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Una storia di Calatia

La cometa di Natale

Ritrovarsi a Natale

Pubblicato il 23 dicembre 2017 in Fantasy

Tags: natale prespe vita

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- Papà ci racconti un’altra storia di Elio il folletto? - disse una vocina sorda e dolcemente implorante da sotto le coperte.

- Oh sì, papino, racconta! - incalzò l’altro gemellino, che dal suo letto, con un balzo rapido e svelto, si aggrappò alla mia schiena come una bertuccia.

- Non avete proprio intenzione di dormire, eh! – esclamai afferrando Luigino per le braccia, che arresosi alla fine si lasciò cadere sul lettino di Alessandro, rimanendo con le gambe all’aria. Allora piombai su entrambe le mie prede, gettandomi alla carica con il mio potentissimo solletico succhia - energia, per neutralizzare i loro ultimi impulsi di vitalità, fino a che fossero esausti e mi supplicassero di smetterla.

Le loro risate tintinnavano come gocce di cristallo dentro il mio animo, raschiandolo un bel po’, del cupo grigiore di quei giorni per me tristi; pur essendo quasi a Natale.

La sera era ormai diventato un appuntamento fisso. O quasi. Fortunatamente la fantasia non mi mancava. Ed esaurite le storie che ricordavo, spesso trovavo ispirazione da piccoli e curiosi aneddoti della giornata appena trascorsa. Quella sera però, ero particolarmente stanco, e di conseguenza anche la mia immaginazione era assai striminzita. Ma, per amore dei miei piccini, non me la sentivo di rifiutarmi ancora una volta. Pertanto, armato di pazienza e dei pochi fili della mia fantasia rimasti aggomitolati, riuscii ad intrecciare l‘ennesima avventura di Elio il folletto.

Si addormentarono fortunatamente in poco tempo. Rimboccai le coperte e uscii dalla stanza a passo felpato, lanciando loro, un ultimo sguardo prima di uscire dalla stanza.

Mia moglie era già a letto. Io invece, malgrado la stanchezza, decisi di soffermarmi ancora un attimo per dare gli ultimi ritocchi al presepe in fase di completamento.

Negli ultimi anni il mio estro creativo si era un po’ eclissato. Di conseguenza, mi cimentavo in questa impresa annuale, spinto non più dalla passione di una volta, ma più che altro dall’abitudine, e ovviamente dall’amore per i miei figli, che attendevano ardentemente questo periodo dell’anno anche per questa ragione; non stanno più nella pelle quando arrivano i momenti degli addobbi e le decorazioni, le luci…Il loro incontenibile entusiasmo è talmente contagioso, che è per me una fonte di energia.

Fu zia Matilde a insegnarmi l’arte del presepe di carta. Ricordo che recuperava vecchie scatole per fare le casette; la carta del pane per simulare le montagne; muschio e pietruzze per prati e selciati. Con lei era davvero Nasale!

E anche quella sera, come già accadeva da un paio di sere, mi sedetti a gambe incrociate davanti a quel cantiere di cartone, meditando su cosa potesse mancare per dirsi completo. Di fatto lo era. Ma ogni anno rimanevo sempre con quell’amara sensazione d’ insoddisfazione e incompletezza nel cuore.

- Vediamo… qui, in mezzo a questo spazio, ci starebbe bene un bel pozzo! - mi lisciai il mento pensoso – No manca qualcos’altro…cosa manca…- poi con un gesto d’impazienza, cacciai sbuffando quel pensiero inutile dalla testa.

D’altronde cosa importava se pure fosse mancato qualcosa; a cosa sarebbe valso, capirlo: era solo un presepe di carta! Una volta finite le festività, sarebbe andato a riempire i cassonetti dei rifiuti urbani, in compagnia degli innumerevoli scarti natalizi di tutta la città. Ecco, ciò che rende stupido il Natale. Una ricorrenza festeggiata per consuetudine, solo perché è segnata di rosso sul calendario, a cui la gente ha smesso di credere fin da quando ha smarrito l’innocenza. Il Natale è solo fumo che annebbia.

Ci si affatica per addobbare alberi, allestire presepi, riempire di luci colorate vetrine e balconi. Ci si veste d’ipocrisia per una quindicina di giorni, disperdendo bene e buoni propositi. Ci si affanna a comprare regali facendo molta attenzione, a non inciampare in nessuna dimenticanza che possa suscitare la gelosia di qualcuno; e cosa ancor più indigesta, lo scambio di auguri tra parenti e pseudo-amici che poi non vedi tutto l’anno o quasi. Ma poi spente le luci…? Tutto rientra nella normalità quotidiana. E ogni anno è una storia che si ripete.

Ma quando penso ai miei figli, tutto cambia. E non è giusto rubare loro il Natale che è stato rubato a me da piccolo. Tutto quello che faccio è solo per loro. Anche se so che tutto questo è sbagliato; anche se non vorrei insegnare loro il Natale fatto solo di sfavillanti luci, belle storie, o della favola di Babbo Natale che cadendo dal camino, porta con sé i doni da dare a tutti i bimbi buoni. Una volta cresciuti ne perderanno di sicuro il senso. Comprenderanno che il Natale è solo una festività edificata su salamelecchi, stucchevoli emozioni e buoni sentimenti, ma che in realtà racchiude in sé, solo un vuoto materialismo e un prolifico consumismo.

- Già, ma come posso insegnare loro il Natale, se non so neanche io cosa sia veramente …- bisbigliai disratto.

“Manca qualcosa…” risuonò, una voce sospirata dal dedalo dei miei pensieri.

