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Una storia di Massimo.ferraris

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Ma perchè poi, dico io!

da leggere come una poesia

Pubblicato il 26 settembre 2017

Certo, sarebbe più facile dedurre che, di primo acchito, si possa supporre di non essere nella forma migliore per tentare di dare seguito a ciò che in fondo non è mai iniziato. Prendiamo ad esempio la linea di confine, dritta e vivida come una highway americana, nessuna ansa che turbi il panorama, nessun segnale all'orizzonte, solo calma piatta; eppure ai due lati scorrono gli opposti e basta nulla per finire con le ruote sul lato che non sappiamo essere il più opportuno.

Quindi non c'è pace, né spiegazione alcuna, se non provare a scegliere il minor male, anche se davvero il buio ottenebra gli occhi.

E qui entra in gioco la fortuna, che come si sa non guarda in faccia alcuno, ma punta il dito e tocca chiunque incontra al suo passaggio. Potesse succedere anche a me, magari mentro entro in un'edicola e lo sguardo si posa su un biglietto della lotteria. Ma forse la dea bendata non ama questo genere di attività e poi non vedendoci che mai se ne farebbe di un giornale?...

Sono uscito dai gangeri, lo ammetto, è la rabbia che mi fa sclerare e rende difficile e periglioso trovare la lucidità apparente che dona calma e razionalità.

Ma perchè poi, dico io, che male ho fatto per meritarmi un trattamento di tal guisa, come se fossi un essere diabolico che gioca e si diverte a far sì che la gente possa cadere in tentazioni. Chi mi conosce sa che tipo sono, si legge a chiare lettere sul viso, che è tondo e rubicondo come pesca ed è percorso sempre da un rossore. Non è timidezza, ma capillari che affiorano a fil di pelle colorando queste guance paffutelle, capaci di attirare donne come fa il miele con gli orsi.

Non mi lamento, piaccio e piace ciò che faccio, chi mi conosce si affascina e tende a raccontar di me ad altra gente. Quindi la vita mia si riempe e si colora, sempre a confrontarsi con anime diverse, pensieri accativanti o semplici racconti. Da qui attingo forza e sicurezza, che si riversa nel lavoro rendendolo bizzarro ma mai eccessivo.

Ma quando il destino ci mette lo zampino, che pare una salamella intinta dentro al sugo, nessuno è salvo, inutile scappare, è già deciso per cui dobbiam soccombere. Perciò mi chiedo se destino e dea fortuna non siano in fondo la stessa persona, oppure marito e moglie, visto che amano giocare con noi come fa il gatto con il topo.

Stavo temperando il cioccolato più buono che possiedo, sulla base di marmo bianco di Carrara, qundo la tipa entrò con sguardo vacuo, quasi schifasse il luogo ed i prodotti. Sono famoso in tutta la città: i bimbi lasciano bave appiccicose sulla vetrina, mentre le madri li trascinano via, per poi vederle tornare e sedersi davanti ad una fumante tazza di cioccolato e panna, in compagnia di amiche che sbocconcellano biscotti all'avena e uvetta sultanina.

Mi chiede se ho dei cioccolatini fondenti, non accorgendosi che sotto di lei, proprio a pochi centimetri dal naso, una fila interminabile di ovetti rifasciati reca la scritta "delizie da gustare". Le faccio segno che questi son ciò che cerca, prodigandomi in sorrisi e svolazzi, ma lei non muove muscolo e atteggia la bocca in una smorfia offensiva. Stringo i pugni e cerco quella calma che fece santi Francesco e compagnia, arrivando pure a farmi violenza con l'offrirle un assaggio gratis, cosa di cui non vado fiero. Lei lo afferra, lo guarda e poi l'annusa, quindi lo gratta con un dito e mette in bocca l'unghia, e infine la succhia, come una mucca all'abbeveratoio.

Rabbrividisco, faccio un passo indietro e non oso pensare cosa si nasconde sotto quegli strati di cheratina prima che la mia bontà finisse per sormontarli. Rotea la lingua passandola sul palato, quindi si lecca i denti ed esclama solo "blah!".

Il silenzio scende nel locale, chi mangia smette e così pure fa chi parla, tutti intenti ad osservare la sfida che si sta creando sotto gli occhi.

