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Una storia di GaiaRicci

Questa storia è presente nel magazine Il Giglio e la Spina. Riflessioni di G.

L'odore delle Mandorle

Egli invece continuava a guardarla, le aveva detto di restare, eppure lei andava via.

Pubblicato il 22 gennaio 2018 in Storie d’amore

Tags: gabrielgarciamarquez odoredellemandorle preludiodiqualcosa

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Le piaceva l’odore delle mandorle, quelle che la nonna tostava per il dolce. Non riusciva ad aspettare, ne toglieva sempre una dal fuoco, per morderla, ancora per metà morbida.

Le piaceva che qualcuno le tenesse la mano, così all’improvviso, quando meno se lo aspettava e la stringesse per poi lasciarla andare. Era come dire, “sono qui, ma non ti tratterò per sempre”. Questo la faceva sentire sicura.

Le piaceva sbirciare le librerie altrui, prendeva un libro dopo l’altro e poi scombinava le posizioni e gli ordini. Così se qualcuno avesse provato a cercare un romanzo, avrebbe trovato un manuale storico, questo la faceva sorridere. E, magari, chissà nella ricerca del libro perduto, quella persona si sarebbe imbattuta in pagine ignote, le più appassionanti che avesse mai letto. Sì, anche questo le recava piacere.

Le piaceva accarezzare il raso dei vestiti, quella setosità sotto i polpastrelli era un piccolo vezzo che si concedeva, gli angoli della bocca si arrotondavano in un sorriso quasi impercettibile.

Le piaceva prendere un caffè, caldo e fumante, raccogliere con le dita i granelli di zucchero che ribelli erano saltati fuori dalla bustina, poi li gettava nella tazza vuota. Si alzava dalla sedia e lasciava sul tavolino una rosa, fatta con il tovagliolo. Era un pensiero carino.

Le piacevano i colori, li stendeva sulla tela con le mani, con gli arti, con le dita dei piedi. Li piaceva sentirli sul corpo e poi trasferirli su un altro supporto, solo così pensava di aver dato un qualcosa di sé.

Le piaceva svuotare gli armadi della persone anziane e vestirsi con tutti i loro vestiti, i cappelli a tesa larga, i guanti di seta, le gonne al ginocchio. Per lei non era vecchiume, era storia sulla sua pelle.

Le piaceva sentire la musica ad alto volume, dentro gli autobus. Si perdeva nei pensieri, nelle sue storie, avrebbe anche continuato la sua corsa all’infinito, quante volte si dimenticava la sua fermata! Guardava fuori da finestrino, la città che viveva, le persone che correvano chissà dove, le macchine che brulicavano per la strada, i palazzi che si estendevano per i viali, e lei lì, ferma ma comunque in movimento, perché era la sua testolina a viaggiare più veloce, più di un mezzo di trasporto, più del tempo che scorreva tra le vene di una città pulsante.

Le piaceva andare nelle stazioni dei treni e fingere di essere in partenza per qualche luogo lontano e sconosciuto, le piaceva pensare che qualcuno l’avrebbe fermata. Nessuno mai lo faceva, la guardavano, quello sì, ma non la vedevano. Finché in un tiepido mezzogiorno primaverile, qualcuno la vide.

Non è facile quantificare il verbo vedere, ma se è possibile scorgere la pura essenza di una persona da un semplice sguardo, si può dire che lui ci riuscì.

Guardò le mani sottili che si intrecciavano sul manico di una valigia rigida. La gonna alle ginocchia la rendeva anacronistica, ma il suo sorriso era moderno, dinamico, conscio di una speciale visione del mondo. Egli non riusciva a capire come ad una semplice occhiata riuscisse a recepire tali segnali. Si avvicinò, aveva degli occhi sognanti e malinconici.

<< Signorina, non parta..resti con me..>>.

Lei lo guardò, era un ragazzo scombinato. Aveva i capelli scombinati, la camicia scombinata, il cuore scombinato. Le sue parole erano state delicate, l’avevano toccata come una leggera carezza. Le venne un brivido.

<< Lo sa in realtà non devo partire..>>.

<< Ha una valigia, ha l’aria di chi aspetta..è in una stazione..>>.

<< E chi le dice che io stia aspettando un treno? >>.

Quelle parole gli arrivarono dritte in pancia, non sapeva neanche lui il perché. Una ciocca di capelli ramati le sfuggì dalla cloche, gli venne una gran voglia di sfilarle il cappello e di vedere il resto della chioma, non riusciva a smettere di pensarci.

Lei guardò l’orologio. << Devo andare..>>. Lo lasciò lì, insoddisfatto e impaziente. Se ne andò senza guardarsi indietro. Qualcuno l’aveva fermata dalla sua finta partenza. Era stato bello, ma lei viveva dei suoi piccoli piaceri, non voleva abbandonarsi a grandi passioni, credeva che non avrebbe retto al loro peso. Lo dimenticò.