La stanchezza iniziò a farsi sentire sul serio. Guardai l’orologio: era mezzanotte, l’ora di andarsene a letto. Mia moglie dormiva; sollevai piano le coperte per non svegliarla, e abbondandomi al tepore, chiusi gli occhi cercando di addormentarmi.

“Manca qualcosa…” la voce nella mia testa riecheggiò più forte di prima. Ero troppo stanco per darle ascolto. Ci avrei pensato domani. Mi giravo e rigiravo nel letto, ma nessuna posizione sembrava comoda per dormire. Non volevo darle ascolto, eppure, sentivo che c’era qualcosa di importante che avevo dimenticato. Tentai di allontanarla concentrandomi sul silenzio che avvolgeva la casa. Un silenzio intervallato dal ritmo dei nostri respiri. Quello di mia moglie, era leggero, lento, pacato; quello di Alessandro più profondo, di tanto in tanto sbuffava come un treno a vapore pronto alla partenza; infine c’era quello di Luigino, che per via del raffreddore era leggermente rantoloso. Riuscii persino a contare i secondi di intervallo che intercorrevano tra l’inspirare e l’espirare di ognuno di loro. Si …ma perché sono ancora sveglio? La stanchezza fu come scomparsa. Mi rigirai per l’ennesima volta mentre gli occhi caddero sulla sveglia, che a caratteri digitali e rossi, segnava l’una e un quarto.

I battiti degli orologi si frapposero tra me e il silenzio. Non avevamo molti orologi in casa, e comunque quella notte, mi sembravano troppi. Quel ticchettare che echeggiava da una stanza all’altra, mi rendeva ancora più insonne. Così mi alzai piano, e sottrassi le batterie a tutti gli orologi della casa che trovai.

Ripercorrendo, poi il lungo corridoio, inciampai in qualcosa di piccolo e duro: era uno dei mattoncini di Luigino dispersi un po’ dappertutto. Mi abbassai per recuperarlo, e quando mi rialzai ebbi l’impressione di aver visto, attraverso la specchiera, un’ombra sfrecciare e scivolare nella camera dei bambini. Mi precipitai immediatamente a controllare per rassicurarmi se stessero dormendo. Tutto sembrava apposto, e ritornando in camera mia, catturai ancora, con la coda dell’occhio, un oggetto rettangolare appoggiato proprio sulla consolle della specchiera: era il mio vecchio libro di racconti. “Le avventure di Elio, il folletto di Natale”. L’unico libro di favole che avessi mai avuto in dono.

- E tu, da dove salti fuori? -

Fino a quel momento fui convinto di averlo perso durante il trasloco di due anni fa. Lo presi e me ne tornai a letto sfogliandolo. Ogni pagina odorava di zia Matilde: l’unica persona che avessi mai amato da bambino. Credo più dei miei stessi freddi genitori. Il tempo la lasciò troppo presto. Dopo la morte della nonna venne ad abitare a casa nostra. Spesso, quando non riuscivo ad addormentarmi, sgattaiolava di sera tardi nella mia stanza per leggermi le storie di Elio, il folletto magico; l’ascoltavo come se fosse stata la fata turchina in persona a narrarmele. Era dotata di un’immaginazione meravigliosa e fervida. Morì la Vigilia di Natale. Dopo di lei, il vuoto.

Strinsi al petto il suo libro, lacrimando su quei fugaci ricordi sospesi a mezz’aria. Nel frattempo il silenzio pesante della casa iniziò a penetrarmi, e ad azzittire ogni mio pensiero molesto. La voce scomparì. Non sentivo più niente. Il sonno si stava facendo strada. Le palpebre iniziarono ad appesantirsi. I ricordi si disperdevano nell’etere come volute di fumo. Poco alla volta, vidi la mia coscienza perdersi dietro a un vetro appannato dai vapori caldi della notte.

Mi risvegliai dopo un’ora. Erano l’una e un quarto. Come? l’una e un quarto? Sarà saltata la corrente supposi. Mi alzai e andai in cucina quasi strisciando. Dal calpestio che sentivo sotto i miei piedi sembrava di camminare sopra del ghiaino. Faceva un freddo pazzesco. Barcollavo nel buio tastando le gelide pareti in cerca dell’interruttore. E quando finalmente credetti di entrare in cucina, invece della soglia d’entrata incappai contro un’altra parete.

- Ma che diamine…. - Per un attimo mi sentii disorientato. E poi, perché c’era quel buio pesto? Mi voltai al lato opposto del corridoio, e fatti altri due passi, nel punto in cui dovevano esserci due gradini che conducevano in sala da pranzo, c’era ancora un altro muro. Continuai innervosito a tastare le ruvide pareti sempre con la speranza di trovare un interruttore. Alla fine, entrai in quella che, in tutta probabilità, doveva essere finalmente la cucina. Entrando, avevo l’assurda sensazione che tutte le stanze della casa, si fossero di colpo rimescolate. Mi diressi al frigo per prendermi dell’acqua. Solo che anche il frigo sembrava non essere al suo solito posto. Anzi, niente sembrava in quel buio accecante essere al solito posto. E mentre mi raggiravo infreddolito, circospetto e in completo sfasamento, all’improvviso una voce argentina, squarciò l’aria trasognata di quel momento.

- Tu conosci la differenza tra le buone azioni e le belle azioni? - sobbalzai tre centimetri da terra, emanando un possente urlo per lo spavento. Pensai immediatamente ad un ladro, e afferrai la prima cosa che mi capitò tra le mani.

- Chi diavolo sei? - la voce e le gambe mi iniziarono a traballare agitando davanti a me la strana cosa che avevo agguantato.