"Blah?" ripeto, mettendo una nota aspra nella voce, come cacao amaro che contrasta col dolce della crema del ripieno.

"Fanno schifo" commenta candidamente e afferra un fazzoletto dalla borsa, per poi sputarci dentro bava scura che sa di cioccolato ma anche fiele. Quindi lo getta oltre il banco in direzione di un cestino che è ad uso personale, ciccando il centro e facendolo volare su un sacco di farina aperto.

Gli occhi miei avvampano e appare quella strada che dritta scorre verso l'infinito, dove da un lato ci sta la calma e la civile creanza e dall'altro la scalinata per l'inferno. Il bancone mi pare il fiume Stige ed io Caronte pronto a traghettare questa bifolca negli inferi profondi, cosparsa di farina e bava densa.

Ho deciso sterzo verso il fuoco senza remore e afferro per il bavero della giacca la tapina che strabuzza gli occhi e punta le due mani contro il vetro che ci divide. Nessuno muove un passo, anzi sembran felici di assistere a qualcosa che avran da raccontare, uno spettacolo improvviso e in più gratuito, senza biglietti da dover staccare.

"Guardi è uno scherzo!" invoca con voce che sembra uscire dal buio della notte, ma non la sento, troppa è l'ira e il danno che le sue azioni han generato in me.

Solo un uomo, seduto alla mia destra, muove le mani e mi dice di aspettare, ma non lo sento, ho la testa che ribolle, come polenta nel paiolo che borbotta. Parla e alza la voce e lo stesso fa la donna, che chiede infin pietà e sbatte gli occhi. L'uomo alza un giornale e mostra intorno il pezzo corredato da una foto a colori.

"Per mille sfogliatelle!..." esclamo bloccando la mia mano che stringe i suoi capelli e li tira con vigore, mettendo in risalto il cuoio capelluto bianco come il latte appena munto. Io la conosco, è la stessa che sorride dal giornale, ma che ora geme di dolore e chiede aiuto.

"Marta Presotto, critica gastronomica nota per il modo con cui approccia i pasticceri" leggo, mollo la presa e crollo contro lo scaffale alle mie spalle. Come ho fatto a non riconoscerla, le riviste specializzate non parlan che di lei. Di colpo sento vacillare ogni speranza di un futuro legato alla professione, scende il sipario sulla mia creatura, stroncata da valanghe di parole, foto che ritraggono me stesso intento a maltrattarla e denunce sporte a chi di dovere. Ricordo il modo subdolo in cui agisce, mettendo in difficoltà chi vuol valutare, ben sapendo che non agisce a caso, ma puntando il fiuto su veri geni del palato.

Ma perchè poi, ripeto nella mente, si deve sceglier sempre il verso errato, avrei potuto ridere e scherzare offrendole in cambio un bel gelato. Forse non son tagliato per questo mestiere, che sa di dolcezza e regala gioie di zucchero vanigliato; cosa mi resta ormai dopo il misfatto se non chiuder bottega ed emigrare.

Lei invece all'improvviso alza il viso e inizia a rider e dar di matto, smuovendo quella patina di gelo che tra i tavoli serpeggia come lama. Io non capisco, che gioco è mai questo? Rimango con le spalle salde al muro, incapace di muover sol che un muscolo, la faccia attraversata dal terrore. E' la pazzia che infin l'ha posseduta, spero solo che il mio gesto non l'abbia scatenata, perchè altrimenti la belva che in lei dorme potrebbe svegliarsi e ridurmi a striscioline.

"Ha un bel coraggio, devo ammetterlo, ho rischiato" dice tra le risa senza fine. "Lei è un bel tipo, e ammiro quell'amore che nutre nelle cose che produce".

Questo vuol dir forse che son salvo? Che il disastro è scampato e posso tornare a tirar il fiato prima che cianotico diventi e a terra cada?

"E' assai divino il suo cioccolatino, un paradiso in terra, anche se, per poco non finivo tra le fiamme, che gli occhi suoi sprizzavano afferrandomi".

La gente applaude, si levan pure cori, le voci attirano persone di passaggio, si riempie il locale e quindi posso, metter colore a queste guance bianche.

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