Egli invece continuava a guardarla, le aveva detto di restare, eppure lei andava via. La gonna ondeggiava fra quei passi veloci, la valigia sembrava fluttuare nel vuoto, tanto era impercettibile il tocco di quella mano sottile sulla maniglia. Ripensava a quegli occhi malinconici, a quel sorriso dinamico, a quella ciocca ribelle che sfuggiva alla cloche. La sua immagine era entrata in profondità, dentro quel cuore scombinato, e lei neanche lo sapeva, o meglio, non voleva saperlo.

Passò una settimana. Per lei tutto procedeva come prima, sempre sazia dei suoi piccoli vezzi aveva già eclissato l’accaduto. Ma lui non riusciva a dimenticare.

La vide dalla vetrina di un caffè, intenta, con i piccoli polpastrelli attorniati da un alone bluastro, a raccogliere i granelli di zucchero sul tavolino. Il cuore gli balzò in petto, deglutì a forza, la bocca si era seccata immediatamente. Voleva entrare e dirle che aveva persino sognato di incontrarla di nuovo, ma si fermò a guardarla. La vide prendere il tovagliolo e con gesti attenti ed esperti dargli una forma. Era un fiore, forse una rosa, quella che lei stava per abbandonare sul tavolino. Non si pose domande. Decise di entrare.

Prima che lei potesse alzarsi dalla sedia, lui aveva preso posto di fronte a lei. In un attimo lei si ricordò dell’incontro alla stazione, il ricordo che aveva volutamente oscurato, le riaffiorò più luminoso di prima. Si accorse che uno strano piacere nasceva in lei, diverso da tutti quelli che giornalmente provava. Inizialmente ne fu irritata.

<< E’ un piacere rivederti..>>.

<< Devo andare..>>.

<< Una settimana fa ti ho chiesto di restare e non l’hai fatto..potresti fermarti qui per un po’..adesso, con me..>>.

Lo stupore di quella spudoratezza non la entusiasmava, la rendeva ancora più nervosa.

<< Non siamo in una stazione, ora non puoi chiedermi di non partire.. non credi sia diverso? >>

<< Posso comunque chiederti di non andar via..>>

Quei capelli scombinati gli scendevano sulla fronte e sopra le orecchie, erano dello stesso colore dell’ebano. Era un bel colore, pensò lei.

<< Cosa ci facevi in una stazione se non dovevi prendere nessun treno? Con una valigia poi..>>

<< Lo faccio perché mi piace farlo..vivo di piccole passioni..non capita anche a te di averne? >>

<< Per me è diverso.. la mia passione sei tu.>>

Una settimana fa l’aveva accarezzata con le parole, ora sembrava l’avesse quasi strattonata, come se l’avesse presa con forza, con un ardore che prima non aveva mai conosciuto.

Lui non si pentì di quelle parole, eppure non si capacitava del fatto che fossero uscite dalla sua bocca. Lei gli faceva perdere la testa, era evidente.

Lei si alzò dal tavolo, non sapeva come quel ragazzo le provocasse una gran voglia di fuggire. Lui la seguì e le prese la mano, la stringeva forte. Lei sentì una sensazione calda partire dall’unione di quelle mani. Poi la lasciò andare, era la seconda volta che quel ragazzo scombinato dava sfogo ai suoi piccoli piaceri, facendoli diventare fuoco vivo. << Posso almeno rivederti..>>.

<< Dipingo..>>. Lui la guardò sorridendo, come poteva aiutarlo con una simile risposta?

<< Dove e quando? >>.

<< Ogni mercoledì e venerdì, nei sotterranei della galleria d’arte..>>.

Non poteva reggere ancora quegli occhi scuri che le frugavano il cuore, cercavano posto lì dentro, volevano rimanerci per poi non andarsene più.

Lui non riuscì a dire nient’altro, lei era già andata via, e con quel passo veloce attraversava il viale adiacente al caffè.

Scese le scale velocemente, tanto da arrivare alla porta del sotterraneo con il fiatone. Ma appena aprì l’uscio e la vide il respiro si stoppò, per poi riprendere il suo normale andamento. I suoi capelli erano costretti un ampia treccia laterale, che le arrivava fino al seno sinistro. Adesso poteva vederli, ne derivò una grande soddisfazione. Erano belli.

Era scalza, e aveva piedi e mani sporchi di tempera. Il maglioncino corto, lasciava intravedere una striscia di pancia, poi questa veniva coperta da un jeans a vita alta. Avrebbe voluto sfiorale quel filo di pelle.