- Di sicuro non il diavolo, e nemmeno un ladro! - replicò la voce misteriosa indovinando i miei pensieri. Guizzavo da un punto all’altro in modo esagitato, in cerca della presenza a cui dare forma a quella voce. Alzando il capo, notai una luce spettrale filtrare i vetri di una finestrella, posta in alto alla parete di fronte. E lì, vidi un’ombra dai contorni irregolari profilarsi nell’oscurità.

Esasperato da tutto quel buio, continuavo ad annaspare contro le mura in cerca di un dannatissimo interruttore.

- Cosa cerchi? – trillò la voce dietro le mie spalle.

- Sta lontano da me! Chiunque tu sia! Non ti avvicinare! - latrai furente verso l’ignoto.

- Ehi, va bene va bene! – rassicurò la creatura allontanandosi.

- Ora chiamo la polizia. Ho dei bambini in casa! -

- Davvero? Io ora ne vedo solo uno! - scherzò l’altro.

- Se non sei un ladro, sei un barbone? Mostrati se hai coraggio! – aggiunsi urlando con le spalle schiacciate alla gelida parete, fendendo l’aria con l’oggetto ancora ben stretto tra le mani.

- Va bene, se mi prometti di calmarti! – Notai nella sua voce cristallina un’inflessione così cordiale e aggraziata che le gambe smisero involontariamente di tremarmi. – Guarda davanti a te – soggiunse. E così dicendo si materializzò, sotto il mio sguardo incredulo, una lanterna che allo scoccar delle sue dita si illuminò. Finalmente nella stanza si diffuse una luce fioca e tremula. La impugnai con fermezza, lasciando cadere a terra, il tozzo di pane indurito che avevo a mo’ di arma di difesa. E senza esitare, puntai la luce all’altezza del suo volto; ma dovetti sollevare di parecchio il capo, per potergli vedere bene la faccia. Finalmente, la strana e bizzarra creatura, si palesò sotto il debole e incerto riflesso della lanterna.

Il suo corpo affusolato era avvolto in un mantello color avorio e luminescente e lungo fino a terra. Intorno al collo aveva una sorta di gorgiera da dove spuntava una sottilissima catena, da cui pendeva, un massiccio orologio in oro. La testa squadrata era adornata da folti capelli rossicci tutti increspati. Il volto roseo, le labbra rosse e grandi occhi verde acqua, come la calzamaglia che si intravedeva tra lo sparato del lungo mantello. Quando si muoveva sembrava fluttuare, anziché camminare con i piedi saldi a terra. Piedi che talaltro, erano incalzati in scarpe che facevano tutt’uno con il resto della calzamaglia, e che presentavano punte attorcigliate. Avevo però il dubbio, che fossero i suoi stessi piedi ad essere fatti in quel modo.

Che razza di creatura fosse, proprio non riuscivo ad immaginarmelo. Era come se fosse un misto tra un angelo, un elfo o un folletto. Lo fissai, con la bocca spalancata, per un interminabile istante senza fiatare. I suoi occhi luccicanti e vispi fissi su me, erano pieni di buone aspettative. Aveva stampato nel volto un’espressività ingenua e misteriosamente arguta allo stesso tempo. Per distogliermi dal suo inquietante sguardo indagatore, feci luce sul resto dell’ambiente in cui ci trovavamo, e come sospettavo, quella, non era la mia cucina; anzi potevo ben dire, che quella, non era per niente casa mia. La stanza in cui ci trovavamo era fredda e disadorna. Dando una rapida occhiata in giro, scorsi appena un camino spento dove pendeva un paiolo in rame, un tavolo di legno, poche sedie, un lavandino e un grosso forno in pietra.

- Sto sognando - mormorai con un filo di voce rassegnato.

- Prima sognavi. Ora sei sveglio! - sottolineò il bizzarro essere.

- Dove siamo e tu chi o cosa sei! - il mio coraggio riprese vigore.

- Beh…sul dove siamo, te ne accorgerai presto…riguardo a cosa sono… -

- No aspetta un momento! - lo interruppi bruscamente.

- Sei la mia coscienza e sto facendo uno di quei sogni rivelatori! - la creatura si limitò a sorridermi, e balzando da terra di almeno un metro, si sollevò, comparendo dietro di lui, una porta in legno sgangherata: l’unica possibile via di fuga da quell’insolito incubo. Senza pensarci scattai verso la porta, la spalancai lasciandomi alle spalle lo strano essere, e non appena fuori, mi ritrovai in una distesa radura, circondata da montagne, piccole case e pascoli sparsi. Da lontano vidi una luce diffusa provenire da una cima poco elevata. Risolsi di andare fino là. Ma il passaggio era ostruito da arbusti secchi e alti cespugli.

Mancava qualcosa….

- Manca qualcosa - ripetei ad alta voce - Una strada, un sentiero che porti fino là…Certo che stupido… devo costruire un sentiero. È questo che manca! – gioii per un istante soddisfatto, ripensando al mio piccolo presepe.

- È incredibile come voi uomini date importanza alle cose che si possono vedere facilmente…-

La bizzarra creatura scintillava come un enorme stella filante; di quelle che si accendono a Natale. E in quell’istante, un lampo folgorò i miei pensieri rischiarandoli qualche secondo: intuì dove eravamo, e forse anche chi fosse quella strana creatura.

- Siamo in un presepe…vero? – domandai certo della risposta.

- No… - obiettò l’altro - siamo nel tuo presepe, ed è ora di completarlo! -

- Eccome! Se sono bloccato qui - protestai – e poi non ho più tempo, tra qualche giorno sarà già Natale! – conclusi deluso e irritato.

