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Una storia di AnjaLol

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Ci incontreremo ancora

Pubblicato il 26 giugno 2017

E' tardissimo. Sto cazzo di bus va con la moviola. Noooooo le hostess della Ryanair... Mai una gioia, se passano prima di me sono fottuta e rifottuta. Maledetta gerarchia aeroportuale. Sono quasi arrivata, mi preparo a correre fino ai controlli di sicurezza, non lascerò che un' hostess mi superi, non questa mattina. Scendo dal bus e comincio a camminare a passo svelto, le scale mobili sono intasate, ottimo! Questo mi fa guadagnare tempo. Svolto a destra direzione ascensore, corro i 100 metri in mezzo secondo che neanche Usain Bolt nel suo tempo migliore. Botta di culo, l'ascensore è sul mio piano, spingo compulsivamente sul pulsante 1 per farlo partire. Altri 100 metri e sono ai controlli... Altra botta di culo, non c'è nessuno. Passo, tutto regolare, si aprono le porte ora comincia la lotta. Chiavi dello store in mano, slalom gigante tra i passeggeri, che al mattino sono più rincretiniti del solito, salto all'ostacolo su una valigia caduta, pick and roll con dei ragazzi in partenza per Ibiza, sprint finale e in mezzo secondo sono dentro. 5.27 cambio di camicia, 5.28 apertura totale della serranda, 5.29 apertura dello store. Sono le 5.30 di domenica mattina e io ho già vinto tutte le medaglie d'oro alle olimpiadi dell'aeroporto.

Gente che va, gente che viene. Gente sicura, gente spaesata, ragazzini che urlano, addii al nubilato, al celibato, compleanni, lavoro, divertimento, malattia… L’aeroporto è un piccolo grande paese dove si parlano mille lingue diverse, dove ci sono milioni di colori, di razze, di personalità. È sempre affollato ma nessuno ci resta per più di tre ore eccetto i dipendenti. I dipendenti sono gli unici veri abitanti dell’aeroporto. Li vedi andare su e giù con il tesserino sempre in bella vista. Il tesserino che mostra un’altra realtà. Sulla foto siamo tutti superfighi, con trucco e parrucco perfetto e il profilo migliore, poi ci guardi in faccia e ti chiedi: ma è la stessa persona? Sì siamo sempre noi…ci incontrate dopo mesi, anni e la nostra faccia si è arricchita di occhiaie che ci vanno oltre i piedi. Abbiamo degli orari massacranti, a volte vorremmo prendere a testate in bocca i passeggeri, ma siamo sempre felici e sorridenti.

Ora che ho sbrigato le solite 4 cose da fare all’apertura, prendo fiato e mi rilasso. Tra le 7 e le 9, la sala d’attesa è vuota e ne approfitto per fare colazione. Mi intrattengo a chiacchierare con le ragazze del bar e poi ritorno alla mia postazione. Mi sto annoiando a morte, non entra nessuno, la sala d’attesa è deserta. Mi porto avanti con la normale amministrazione e do una pulita alla baracca. Visto che posso fare tutto con calma, faccio le pulizie di primavera e prendo la scala. Su, giù, destra, sinistra, avanti, indietro, spolvero, cambio posizione alle cose, lavo…come se fosse casa mia. Per la milionesima volta scendo dalla scala, metto un piede in fallo e boom… Mi vedo passare la mia intera vita davanti agli occhi, cosa mi succederà? Mi spezzerò una gamba, mi romperò un braccio? Morirò con la testa spaccata e dissanguata? Sento che il pavimento duro e freddo si sta avvicinando, mi rassegno a morire di una morte lenta e dolorosa…Atterrò su qualcosa di morbido. Sarò morta e sto dormendo su una nuvola. Apro gli occhi, non sento nessun dolore, non vedo sangue, vedo solo due occhi azzurri che mi guardano. Sono stata salvata, sono viva! Un dubbio mi assale: io quegli occhi li ho già visti. Mi ricompongo e ringrazio il mio salvatore. Mi si gela il sangue, il cuore prima si ferma e poi va a mille come una Ferrari. Sapevo di conoscere quegli occhi, quegli occhi che per anni mi hanno guardata con amore, desiderio e passione… Gli occhi di Marco.