<< Vieni..>> gli disse e lui si avvicinò alla sua amabile figura. << Prova..>>. Gli indicò i barattoli con i colori. Egli non sapeva dipingere, ma non si scoraggiò. Prese un pennello e lo intense di rosso. Lei lo guardò contrariata. << No.. devi fare così..>>. Gli prese una mano, lui voleva che quel tocco non finisse mai, ma dalla bianca carne di lei, passò alla liquida densità del colore.

<< I colori devi sentirli..e poi guidarli sulla tela..>>.

Lui passò la mano su quell’enorme foglio immacolato, fece un segno indefinito. Lei rise. Quel suono gli entrò dentro e accese in lui la passione, quella voglia di lei che non lo abbandonava mai.

Tornò ai barattoli, e immerse di nuovo la mano. Scelse di nuovo quel rosso acceso, ma questa volta si diresse verso di lei. << Lo senti? >> fece una linea color sangue sulla sua guancia.

Lei si sentì quasi corrodere da quel tocco. Si limitò a fare cenno di sì con la testa.

Egli le passo il pollice sporco di tempera per tutta la lunghezza delle labbra, le premette con audacia tingendole di rosse. Lei chiuse gli occhi e cominciò a tremare. I suoi piccoli piaceri non valevano questo. Le piaceva sentire e vivere ogni cosa, ma niente coinvolgeva in quel modo ogni fibra del suo corpo.

<< Voglio che mi cerchi tu ora.. lavoro in una libreria, di fronte alla stazione..>>.

Fece un grande respiro, cos’era tutta quella agitazione? Non poteva essere la semplice insegna “Libreria” a sconvolgerla così tanto, ma il pensiero di quel ragazzo che passeggiava fra gli scaffali la elettrizzava. Spinse la porta di vetro e il campanellino rese nota la sua entrata. Non voleva essere annunciata, questo la infastidì. Si nascose dietro uno scaffale, tra l’odore della carta e del legno delle mensole, distinse un aroma a lei tanto caro. Era il profumo delle mandorle che le solleticava le narici. Spostò un libro e sbirciò da quella piccola fessura. Lo vide mentre sgranocchiava un dolce alle mandorle, chissà come sarebbe stato il sapore attraverso le sue labbra. Si grattava la testa pensieroso, scarmigliando ancora di più i suoi capelli d’ebano. Aveva sentito il campanello, era alla ricerca di un cliente con lo sguardo, ma non lo trovava.

Mentre lei era intenta a riporre il libro in una diversa posizione, incastrandolo fra altri romanzi, così come le piaceva tanto fare, perse la figura del ragazzo. Non riusciva più a vederlo attraverso la fessura. Però riusciva a sentire il dolce odore delle mandorle avvicinarsi sempre di più, le sembrava quasi di averne alcune sotto mano, e poterle mordere in libertà.

Si voltò e lo vide sorridente, con qualche briciola agli angoli della bocca.

<< Volevi nasconderti da qualcuno? Strano posto una libreria per farlo..>>

Non riusciva a stare dietro alle sue parole, pensava solo al sapore delle mandorle su quelle labbra.

E fu così che decise di assaggiarle.

Arrivò prima la durezza delle labbra, che premevano vogliose, poi queste si aprirono nella morbidezza del bacio. Lei fu inebriata dal gusto corposo delle mandorle, ma ciò che più la scosse fu il sapore di lui, che le entrava dentro senza chiedere il permesso.

Lei si accostò all’angolo della bocca di lui, e raccolse con le labbra semiaperte le ultime briciole che riposavano su quella grinza di pelle. Egli impazzì di desiderio, se avesse potuto l’avrebbe presa lì fra i suoi libri, fra quegli scaffali polverosi, tra un romanzo realista ottocentesco e un trattato filosofico greco. Ma sapeva che avrebbe rotto tutto, avrebbe spezzato quel filo che li univa, che inspiegabilmente li conduceva l’uno all’altro, senza pretese né aspettative. Tutto era guidato dalla passione di lui che si congiungeva ai piccoli piaceri di lei. Le accarezzò i capelli che tanto amava.

<< Ho un pezzo di quel dolce sul retro, lo vado a prendere..>>.

Lei sorrise. Ma quando lui si avvicinò alla porta sul retro la colse la paura. Il solo pensiero che quel gioco potesse finire la stava uccidendo. Lei che era sempre bastata a sé stessa, che si circondava di piccoli vezzi. Ma lui acuiva ogni sensazione, trasformava quelle semplici gioie in passione pura. Persino le mandorle avevano un sapore migliore sulla sua bocca. Si poggiò le dita sulle labbra, erano ancora calde.

Voleva di più, lo doveva a sé stessa. Si girò sullo scaffale dei classici e cominciò a scombinare i libri, che erano stati attentamente posizionati in ordine alfabetico. Prese il “Il Piacere” di D’Annunzio e lo scaraventò in ultima fila, ne era sicura, quel piccolo scherzo avrebbe condotto lui ad uno dei suoi libri preferiti. Vi scrisse sopra, si guardò indietro furtiva e fuggì via.