- Certo che ne hai. Sarò io a donartelo – replicò compiaciuto – e con il tempo che ti donerò, tu lo vivrai con gli occhi di chi vede. E all’ una e un quarto, nel giorno di Vigilia, il tuo presepe sarà completato! - Così dicendo toccò il suo orologio che prese a ticchettare; poi si alzò in volo, roteando nell’aria con la lunga coda del suo brillantato mantello, lasciando dietro di sé scie luminosissime.

- Aspetta un attimo…- gridai , piantandomi lì ,insieme ai miei centomila punti interrogativi.

Ma la creatura non mi udì più. Poco alla volta fu inghiottito dall’oscurità, mentre sulla scia di un’eco lontano giunsero parole mormorate appena:

- Tu conosci la differenza tra le buone azioni e le belle azioni? -

Fu un allegro vociferare provenire dalla cucina, insieme all’invitante profumo di caffè e dei biscotti caldi, a svegliarmi da quel terribile sogno. Mi alzai dal letto, felice di trovarmi nuovamente nella mia camera, e nella mia casa.

- Cavolo Ivan, hai fatto proprio un bell’incubo! – dissi lanciando un’ occhiata furtiva al mio volto stralunato riflesso allo specchio.

Poi, abbassando lo sguardo verso la sveglia, notai che segnava ancora l’una e un quarto.

- Il balzo di corrente di stanotte l’avrà fatta andare in tilt. – Pensai.

Ma l’alone di rasserenamento in cui ero avvolto tornando alla mia vecchia vita, presto svanì, non appena varcai la soglia della cucina. Mi arrestai di colpo. Quella che mi si presentò davanti fu una scena orripilante: tre sagome frastagliate e scure che facevano colazione intorno ad un tavolo. Sembravano macchie d’inchiostro, in cui gli arti e la testa a stento si distinguevano. Avevano occhi rossi e in mezzo all’enorme macchia nera, c’era incastonato un sasso, grosso quanto un pugno. Riconobbi la voce di mia moglie e dei miei due piccoli bambini, ma non le loro umane fattezze. Gli occhi iniziarono a riempirsi di lacrime guardandoli. E non appena le tre ombre si accorsero della mia presenza, conficcarono il loro sguardo tenebroso e sinistro su di me. Feci dapprima due passi indietro, e poi schizzai via il più lontano possibile inorridito da quella scena. Uscii in strada come un forsennato. Correvo a perdifiato senza fare attenzione a dove andare. Non so quanto ho corso; e quando non ebbi più fiato per proseguire, mi fermai. Fu in quell’istante che si spalancò davanti uno spettacolo ancor più agghiacciante. Ovunque mi voltassi: per le strade, nei bar, nei negozi, ero circondato da sagome scure; ombre che trafficavano alacremente in forme e consistenze diverse. Avevano gli occhi vitrei e movenze prive della tipica naturalezza umana. Sembravano morti ambulanti che circolavano in una completa e fiera inespressività emotiva.

Mi accovacciai a terra disperato, portandomi entrambi le mani al volto. Poi, qualcuno mi sfiorò i capelli. Era lui: la bizzarra creatura.

- Sono in un cimitero? – singhiozzai con occhi gonfi e increduli, stranamente rassicurato dalla sua presenza.

- Oh no, i cimiteri sono città vive! Sono i paesi del mondo, ad essere cimiteri di morti!- replicò rivolgendomi parole che allora non compresi .

- Cosa sono? -

- Persone come te -

- È come mai sono così mostruosi? - domandai con quel tono tipico di chi non è sicuro di voler sentire la risposta che ne segue.

- Sono come sono realmente. Poco più che ombre di loro stessi. Anime nere che vagano intrappolate in questo mondo, conducendo un’esistenza consacrata ai falsi idoli – precisò con parole striscianti.

Ero come un bambino ai suoi piedi. - Vieni con me – mi disse porgendomi la sua mano nascosta tra le maniche larghe del suo luminoso mantello. E con sorriso quasi beffardo, mi condusse per altre strade e altri luoghi del paese. Le macchie nere brulicavano ovunque; senza poter distinguere se fossero uomini o donne vecchi o giovani. Alcune erano basse o alte; grosse o macilente. Altre erano condotte a spasso da altre ombre, come cani al guinzaglio; percosse, se tentavano di allontanarsi. Incrociammo ombre che agitavano all’aria i loro pugni neri, come per afferrare qualcosa che poi mettevano in una bisaccia che portavano a tracolla; altre, camminando distratte dal mazzetto di banconote che tenevano strette tra le viscide mani, le contavano avidamente per poi vedersele soffiare dal vento, e dopo averle recuperate, tornavano a ricontarle con maggiore accanimento di prima. Vidi ombre che avanzavano con occhi a terra come se avessero perduto qualcosa, o che farfugliavano parole incomprensibili. Tutti con gli stessi occhi rossi e il grosso sasso nel petto. Era come se i cancelli della follia si fossero spalancati sull’umanità.

Una di queste, inaspettatamente, mi si avvicinò.

- Signore, mi scusi. Non è che l’ha visto? – dal tono della a voce compresi che doveva essere una donna anziana.

- Co…cosa?- biascicai un tantino impaurito.