Marco: l’amore della mia vita, colui con cui avrei voluto metter su famiglia, colui che mi ha regalato tante gioie ma altrettanti dolori. Lui era l’uomo perfetto, l’uomo che avevo sempre sognato, il mio ideale fatto persona. Alto, moro, occhi azzurri, atletico, simpatico, dolce, passionale, un ottimo amante. Quando ci siamo conosciuti aveva da poco cominciato a lavorare in aeroporto come agente di rampa. Faceva dei turni assurdi, a volte lo aspettavo oltre la mezzanotte o ci svegliavamo alle 3. Nonostante i suoi orari assurdi, vivevamo la nostra storia con serenità, eravamo uniti, facevamo tante cose insieme e quando lui era libero, andavamo a fare lunghi giri in moto. A letto eravamo una bomba. Non ci siamo mai annoiati, ci piaceva sperimentare, scoprire cose nuove, ogni volta era diverso. Era come se lo facessimo sempre per la prima volta. Insomma eravamo una coppia perfetta. Ma anche la perfezione ha le sue imperfezioni. Dopo due anni l’amore cominciò a diminuire, la passione si stava lentamente spegnendo, facevo fatica a sostenere i suoi ritmi anche perché a quei tempi ero ancora all’università e avevo bisogno di dormire per poter studiare con serenità, sempre più spesso sentivo l’esigenza di uscire con i miei amici, non mi andava di passare il sabato sera ad aspettare sul divano che lui tornasse. Ci siamo allontanati lentamente e lentamente ho cominciato a portar via le mie cose da casa sua. Quando portai via lo spazzolino, ci guardammo e capimmo che era finita. Ci abbracciammo, ci baciammo, facemmo l’amore per l’ultima volta e poi ognuno andò per la sua strada. Non ho più saputo niente di lui.

Quando ho accettato di lavorare in aeroporto sapevo che le probabilità di incontrarlo c’erano anche se minime. Lui lavora sulle piste io nell’area schengen. Lui può andare dove gli pare all’interno dell’aeroporto, io posso andare solo dentro e fuori dall’area imbarchi.

“Sei ancora più bella di come ti ricordavo”. Boom, un tuffo al cuore.

“Ti stanno bene gli occhiali, sei dimagrita, stai benissimo”. Mi sto per sentire male, ho una scuola di danza nello stomaco, non capisco più nulla. Continuo a sorridergli, annuisco ma non riesco a parlare. Mi sento come una quindicenne davanti a Justin Bieber. Marco è sempre bello, anche con qualche ruga e capello bianco in più, in fondo ha quasi 40 anni. Il mio sguardo, involontariamente, si sposta dai suoi occhi al suo anulare sinistro, se ne accorge e prima che io possa dire o fare qualcosa mi dice: “non mi sono sposato né tanto meno sto con qualcuna in questo momento. Separarmi da te mi ha distrutto. Non riesco a stare con nessuna per più di 6 mesi.” Sono spiazzata. Gli ho fatto del male senza volere. Mi sento una merda, mentre lui era a disperarsi per me io andavo in giro a divertirmi e a passare da un letto all’altro dimenticandolo in 2 secondi. “Mi dispiace”. Non riesco a dire altro. Intanto la sala d'attesa comincia a riempirsi così come il mio negozio. Vorrei che non ci fosse nessuno, vorrei che andassero tutti via e restare con Marco. Se ne sta lì sulla soglia a guardarmi lavorare e io mi sento sotto esame. La sala si svuota di nuovo e Marco torna a farmi compagnia.

“Lavori ancora qui o sei in partenza?” gli chiedo. “Lavoro ancora qui...vita natural durante. Stamattina ti ho visto correre, ho avuto il dubbio che non potessi essere tu. Ho girato per tutto l'aeroporto per capire dove lavoravi...”. “E mi hai trovata!”. “E ti ho salvata”. Ci guardiamo e scoppiamo a ridere, in fondo stavo per cadere... “Quando finisci?” “Alle 13.30”. “Ti va di pranzare insieme?” “Con molto piacere”. “Allora ti lascio lavorare. Vado a casa a riposare e poi ti vengo a prendere”. “A dopo”.

