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Una storia di MirianaKuntz

La cornice sul letto

Io, tu, e lei.

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Pubblicato il 02 gennaio 2018 in Storie d’amore

Tags: amore dolore io lei tu

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Mi sono chiesta per tanto tempo cosa avesse lei che io non ho. Ho guardato intorno e poi al centro, ho visionato ogni grammo dei suoi capelli e ogni scintilla dei suoi occhi, le ho guardato le mani e poi le spalle, l’altezza uguale agli altri, i capelli biondo spento. Le ho guardato i fianchi stretti, la bocca piccola, ho fatto caso al suo modo di parlare, alle sue idee precise sul mondo, alla sua camminata e ai suoi progetti di vita. Ho fatto caso alle sue foto sul comodino, che intanto parlavano di te, di voi.

Ho guardato i sorrisi precisi che gettava nell’aria ogni volta che l’accontentavi, il modo in cui si sentiva protetta ogni volta che usavi la parola –noi- al posto dei nomi messi vicini, di come se qualcuno le dicesse una parola di troppo, sentissi il dovere di difenderla. Ho guardato quella confortevole bolla di sapone e acqua in cui la vostra vita si rifugiava, e si stringeva se i problemi spingevano forte.

Seduti vicini, su un treno di ferro vecchio. Impauriti a volte, e a volte invece sfrontati, buttati in un mondo diverso, senza pensarci nemmeno troppo. Troppo coraggiosi da essere incoscienti, troppo incoscienti da sventolare coraggio.

Ho poi guardato le sue braccia che pendevano sul tuo corpo, e i suoi desideri che si scontravano spesso coi tuoi. Ho visto nei suoi passi i passi che avrei dovuto fare io. Nelle strade che imboccava, le strade che io non sono riuscita a trovare. Nelle sorprese che riceveva, nei regali che scartava, ci ho visto l’involucro grigiastro delle cose che a me non erano mai state date.

Ho sbattuto contro lo specchio dei miei pensieri ogni volta che con rabbia mi dicevo che io non ero stata brava abbastanza, che non avevo la sua faccia, non avevo le sue idee, e che casa sua, non sarebbe mai potuta essere casa mia.

Allora d’un tratto ho capito che non era lei, era come tu guardavi Lei.

Come quando la vedevi piangere e le correvi incontro, come quando se lasciava il piatto pieno ti preoccupavi per farle da mangiare. Come quando di notte si addormentava accanto a te sul buio silenzioso di quattro mura piccole piccole, incartate su sè stesse, che a me sarebbero bastate comunque.

E capivo, che non era lei ad essere migliore di me, ma che forse era il pensiero che avevi tu di lei, che mi rendeva nulla.

Il vostro peso specifico mi risucchiava l’aria dai polmoni come una pompa che tira aria e inietta veleno. E ogni volta che mi dicevi –resta- mi sembrava solo un modo carino per non cacciarmi via. E ogni volta che sembravo essenziale, lei dall’altra parte del letto si addormentava accanto a te. E ogni volta che speravo che tu mi sognassi, temevo che il sogno venisse spazzato dall’odore del caffè al mattino, e ogni volta che quasi mi convincevo che –io ero la scelta giusta- tu restavi fermo nel tuo punto confortevole, quello col tetto e la balaustra, e non saltavi.

Mentre io saltavo giù, tutta da sola.

Ogni volta mi schiantavo sulla gola profonda delle mie paure, urtavo la fronte, e perdevo i sensi. Mi sentivo le ossa maciullare dai pettegolezzi che gridano sempre – che ti aspettavi?- e tiravo su col naso un sangue invisibile che ti riempie il cervello di germi che non muoiono mai.

Mentre io tentavo di risalire, tu e lei mi guardavate dall’alto, sfiorandovi le ossa delle dita, come a volervi accarezzare ma con un po' di paura. Allora mi lasciavo cadere, all’indietro, fino a svanire. Fino a non toccare più detriti e rocce spigolose, fino a cadere nell’imbuto del niente, che ti spinge a dormire.

E mentre dormi, non senti più niente, nemmeno il dolore.

E mentre tento di raggiungere un sogno di vapore e colori, la vostra foto sul comodino mi rimbalza alla tempia.

Graffia, come un gatto impazzito, che vuole far male.

Trattengo il grido, ma è come affogare.

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