- Il mio tempo! L’ha visto signore?- Stavo quasi per rispondere, quando all’improvviso mi sentì afferrar per un braccio e sollevato via da terra come se fossi stato di carta. Elio mi raccomandò di non rivolgere mai la parola a quegli esseri inumani, poi aggiunse:

- Vedi Ivan, il Natale è vicino, ma a queste anime non importa veramente – e trotterellando davanti a me proprio come immaginavo che facesse il folletto della mia infanzia, continuò – eppure gli uomini sentono il bisogno di addobbare il mondo da sfarzose decorazioni e luci sempre più seducenti. – disse raddrizzandosi sulle singolari punte dei piedi; ostentando un’aria fintamente altezzosa. Poi, con un guizzo repentino, si chinò verso di me, aggiungendo:

- Sai perché? -

Scossi la testa, vinto dal pensiero che nessuna delle mie risposte sarebbe stata quella giusta. E lui proseguì: - per illuminare il buio che hanno dentro! -

Rimasi colpito dalla saggezza di quell’essere che, con il suo aspetto stravagante, mi accorsi che riusciva a scuotermi i più reconditi sentimenti rinchiusi nel mio animo.

Sorvolammo su altri quartieri della città; mi mostrò frotte di ombre che si mescolavano con altre, in cui ancora trasparivano sembianze umane; era come se fossero racchiuse in una teca divenuta opaca dal tempo. Chiesi spiegazione ad Elio, e lui prontamente con il suo solito volto imperturbato rispose:

- Anime come le tue, che resistono alle bruttezze del mondo, e il cui cuore non si ancora tramutato in pietra!-

Nel frattempo giungemmo sul sagrato della Chiesa di san Lorenzo. Dapprima non capì perché ci fermammo proprio lì. Subito dopo, aguzzando la vista, notai comparire ombre inginocchiate sul sagrato, con le braccia tese verso ombre che uscivano defilate dalla chiesa, senza prestar loro nessuna attenzione, e con la loro abituale inespressività.

Si sollevò un vento forte. Fischiava nelle nostre orecchie sempre più irrequieto; ad un tratto i fischi assomigliavano sempre più a urla e stridori di denti. Davanti a noi ,le mura della Chiesa iniziarono a ondeggiare come se fossero state di gelatina. E poi, le sagome: tutte intrappolate all’interno delle mura gelatinose da cui tentavano di uscire, dimenandosi con braccia e gambe.

- Cosa significa Elio? - domandai terrorizzato aggrappandomi al suo mantello, accorgendomi solo allora, di avergli affibbiato quel nome.

Lui fluttuava sopra di me, e accostando la sua bocca al mio orecchio, bisbigliò:

- Le vostre chiese spesso sono popolate da persone religiose. Ma esserlo non equivale a Credere -

Le anime che erano sul sagrato tentavano di abbordare quelle che uscivano, ma quando una di queste cercava di intrufolarsi all’interno della chiesa, indietreggiavano di fronte ai latrati spaventosi delle creature intrappolate nelle mura. Alcune vennero addirittura inghiottite, facendo anch’esse parte delle mura stesse. Sembrava di assistere a un film dell’orrore.

Disgustato, mi coprii il volto per non essere più costretto a vedere quelle scene ripugnanti.

Ivan, conosci la differenza tra coscienza e anima…?

Quando riaprii gli occhi mi ritrovai di nuovo nel mio letto. Guardare la sveglia fui la prima cosa che feci: l’una e un quarto. La mia famiglia era in cucina esattamente come il giorno prima: delle ombre dall’ aspetto terribile che mi fissavano come se il mostro fossi io. Mi vestii e uscii come se stessi andando a lavoro. Ormai niente mi avrebbe più sorpreso dopo aver varcato la soglia di casa. Difatti, appena la porta sbatté dietro le mie spalle, mi ritrovai catapultato davanti ai cancelli spalancati di un luogo che riconobbi all’istante: il cimitero della mia città.

- Oh, no! - esclamai ributtante – ancora morti ambulanti! -

- No Ivan! Ricordi cosa ti ho detto ieri? - proruppe all’improvviso Elio planando giù dal cielo, con la solita buffa espressione. Lo guardai dubbioso, poi mi precedette facendo ingresso nel viale principale. Eravamo soli, o almeno era quello che credevo, prima di udire risatine giungere aldilà delle siepi. Sbirciai un paio di volte lungo il cammino, e ad un tratto, scorsi dei movimenti strani dietro a dei grossi pini; sembravano occhi e voci di bambini. Avevo l’impressione che ci stessero seguendo; ma preferii fingere di non vedere, e accelerando, raggiunsi Elio con passo sostenuto. Alla fine del viale, nella zona centrale del cimitero, ciò che si spianò sotto i nostri occhi fu una vera e propria cittadella; popolata da gente viva e con sembianze… umane! Intorno: tumuli e lapidi, cappelle e loculi, fiori, lumini ed epitaffi, erano le sole cose che ricordavano che quello era un cimitero. Ovunque si vedeva gente che ballava, cantava, parlottava saltellava e si abbracciava. Le epoche sembravano miscelate tra loro, così come le diverse generazioni che le rappresentavano. Vecchi con bambini, uomini con donne, preti con soldati, poveri con ricchi. Era come essere nella piazza del borgo “la sera del dì di festa.”

- Cosa succede Elio? Non dirmi che queste sono persone…-

- Estinte nel corpo – continuò lui seguitando a camminare per un’area delimitata alle inumazioni - ma che hanno conservato fino alla fine del loro tempo, la loro anima buona - spiegò arrestandosi di colpo davanti ad una lapide. Poi si voltò verso di me e aggiunse:

- Molti di loro sono legati ancora a qualcosa di irrisolto sulla terra. Altre volte…- fece una pausa, si sollevò un metro dal terra, con il suo scintillante mantello ondeggiato dal vento, poi riprese – sono i vivi che non lasciano andare le anime – e mi osservò con aria indagatrice. Alzai un sopracciglio confuso. Poi distogliendomi dal suo sguardo di chi la sapesse lunga, la mia attenzione fu catturata dalla foto affissa alla lapide dove c’eravamo fermati. Di colpo sgranai gli occhi – oh mio Dio! - gridai sorpreso. Solo in quel momento ravvisai di essere davanti al sepolcro di zia Matilde.

