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Una storia di LuigiMaiello

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Tu chiamale, se vuoi, emozioni.

Pubblicato il 27 dicembre 2016

Ormai non ci stupiamo più di niente,

tutto ci sembra scontato e ripetitivo, oppure, quando non lo è, non ci sembra comunque niente di speciale.

Per questo siamo alla ricerca continua di emozioni, ma non ci guardiamo bene intorno, in una rincorsa al sensazionalismo che ci ha abituati a un finto stupore: così facciamo finta di meravigliarci di fronte a qualsiasi cosa, ma nel contesto attuale, in realtà, tutto è conosciuto, globalizzato ed omologato.

Forse, per tornare a provare emozioni, sarebbe necessaria una fuga dalla realtà. O forse no.

Un tempo tutto ciò era compito dell’arte, che doveva emozionarci e stupirci, ma oggi, anch’essa, ci riesce ben poco.

Scappare via, ma da cosa? E in che modo?

Potremmo iniziare a viaggiare. Il viaggio incarna perfettamente quell’idea di libertà, che, portata all’estremo, può anche diventare nomadismo.

Oppure potremmo iniziare a provare dissenso e rifiuto nei confronti di una società in cui tutto è codificato, in cui tutto ha un nome, in cui a farla da padrone sono soprattutto i nomi di marchi e brand globali.

Michel Foucault, per sottolineare il carattere codificato e arbitrario del linguaggio, sosteneva che “i nomi non sono le cose”.

Aveva ragione, ma i nomi poi, sono, in sé, cose, perché sono segni dotati di concretezza e sono merci, anzi, oggi i nomi sono le merci più preziose e rispondono soprattutto a due bisogni innati dell’uomo: quello dell’appartenenza e quello dell’identità, che, può sembrare strano, ma non esistono uno staccato dall’altro.

“Io sono, perché noi siamo”, recita un proverbio africano, perché ognuno non può essere definito, se non in relazione agli altri.

A tal proposito, il docente di semiotica Paolo Fabbri dice:

“La moda dà a tutti quanti l’impressione di essere assolutamente personali e insieme uguali, parti di un tutto”.
Dal film "Essere John Malkovich"

In realtà per prime le aziende cercano continuamente di emozionarci, sfruttando anche la grande mole di dati (Big Data) che hanno a disposizione, e che possono utilizzare per creare le più appropriate “connessioni emotive” con il potenziale acquirente, che a quel punto può essere coinvolto e legato quanto più possibile alle offerte, che gli sarebbero comunque piaciute.

E se qualcuno urla al Grande Fratello”, oppure riprende in mano “I persuasori occulti” di Vance Packard, bisogna ricordargli che oggi siamo nell’era in cui c’è la massima interazione possibile tra domanda e offerta.

Oggi i consumatori non sono più quelli a cui si riferiva Henry Ford nella prima parte del secolo scorso quando diceva che i clienti potevano avere la Ford Modello T di qualsiasi colore volessero, purché nero.

Oggi i consumatori sono informati, cinici e infedeli.

Grazie ad Internet e ai dispositivi mobili sono sempre connessi e questo permette un controllo sull’offerta senza precedenti: i consumatori confrontano, scelgono, e, se vogliono, rimandano l’acquisto a quando gli sarà più conveniente.

In un certo senso la situazione è all'opposto, sbilanciata a favore della domanda.

Ma torniamo al nostro problema di partenza.

C’è più bisogno di emozionarci o di meravigliarci oggi?

Bisogna toccare più il cuore o il cervello?

Non ho risposte risolutrici per queste domande, ma posso provare a capire cosa è mancato.

Forse a mancare è stata la dolcezza semplice di un sorriso o di uno sguardo, ma anche il profumo di una casa in cui entri e senti ancora lo spirito delle persone che vi hanno abitato. Forse non siamo più curiosi nei confronti di una storia semplice: quella della vita altrui, raccontata con calma, prendendosi tutto il tempo necessario, e anche di più.

Oppure manca una stretta di mano, una di quelle forti, in cui riconosceresti una a una tutte le linee, la sentiresti dura e ruvida, così capiresti che quella mano porta con sé tante fatiche. Quella stretta di mano ti direbbe tante cose, anche più di una lunga chiacchierata.

Ci siamo abituati troppo a un finto stupore, costruito e artificiale.

Bisognerebbe ripartire da ciò che ci sta intorno, da ciò che vediamo nascere e crescere vicino a noi: da un bambino che corre e si sporca in un prato, che magari cade e piange, ma le sue sono lacrime che lasciano presto spazio a un sorriso appena il padre lo aiuta a rialzarsi; da un bocciolo di rosa che a poco a poco si apre e lascia il suo profumo nell'aria; da dei fiori bianchi e rosa che al momento giusto diventano ciliege rosse da strappare al gambo, portando la mano verso la propria bocca, e viceversa.

Abbiamo perso qualcosa che fa parte di noi, ma che siamo costretti a recuperare,

Tu chiamale, se vuoi, emozioni.

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