Egli sentì il campanello della porta, lasciò cadere il dolce a terra per precipitarsi a fermarla. Perché lo costringeva a tale agonia? Non sapeva neanche il suo nome, eppure, la sentiva scalpitare dentro, gli infondeva tanti colpi bassi, ma poi gli scioglieva persino il cuore.

Guardò dalla vetrata, era già andata via. Fisicamente era svanita, ma il fuoco che gli aveva lasciato sotto la pelle bruciava ancora, come un ossesso.

Era inutile tornare alla stazione, la sua gonna lunga e la sua cloche color malva non c’erano più.

Alla galleria nessuno sapeva di lei, non la vedevano da una o due settimane.

<< Parli di Anne? >>. Appena sentì quel nome pensò a quei capelli ramati, che solo una volta aveva passato fra le dita. Anne. << Quella lì è tutta matta..lasciala perdere!>>.

Non si fece scoraggiare dalle parole di quell’uomo. Sapeva solo che Anne era la sua passione e non l’avrebbe mai lasciata andare.

<< Buongiorno>>.

<< Buongiorno signora, desidera? >>.

<< Avrei bisogno di un classico italiano, avete “Il piacere” di D’Annunzio? >>

<< Oh, ma certo! Proprio lì sullo scaffale dei classici, sono tutti in ordine alfabetico, lo troverà senza difficoltà! >>

La donna guardava, contava, ma qualcosa le sfuggiva. Non riusciva a capire come al posto di D’Annunzio si fosse trovata tra le mani Marquez. Erano o no in ordine alfabetico?

<< Mi scusi ma questo libro è proprio introvabile, come mai al suo posto c’è questo? >> e sventolava “L’amore ai tempi del colera” con il viso contrito, di chi ha fretta e non vuole perder tempo.

<< Mi faccia vedere.. è impossibile, sono tutti ordinati perfettamente!>>.

Prese Marquez e sentì una scossa che lo riportò a qualche settimana fa. A quello strano incontro, alla sua mano che stringeva forte dentro uno stupido caffè, alla tempera rossa sul suo viso, a quelle labbra di mandorle. Non sentiva la voce stizzita della signora, che decantava D’annunzio e la sua concezione del piacere. Come faceva a dare ascolto a quelle parole, quando la sua vera passione era affiorata con così tanta violenza? Aprì la prima pagina. La prima cosa che lesse fu il suo nome, “Anne”, che scrittura a zampa di gallina, pensò.

“ Questa volta parto veramente, non fingerò di essere fermata.. non ascoltare D’annunzio, non sa cos’è la passione, ma questo libro la racchiude in ogni singola parola..”.

Lasciò la signora sola nella sua libreria, non gli importava delle sue urla. << Ma dove va? Che comportamento è mai questo?>>.

Lui non poteva accontentarsi di un libro, lui non bastava a sé stesso, non viveva di piccoli piaceri come lei. Viveva di lei.

Arrivò alla stazione, che stranezza era mezzogiorno, come la scorsa volta.

Si era portata un piccolo nastro di raso, lo passava tra pollice e indice per tutta la lunghezza. In precedenza quel piccolo gesto l’avrebbe calmata e rasserenata da ogni pensiero, ma questa volta era diverso. Perché si opponeva in questo modo? Erano le 12:00, il treno sarebbe presto arrivato.

Prese la valigia con quel suo solito tocco leggero, sembrava stesse stringendo porzioni di etere. Una folata di vento le sfilò la cloche dalla testolina rossiccia. La vide rotolare per la stazione, tra i bagagli e i piedi veloci e distratti dei pendolari. Dannazione.

Era appena uscito dalla biglietteria, quando qualcosa attirò la sua attenzione. Quel cappellino, sì era proprio lui, lo avrebbe riconosciuto fra mille. Lo prese in mano, un piccolo capello ramato si era attaccato al feltro. Era lì.

La vide da lontano : la sua gonna a pieghe blu si restringeva e allargava come una fisarmonica, ad opera di quel vento birichino. I capelli erano liberi e scendevano come onde color sangue su quelle spalle esili. Lui, il ragazzo dai capelli e dal cuore scombinato, non poteva lasciarla andare. Sapeva che la sua passione l’avrebbe divorato, sapeva che lei gli avrebbe fatto del male, ma come tirarsi indietro ora? Ora che tutto la conduceva a lei? Sapeva che non sarebbe mai riuscito a ingabbiarla, le passioni non si vincolano, si lasciano vivere.

<< Avevi detto che non volevi più essere fermata, ma non hai fatto alcun riferimento al fatto che io partissi con te..>>.

Lei sorrise, di nuovo.

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