- Elio, questa è…- continuai a strepitare, ma lui scomparve. Gettai lo sguardo febbrilmente da un lato all’altro del cimitero, ma di lui nessuna traccia.

- Ivan, Ivan! – urlò una voce familiare da lontano – Ivan sei tu! – mi voltai in ogni direzione. Poi finalmente la vidi; bella e dal volto radioso; la mia fata buona: zia Matilde. Rimasi impietrito, la lingua mi si seccò. Avrei voluto svenire, o scappare, o piangere, o ridere. Non sapevo decidermi cosa provare. La guardai avanzare vestita di un abito bianco, con i suoi splenditi capelli sciolti sulle spalle.

- Ivan sei venuto, alla fine. Non sai quanto aspettavo! - Le nostre mani non potevano sfiorarsi ma i nostri sguardi, pieni di lacrime, ci riempivano di abbracci.

- Perché non sei più venuto? – mi disse in tono dolcemente di rimprovero.

- Zia, io…- balbettai ancora in preda allo sconcerto.

- I tuoi genitori Ivan, i tuoi genitori…- la sua voce si fece immediatamente seria e preoccupata.

- Cosa c’entrano loro! -

- Ti hanno sempre amato, e piangono per te. Sento le loro preghiere! – mi disse con un’espressione affranta.

- Amare? Piangere? Pregare? – ripetei sbigottito.

- Hai dimenticato zia? -

- Non c’è più tempo per rammaricarsi Ivan, o sarà tardi – mi zittii con un gesto della mano impedendomi di rispondere; poi impaziente mi fece segno di seguirla.

Mi condusse sul limitar del cimitero; arrivati innanzi alle mura di cinta, attraversammo un minuscolo passaggio aldilà del quale ci ritrovammo in una zona dall’aria densa di pulviscolo e fumogeni : un campo di fumarole. Si intravedevano, sotto le lunghe colonne dei vapori, uomini e donne: seduti, alzati, carponi, o in posizione fetale, con braccia sollevate o mani portati al volto deformato dalla sofferenza; tutti completamente impietriti. Calpestati, urtati dai piedi dell’immensa fila di ombre che, a passo strascicato, si dirigevano verso uno sperone da cui si lanciavano nel vuoto. Alcune di quelle forme incenerite, all’urto si sgretolavano come sabbia, e la loro cenere, spazzata dal vento. Chiesi a zia Matilde perché eravamo lì, ma lei silenziosa, puntò l’indice davanti a sé, e osservando il punto indicato, scorsi tra le fila i miei genitori. Sbiancai.

- Perché sono qui? – il mio tono di voce tradiva una certa tensione nel vedere i miei stessi genitori anch’essi mutati in quello stato.

- Solo tu puoi salvarli - asserii mia zia.

- Ma …sai che non sono stati giusti con me! –

- No Ivan - mi interruppe

- Essere giusti non significa non sbagliare mai, ma avere l’umiltà di capire e perdonare i propri errori e quelli degli altri. –

Ricordavo quelle parole. Erano le stesse che mi ripeteva da piccolo ogni qualvolta che mi sentivo triste e abbandonato. Mio padre lavorava tutto il giorno. E mi impartì la stessa severa educazione che gli impartì da piccolo mio nonno. La sua era una famiglia numerosa e l’infanzia è stata segnata dalla povertà e dal lavoro. Dovette rinunciare a ogni cosa ritenuta non necessaria da mio nonno. Mai una parola affettuosa mai a tutte quelle attenzioni di cui hanno bisogno i bambini a quell’età. E da piccolo riversò su di me tutto il suo rammarico per questo.

Ricordo che una volta, sorprese mia madre in camera mia regalarmi delle caramelle alla frutta, prima di dormire. Dopo di allora le proibì di entrarci. Era lui stesso a venirmi a controllare, e appena spenta la luce spesso, piangevo.

Poi, venne ad abitare con noi zia Matilde. Lei mi insegnò a sorridere, a inventare storie, a credere che tutto sa di buono se lo vogliamo. “Le avventure di Elio, il folletto di Natale”, fu l’unico regalo di Natale che ricevetti da bambino; e fu proprio lei a donarmelo. Poco prima che la malattia la costringesse a trascorrere meno tempo con me, ogni mattina, prima di andare a scuola, lasciava nella tasca del mio grembiule un bigliettino su cui c’era disegnato, la faccia buffa di Elio. Era il suo modo per ricordarmi di sorridere sempre e credere nel buono. Mio padre molte volte la lasciava fare: probabilmente sapeva che da lì a due anni sarebbe andata via.

Giurai che se avessi avuto dei figli, gli avrei dato tutto l’amore che desideravano. E ora, mi sembrava che anche io avessi sbagliato con i miei bambini….

- Mai una parola d’affetto – sussurrai tra me.

- Le parole hanno molti poteri - intervenne zia Matilde, rimasta in silenzio fino a quel momento - soprattutto quello di ferire - concluse.

- Anche il silenzio può ferire…- protestai amaramente. Lei sorrise. E dal suo sorriso capii che avrebbe voluto accarezzarmi; come quella volta che mio padre mi strappò il disegno su cui stavo lavorando per la scuola solo perché non mi presentai a tavola in orario per cena. A quel ricordo serrai i pugni.