Passo il resto della giornata con il cuore in tumulto. Sono scombussolata, mi sembra di essere stata travolta da un tornado. Attendo con ansia la fine del mio turno ma il tempo sembra essersi fermato. Cerco di tenermi occupata nei momenti morti per non pensare ma la mia mente sta già vincendo l'oscar per il miglior film mentale. Sono le 12.30, arriva il mio collega che deve darmi il cambio e approfitto della sua presenza per prendermi una pausa. Cerco di smetterla di farmi film mentali, ma non ci riesco. Continuo a pensare a quello che potrà succedere, a quello che ci diremo, a cosa succederà dopo il nostro incontro. Basta devo smetterla. Rientro in negozio e chiacchiero con Nik, mi distraggo e non ci penso. Sono le 13.15, alzo gli occhi verso la sala d'attesa e lui è lì, mi fa un cenno con la mano e io ricambio con un sorriso. Manca poco. Le 13.25 Mi cambio, tolgo la divisa e mi metto comoda, fuori c'è caldo e restare con pantaloni lunghi e camicia equivale a morire. Per fortuna ho portato il mio vestitino più carino. Il mio turno è finalmente finito, ho fame ma lo stomaco si sta chiudendo. Raggiungo Marco, ci abbracciamo, un lungo abbraccio, profuma di buono, usa ancora il profumo che usava allora...Acqua di Giò. Mi faceva impazzire ogni volta che lo metteva e mi fa ancora lo stesso effetto.

“La divisa ti sta bene, ma questo vestitino è molto meglio!”...So a che si riferisce! Ha sempre avuto un debole per il mio seno e il vestito che ho messo lo evidenzia parecchio. Ricordo ancora quando uscivamo e gli altri mi fissavano le tette e lui si ingelosiva ma poi mi diceva “Che guardino pure...io posso toccarle!”. “Ti va se andiamo a mangiare da me? Ho l'aria condizionata!”. Aria condizionata è la parola d'ordine per farmi dire sì a qualsiasi cosa in estate e lui ancora se lo ricorda. Ci avviamo verso l'uscita chiacchierando come se non ci fossimo mai lasciati. Se non ci fossimo mai lasciati probabilmente ora saremmo sposati e forse avremmo anche dei figli oppure staremmo affrontando il più doloroso dei divorzi. Abita ancora in via Bruto, in quella casa che ci ha visti amarci. L'ha restrutturata, è molto figa. “Dopo che te ne sei andata ho deciso di cambiare tutto, non volevo niente che mi ricordasse te”. “Ma non hai tolto tutto...” In un angolo c'è una foto che gli avevo scattato durante uno dei nostri giri in moto. Eravamo sul lago di Garda al tramonto e lui si era seduto sulla riva a cercare di dare da mangiare alle papere, sembrava un bambino, non ho resistito e gli ho scattato quella foto. Il pranzo è quasi pronto, ora che sono rilassata lo stomaco si apre e la fame è insopportabile. La pasta è pronta e io mangio con avidità. È migliorato molto in cucina anzi è diventato più bravo di me. “Ne avevi di fame eh?”. “Minchia non mangio dalle 7 di stamattina...mi sarei mangiata anche te!”. Ride e so cosa sta per dirmi, ma cambio discorsco, non so se voglio affrontare l'argomento sesso ora. Non voglio rovinare tutto subito. Dopo pranzo lo aiuto a lavare i piatti, ma la levataccia alle 3 si fa sentire e sono stanca. Mi siedo sul divano, gli occhi mi si chiudono ma cerco di restare sveglia. Marco ha finito, mi raggiunge e si siede accanto a me. Siamo uno di fronte all'altra, appoggio la testa allo schienale, lo fa anche lui, ci guardiamo senza dire niente, mi accarezza il viso, i miei occhi fanno fatica a stare aperti. “Dormi” mi da un bacio sulla fronte e io mi addormento tra le sue braccia. Mi risveglio nel suo letto, sono in intimo, lui è in mutande accanto a me, sta dormendo. Mi muovo, cercando di capire se lo abbiamo fatto o no. “Non abbiamo fatto niente... sei crollata sul divano. Ti ho portato a letto così dormivi meglio”. “Grazie...ho dormito benissimo”. Gli do un bacio sulla guancia, mi abbraccia, mi da un bacio sul collo, lo abbraccio, ci guardiamo, le sue labbra sono sulle mie...non sappiamo fermarci. 10 anni lontani cancellati in un secondo. Non sono passati 10 anni è passato un giorno dall'ultima volta che lo abbiamo fatto. La stessa intensità, la passione raddoppiata, triplicata, siamo su un altro pianeta. Non possiamo fermarci, non vogliamo fermarci. Sono in paradiso e lui è il mio dio. Ci abbandoniamo l'uno nelle braccia dell'altra. “Non andartene più. Stai con me. Non ho mai smesso di amarti. Resta con me”. Mi bacia, quasi piange, mi sento morire. Lo amo ancora? Voglio stare con lui? Ho paura del futuro, ma voglio vivere il presente. “Non vado da nessuna parte”.

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