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Una storia di lisa1949

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Il nonno, il mare e i ricordi

le mie prime vacanze

Pubblicato il 05 agosto 2017

Come potrei non amare il mare? È il mio elemento naturale, nonostante sia nata a Torino.

Il nonno, per primo, me ne ha parlato, poggiandomi all’orecchio una grande conchiglia.

«Cos’è questo suono?» gli chiesi incuriosita.

«É il rumore del mare.» rispose sicuro. Lo guardai dubbiosa. Quattro anni o poco più, stimolata a riflessioni profonde: era l’età dei perché.

«Come mai sta chiuso lì dentro?» esprimendo qualche dubbio sul fatto.

«Così non lo dimentichiamo quando ne siamo lontani.» spiegò con la consueta calma che lo caratterizzava, riuscendo ad attirare la mia attenzione.

«Quanto è grande il mare, nonno?» le domande a catena presero ad uscire senza interruzione dalla mia testolina, affascinata da un qualcosa di cui scoprivo l’esistenza, anche se in modo astratto.

«Lo voglio vedere e toccare questo mare, mi porti?» conquistata dai suoi racconti, avevo deciso di fare la conoscenza di questa meraviglia che porto nel DNA, dato che mamma e nata in Crimea.

Qualche tempo dopo, erano i primi giorni di agosto, salimmo sul treno alla volta di Sanremo, dove mia madre aveva prenotato due stanze in un piccolo Hotel a ridosso della spiaggia.

Scendemmo dal treno che era quasi ora di pranzo. Ammirai estasiata l’immensa distesa azzurro intenso che mi si presentava di fronte. Ero emozionata da trattenere il fiato.

Il riverbero del sole era forte e mi faceva lacrimare gli occhi. Percepivo un insolito profumo nell’aria. I giardini erano colmi di fiori dai mille colori. Le palme dominavano imponenti i viali.

Il pelo dell’acqua, lievemente increspato, pareva un cielo al contrario: vi riflettevano migliaia di luci sparse, simili alle stelle della notte di San Lorenzo.

«Lo vedo quanto è grande, finisce laggiù» indicai l’orizzonte, mentre il nonno, sorridendo, mi spingeva garbatamente nel ristorante dell’albergo.

Finalmente, dopo un buon pasto con le specialità liguri, convinsi il nonno a condurmi sulla battigia. Saltellavo euforica, nonostante la ghiaia che caratterizzava l’arenile, fosse piuttosto dolorosa al contatto con i miei piedini. Nonna, ci raggiunse preoccupata per gli effetti del sole sulla mia testa riccioluta. In un minuto, formando un nodo per ciascuno dei quattro angoli di un grande fazzoletto, improvvisò un copricapo alquanto buffo. Poi tornò in camera per il consueto “sonnellino”.

«Cosa c’è dove finisce il mare, nonno?» lo volevo sapere, la mia immaginazione non riusciva a vedere oltre quella linea misteriosa.

«C’è dell’altro mare, non finisce lì dove ti sembra, continua ancora.» come se fosse la cosa più facile da far capire a una bambina.

«Continua? E perché allora non lo vedo?» Certo, non avevo ancora imparato che la terra fosse rotonda, quindi non mi capacitavo che una distesa marina tanto grande, non avesse un limite, una fine riconoscibile.

«Continua fino a dove? Cosa c’è dall’altra parte?» Insomma, sino a lì c’ero arrivata. Pensavo a un sacco di cose, mentre nella testa mi frullavano strani pensieri.

Appoggiammo sulla riva alcuni teli da mare e mi sedetti a contemplare il blu profondo dell’acqua, mentre un paio di gabbiani sorvolavano la nostra postazione.

Mi sentivo bene, respiravo quella lieve brezza che sapeva di buono e provavo una sensazione di allegria. Giocherellai con i sassolini che avevo intorno, dividendoli per varietà di colore: grigio scuro, medio e bianco. Poi li disposi formando tre file ordinate. Nonno osservava silenzioso

Poco dopo mi avventurai sul bagnasciuga, scappando divertita a ogni piccolo maroso, temendo divorasse i miei piedi.

«Coraggio, vai avanti ancora! bagnati i piedi e le gambe.» incitava lui per spezzare la mia titubanza.

«Davvero posso? È un po’ fredda, ma è bellissimo qui.» gli strillai, felice di quella conquista.

Si avvicinò alla riva per avermi sotto controllo. Aveva arrotolato i pantaloni chiari su, sino sotto il polpaccio, per evitare si bagnassero con gli schizzi d’acqua salata.