- Non tutti sanno usare il silenzio - proseguii mia zia intuendo i miei ricordi - come non tutti sanno usare le parole – parafrasò spostando di nuovo lo sguardo avanti a sé, come se stesse scrutando l’orizzonte.

- Cosa devo fare zia ! – le chiesi sconfortato.

- Guardare aldilà della rupe – e mi indicò l’orizzonte senza capire il senso di quelle parole. Ad un certo punto intravidi questa volta, mia moglie e i miei figli quasi sull’orlo di uno sperone che apparve aldilà del vuoto. Lanciai un urlo voltandomi verso mia zia, ma al suo posto ritrovai Elio.

-Elio, basta! – strillai – ho capito, cosa vuoi dirmi. …- gli afferrai le mani inginocchiandomi arreso ed esausto da tutte quelle visioni – cosa posso fare perché ai miei figli non capiti questo -

- Coraggio - mi rassicurò sollevandomi da terra - non è così difficile, basta scegliere tutti i giorni di nascere anziché di morire! -

- Elio ti prego, parla una lingua a me comprensibile! – lo supplicai.

Lui si alzò in volo e caracollò nell’ aria, poi discese e avvicinando il suo volto pacifico, e disse:

-Ivan, tu conosci la differenza tra credere di avere fede e aver fede per credere? -

Mi risvegliai con il consueto mormorio sollazzevole della mia famiglia, che inscenava la stessa parte dei giorni precedenti. Ancora una volta, i loro sguardi sinistri erano puntati su di me; e ancora una volta, mi ritrovai in mezzo alla strada tra le anime moribonde. Elio riapparve leggiadro, e ballonzolando mi afferrò conducendomi lontano da quell’accozzaglia, dai rumori, dai palazzi, dalle ombre del paese.

Questa volta eravamo in aperta campagna, puntellata qua e là da vecchi casolari, e alcuni contadini in lontananza che lavoravano nei campi; scivolammo all’interno di una delle abitazioni come fantasmi.

- Cosa ci facciamo qui, Elio? -

- Osserva – mi invitò senza aggiungere altro.

L’aspetto della casa si presentava malandato: le stanze erano arredate freddamente solo con poche cose necessarie. Nell’angusto salottino, posto in un angolo, c’era un abete di Natale spoglio e tristemente addobbato. Al centro, otto persone con la testa china e dall’aspetto umano, anche se un po' emaciato. Ma perfettamente umano. Pranzavano intorno a un desco poco imbandito: una sola zuppiera, un tagliere con del pane affettato, e i loro piatti riempiti di una brodaglia grigiastra fumante. Dopo aver fatto il segno della croce, iniziarono a mangiare; e poi, parlavano, gesticolavano animatamente, sorridevano, scherzavano, si guardavano negli occhi, si capivano…tutto in una stanza illuminata solo dal fuoco scoppiettante del camino e dalla lucentezza emanata dai loro volti. Notai, in mezzo ai due bambini seduti al centro, uno sulla sedia a rotelle, che sbatteva le mani al suono delle voci festanti della sua famiglia. Malgrado il volto fosse segnato dai tratti della disabilità e che lo rendeva incosciente di tutto ciò che gli capitava intorno. La bambina alla sua destra, non aveva più che otto anni, e lo imboccava teneramente con una premura commovente.

- Guarda Ivan, loro non possono vantarsi di possedere ciò, di cui tu puoi vantarti, eppure il loro cuore è salvo-

Questa volta compresi. Nella mia vita ho desiderato molte cose. Anzi non ho mai smesso di desiderare. Ho desiderato un lavoro, una moglie, un’auto, dei figli, il successo, il riconoscimento, la stima altrui. Ma mai e poi mai ho desiderato l’innocenza, la purezza, la felicità di vivere e non solo di esistere. Mai, come in quel momento ho provato un desiderio così forte: quello di nascere.

Avrei voluto ciò che possedeva quella gente. Ci inoltrammo per i campi e osservavamo i contadini che stanchi e sereni tornavano ai loro focolari. Ho sempre creduto che non ci fosse lavoro più soddisfacente ed estasiante che quello di lavorare la terra.

E nel bel mezzo di quelle profonde riflessioni, m’investì un fascio di luce rossastro e caldo, i cui raggi sembravano rischiarare completamente tutti gli angoli che erano celati dentro la mia testa: il tramonto. Allora chiusi gli occhi, sollevai le braccia, e lasciai che il sole terminasse il suo lavoro di purificazione immergendomi nella sua luce rigeneratrice. Una leggera brezza mi scompigliò i capelli, portando con sé l’odore buono della terra in germoglio sotto i miei piedi, misto al profumo antico dei forni a legna esalato dai camini delle case attorno. Tutto era diverso, anche il tempo scorreva lentamente; sentivo che ogni secondo apparteneva solo a me. Lo sentivo nascere e morire. E poi un altro. E un altro ancora. Elio si accostò silenzioso al mio fianco allungando un braccio sulla mia spalla, mentre io adagiai la testa sul suo petto; riempiti entrambi della luce di quel bellissimo tramonto, gli sussurrai:

