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Una storia di alessandrogalperti

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Martini Dry

Dove tutto iniziò

Pubblicato il 13 luglio 2017

Sono nato a Chester, in prossimità del confine inglese con il Galles. Mio padre, un uomo di un’affabilità assai rara al giorno d’oggi, era una macedonia di origini razziali: cittadino svizzero, possedeva antenati italiani e austriaci, con alcune lontane gocce di Reno. Nella sua vita cambiò varie volte occupazione, fino a quando non conobbe mia madre e si stabilì con lei, avviando una proficua carriera commerciale nell’importazione di sete pregiate dalla Persia, in società con il cugino. Grazie al suo acume per gli affari, sterzato solamente da precarie condizioni di salute che non fecero che peggiorare con il passare degli anni, mise da parte una discreta fortuna che consentì alla nostra famiglia una vita più che dignitosa in un quartiere borghese nel nord della vivace cittadina. Mia madre, figlia di umili operai, aveva remote origini ebree. Frequentai le scuole locali dove prematuramente diedi mostra delle mie particolari abilità di dialettica, cosa che mi permise di usufruire di una borsa di studio per laurearmi a pieni voti, all’età di ventiquattro anni e tre mesi, nel celeberrimo Trinity College di Dublino. Appena terminati gli studi aiutai mio padre principalmente occupandomi della gestione delle finanze, ma l’occupazione non mi aggradava e decisi di optare per la più naturale strada figlia delle mie doti nonché dei miei studi: l’insegnamento. Girovagai per anni come assistente nei vari atenei inglesi, poi europei, finché non ottenni il ruolo di professore accademico regolare presso un’antica università parigina. Nel breve periodo trascorso qui conobbi Annabel, la ragazza da cui tutto iniziò. La vidi per la prima volta durante una cena nell’opulente villa dei Chesterfield, mecenati delle squadre sportive studentesche nonché principali finanziatori. Se ne stava seduta nel mezzo della folla alternando risate forzate ed eccessivamente affettate a momenti di vacua contemplazione della sfarzosa sala da pranzo, strabordante di calici di champagne e giovani camerieri in livrea. Così come un pratico cacciatore è capace di fiutare ed individuare a pelle la miglior preda, solo uno sguardo attento ed allenato come il mio avrebbe potuto scovare una simile ninfetta tra il marasma della folla. Quegli occhietti mansueti ricordavano nel loro castagno intenso l’inconfondibile colore degli ulivi che si stagliano lungo le solitarie spiagge di Tangeri durante le fresche estati, colmi di quella giovane ingenuità tanto adorabile quanto immancabilmente presente nelle eteree ninfette. I suoi capelli mori cadevano armoniosamente sulla schiena, quasi ad esaltarne le forme ormai mature dietro alle quali si celavano i tratti fanciulleschi di una giovane donna. Il vestito rosso rubino, accuratamente stretto in vita, cadeva perfetto lungo le sottili e vivaci gambette perlacee che chiudevano l’incantevole quadretto. Ricordo ancora il tanto breve quanto intenso fremito di gratitudine che ebbi in quell’istante non tanto per l’aver scovato una simile bellezza, soprattutto per l’essere stato in grado di coglierla celata dietro alle mille maschere che la vita mondana ci impone di indossare. Per un uomo comune, immune al senso più profondo della bellezza, tutto ciò è pura farneticazione, pura ricamatura poetica fine a sé stessa. Probabilmente, anzi che dico, sicuramente anche lei è ingenuamente ignorante del suo potere intrinseco; non può minimamente sospettare del dono che madre natura le diede, anch’essa inconsciamente. Mi sentivo l’unico realmente consapevole di tutto ciò, l’unico omnisciente osservatore di una realtà comprensibile solo per alcuni rari adepti depositari di un potere senza eguali. Osservavo i miei pensieri con sentimento vissuto, vagamente malinconico, mentre l’euforia iniziale della scoperta andava lentamente morendo allo stesso modo nel quale in un bambino si spegne il fremito per un regalo di Natale con il passare del tempo. Annabel reggeva sinuosamente, con una flebile presa di polpastrelli, il trasparente Martini sui cui bordi si potevano