«Sciacquati le gambe e le braccia, altrimenti ti scotterai con questo sole.» mi suggerì preoccupato per il mio colorito, che stava assumendo il rossore di un gambero. Poi decise di togliermi il vestitino leggero e lasciarmi con le sole mutandine.

«Così sono nuda! Mi vergogno io.» gli dissi coprendomi il petto con le mani.

«Di cosa ti devi vergognare, sei una bambina, pensa a divertirti!» mi rassicurò.

Mia madre ci raggiunse di lì a poco con una crema fluida e prese a spalmarla sulla mia pelle..

«Sei già tutta rossa, ti senti bruciare?» chiese, in ansia per la reazione della mia carnagione delicata..

In effetti sentivo la pelle “tirare”, come pungolata da misteriosi e invisibili aghi finissimi.

Nonno aprì l’ombrellone, consigliandomi di rimanere all’ombra, e mamma mi mise addosso una maglietta bianca.

Tutti che si preoccupavano per me, ma a me interessava solamente conoscere meglio quel mare che mi affascinava tanto.

Lontano osservai una grande imbarcazione spostarsi lenta, per poi svanire dalla mia visuale.

«Come può stare sull’acqua una barca così grande?» mi incuriosii.

«Anche le navi galleggiano, è calcolato dagli ingegneri che le costruiscono.» cercò di spiegare.

«Ma noi non camminiamo sull’acqua, affoghiamo se non sappiamo nuotare.» ero dubbiosa.

«Eppure io sono stato su una di queste grandi navi, quando ero un bambino come te.» mi raccontò.

«Davvero? e dove sei andato? non avevi paura?» le domande partirono a raffica, per me una sorprendente avventura.

«Insieme con i miei genitori e i miei tre fratelli, verso la fine del 1800, ci siamo imbarcati per il Venezuela.» si commuoveva nel raccontare.

«E dov’è questo posto? perché siete andati lì?» effettivamente, per una bambina curiosa come ero io, trattenere le domande era impossibile.

Cercò di spiegare che erano partiti con i genitori, giovanissimi, alla ricerca di un lavoro. In Italia c’era la crisi. Insomma, l’America era diventata il sogno di molti e la raggiungemmo con estenuanti sacrifici.

«E poi?perché siete tornati qui? Non vi è piaciuto quel paese?» vedevo il nonno con gli occhi lucidi.

«Sapessi quante storie potrebbe raccontare il mare.» spiegò ancora «Drammatiche o gioiose, antiche. Una volta i commercianti si spostavano via mare per vendere i loro prodotti.»

«Perché siete tornati me lo dici?» insistetti, nonostante il nonno volesse evitare di rispondere.

«I miei genitori si sono ammalati di colera, purtroppo: sono morti.» trattenne le lacrime, ingoiando il nodo che gli serrava la gola.

«Poverini! E voi siete tornati con chi?» non mollavo, volevo sapere tutto.

«Siamo tornati con uno zio, che ci ha ospitati sino a che siamo diventati grandi.» lo sguardo rivolto lontano, all’orizzonte..

Compresi che aveva bisogno di un momento di quiete, lo avevo aggredito con i miei perché.

«Sei triste adesso, nonno?» gli chiesi provando rimorso.

«No, sono felice insieme a te, che mi ricordi gli eventi e le avventure della vita.» lo disse regalandomi una carezza. Io ricambiai abbracciandolo forte.

«Hai ragione, questo mare ha tanti segreti nascosti. Mi racconterai quelli che conosci?» ero stanca e sentivo le palpebre pesanti.

«Certo che lo farò! Ogni volta che vorrai, tesoro.» le ultime sillabe si persero nel mio sonno più profondo.

Mi ero innamorata del mare e dei suoi misteri. Sognando navigai per oceani, tuffandomi dentro alle onde, salutando tutte le imbarcazioni che incrociavo. Che avventura quelle giornate a Sanremo!

Saremmo ripartiti la settimana successiva, e sul treno sfornai un elenco di domande ad un nonno speciale, che mi sapeva spiegare, senza mai perdere la pazienza. I nonni sono indispensabili.

Il mare è un mezzo di comunicazione, riesuma i ricordi e ci parla del passato, come del presente.

Certe tragedie si consumano tuttora. Povere anime si disperdono nei fondali sprofondando negli abissi insieme alle loro esperienze di vita, ai loro sogni, che troppe volte altri uomini non sanno comprendere.

Forse è questo mistero del mare che affascina, per questo non so rinunciare a lui e l’estate rinnovo l’appuntamento. É sempre presente nella mia fantasia, per raccogliere quelle emozioni che solo lui, con il suo canto, mi sa regalare.

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