- Grazie! -

Mi svegliai, era notte, la sveglia ferma sempre su l’una e un quarto. Mi alzai dal letto, la porta era chiusa e quando la spalancai mi ritrovai nuovamente nel mio presepe. Elio mi aspettava sul ciglio di un sentiero acciottolato. Era bellissimo, con la sua faccia serena e bambinesca, nel suo fulgido mantello; appena mi vide incurvò un sorriso incoraggiante. Mi prese ancora un’ultima volta per mano, e imboccammo l’angusta stradina verso la cima, laddove c’era la grotta illuminata. Intorno a noi sporgevano le pareti rocciose delle montagne, piene di anfratti e piccole grotte. Il sentiero era leggermente in salita e ad un certo punto si incurvò sotto un ponte. Le casette si annidavano lungo le pendici con i loro fienili, le stalle, varie officine e botteghe. L’aria della notte era resa ancor più frizzantina dal canto melodioso che Elio intonò lungo il tragitto. Al suo passaggio la strada era illuminata dal suo mantello, che liberando nell’aria migliaia di scintille, sembravano riversarsi sopra la mia testa come fiocchi di neve. Incontrammo un gruppo di pastori con un piccolo gregge che si accodarono taciturni al nostro seguito. Finalmente, insieme, arrivammo in cima. La grotta era delimitata da un recinto. Altri prima di noi erano arrivati, per cui faticai a farmi quel minimo di spazio per poter osservare. Intravedevo un uomo di mezz’età in una tunica di lana scura, alle spalle di una giovane donna inginocchiata con un copricapo azzurro, e gli occhi pieni d’amore rivolti verso il suo grembo. Ma non riuscivo a vedere Lui. Il Bambino per cui quella notte viene ricordata dal mondo da più di duemila anni. Allora mi inginocchiai e serrai le palpebre: se non potevo vederlo con miei occhi lo avrei visto con gli occhi del cuore.

- Il cuore – ripetei bisbigliando – Manca qualcosa…..Il mio cuore… –

Riaprii gli occhi piano, davanti a me la folla si diradò aprendo un varco che mi permise finalmente di vederlo.

Piccolo, fragile, deposto su un mucchio di paglia, avvolto in un panno di lana, bisognoso di cure come un neonato qualsiasi, ma che un giorno, avrebbe sacrificato la sua vita per la salvezza delle anime del mondo.

Pensai ai miei figli e le lacrime scesero copiose dai miei occhi. Le emozioni provate innanzi a quella meravigliosa scena, le parole caddero prive di senso, che solo il silenzio può descrivere.

Elio comparve al mio fianco.

- Sono l’una e un quarto, amico mio. Il tuo presepio è ora completo! -

Il massiccio orologio, che portò tutto il tempo al collo, smise di funzionare. Prese a danzare entusiasta disegnando giravolte nell’aria, poi rivolgendosi a me, disse:

- Tu ora sai la differenza tra credere di avere fede e avere fede per credere? -

- Si Elio, ora la conosco - mi fece un ultimo sorriso e si rialzò in volo elevandosi sempre più in alto. Il lungo mantello luminoso sembrava la coda di una cometa. Poi, ad un tratto capii. Lui era una cometa! Si elevò à un’altezza tale che divenne un puntino luminoso e lontanassimo, ma il suo lungo mantello discese come un fascio di luce, illuminando la grotta.

Grazie Elio.

24 dicembre, Vigilia di Natale. ore 08: 15

Appoggiato allo stipite della porta, osservavo estasiato la mia famiglia consumare la colazione… in carne e ossa!

- Perché te ne stai lì impalato? - chiese mia moglie inarcando le sopracciglia. Io, senza rispondere, mi avvicinai e premetti le mie labbra contro le sue, sotto lo sguardo divertito dei nostri figli. Dopodiché, uscii di corsa. Ero nervoso. Lungo il tragitto mi sudavano le mani. Cercavo di immaginarmi la loro reazione dopo anni di assenza, intervallata solo da sporadiche telefonate e visite occasionali. Quando parcheggiai davanti alla vecchia casa, per un attimo esitai. Coraggio, e suonai il campanello. Qualche secondo dopo, mia madre era davanti a me, sulla soglia dell’ingresso con occhi increduli. Non una parola uscì dalle nostre labbra; furono gli occhi a parlare per noi. Poi lei si gettò fra le mie braccia, e finalmente si sciolse in calde lacrime. Un momento dopo, sentii altre braccia cingere entrambi: era mio padre, che singhiozzando ci strinse in unico e intenso abbraccio.

Ancora una volta, le parole non servirono.

Quella sera, le nostre famiglie si riunirono. I miei genitori erano visibilmente imbarazzati dall’accoglienza festante di Alessandro e Luigino. Ma anche se parlavano poco, vidi nei loro sguardi stanchi, l’indicibile contentezza. Poi, a mezzanotte, tutti davanti al presepio per il tocco conclusivo: porre il Bambino nella mangiatoia. Compito che ogni anno aspetta rigorosamente ai miei due figli.

- Ora, è davvero completo! – dissi ripensando ad Elio. Sentivo che c’era. Portavo dentro la sua luce; la luce che mi avrebbe dato forza contro le ombre insidiose del mondo; contro le prove della vita in cui mi sarei imbattuto. Perché lui mi ha insegnato che i mali del mondo, lo affliggono e l’affliggeranno sempre; i mali non possono mutare, ma possono mutare gli occhi di chi li vede.

Oggi è Natale: il Natale del Signore, il mio Natale. E lo sarà domani; e dopodomani; e il mese prossimo. Perché ogni giorno abbiamo l’opportunità di nascere; di fare sempre la cosa giusta, comunque vadano le cose; di capire che la differenza tra una buona azione e una bella azione sta nell’anima e non nella sola coscienza; avere fede per credere che alla fine del sentiero, c’è l’eternità che ci aspetta.

Questo voglio insegnare ai miei figli sul Natale.

Ivan

Per i miei figli.

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