intravedere minuscole goccioline di condensa prova dell’accurata attenzione del barista nel preparare canonicamente i cocktail, espressione dell’assoluta sofisticatezza dei Chesterfield. Piccoli dettagli come l’appurata illuminazione della sala (soffusa al punto giusto senza causare eccessivo torpore, in particolare nelle ore più piccole) o l’accostamento cromatico fra le varie pietanze e i merletti della fine tovaglia, non erano mai dati al caso. Pensai velocemente ad altre decine di esempi come questi e non potei fare a meno di lasciarmi scappare una sarcastica risata di compassione. Quante persone perdevano il loro tempo nei dettagli più futili tralasciando le bellezze della vita. Pregai in cuor mio di non diventare mai come gli azzimati anziani della sala, rinchiusi fra sterili disquisizioni sull’ultima partita di cricket e le quotazioni del granoturco, dominati da un’ipocrisia così radicata da divenire parte del quotidiano. Mi avvicinai al folto gruppo di Annabel, che la circondava come se fosse una carogna, con la scusa di un old fashioned. Feci uno sbrigativo gesto al barista, il quale credo da un sottile ghigno abbia capito le mie intenzioni, recondite solo per chi non può capirle. La nostra razza, solitaria e silenziosa, è più folta di quanto si possa pensare. Fortunatamente conoscevo di vista Wilson, un simpatico giovane che stava conducendo la conversazione. Lo salutati con un rapido cenno della mano accompagnato dall’ottimo sorriso, abilmente perfezionato negli anni, che ero solito sfoggiare per rompere il ghiaccio. Fu lui a presentarmi cordialmente agli altri ospiti, che salutai educatamente con una tenace stretta di mano. Quando fu il turno di Annabel intravidi nei suoi occhi un leggerissimo bagliore, al che mi balugino immediatamente l’idea di aver commesso un madornale errore di valutazione. Aveva forse capito tutto, smascherando le mie reali brame? Era forse già psicologicamente una donna, senza l’ingenuità tipica della fanciullezza, celata dietro un incantevole corpo di ninfetta? Mentre queste domande si facevano eco nella mia mente, riservai a lei lo stesso identico trattamento di cortesia dato agli altri presenti. Una poderosa stretta di mano, un sorriso elegante e vissuto. La giovane fanciulla mi mostrò un classico sorriso di cortesia, mentre con gli occhi socchiusi scrutava elegantemente il suo interlocutore. Dio, quale bellezza, quale grazia immonda si celava dietro quel sinuoso corpo da Afrodite. Mi unii in modo discreto alla conversazione rispettando le regole del gioco e adeguandomi al contesto. Philippe, un giovane particolarmente conosciuto per i suoi successi nell’equitazione locale, disquisiva ironicamente sull’ultima sua corsa, senza nascondere una nota di sprezzante vanità. Rimanevo con la testa leggermente inclinata e uno sguardo leggermente assopito ad ascoltare, o meglio a cercare di ignorare le incredibili iperboli di Philippe. “Straordinario piazzamento”, “eccezionale risultato”. Pompose espressioni come queste accompagnavano il grottesco giovine nel suo, penoso e palesemente fallito, tentativo di risultare divertente. I miei occhi continuavano, nonostante la mente tentasse di frenarli per non apparire indiscreta, a ballonzolare dalle parti di Annabel, scrutando minuziosamente ogni suo più piccolo dettaglio.

Devo ammettere che la mia vita fu condizionata in modo massiccio e oggettivamente esagerato dall’influenza magica che le donne avevano su di me, fin dai caldi pomeriggi estivi che fecero da scenario alla mia adolescenza. Croce e delizia delle mie notti insonni, furono la maggior causa di turbamento emotivo e al contempo mezzo per esprimere al meglio la mia arte. Ero sempre stato convinto che solo in esse potesse risiedere la massima forma di bellezza possibile, la migliore delle combinazioni che la natura potesse offrire, rendendo spesso incredibilmente inconsapevole tutto ciò per le depositarie di questo dono. Avevo sempre avuto la certezza che solo pochi individui, incredibilmente fortunati e al contempo colpiti da una sciagura senza eguali, potessero cogliere l’aspetto più profondo dell’arte cioè la bellezza che solo le donne potevano avere.

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