo da pazza perchè Cam accennò un paio di passi verso di me con aria preoccupata.

Lo sentii pronunciare il mio nome e il tocco di una mano calda sul fianco, dopo di che il buio.

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