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Una storia di GianlucaDiMatola

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Le colpe degli altri

Un amore nato. Travolgente. Interrotto. L'attesa in un vuoto incolmabile. Un apparente appagamento.

Pubblicato il 15 maggio 2015

Mi dissero coraggio, e con la classica pacca sulla spalla che nel loro gergo è terapeutica, riparatrice,

mi consegnarono ciò che le apparteneva: una sciarpa di seta color nocciola, una camicetta bianca

con le maniche a sbuffo, un paio di jeans e un paio di scarpe col tacco basso che tanto amava. Tutto

chiuso in una busta per i rifiuti ospedalieri. In quel sacco che stringevo in una mano senza

avvertirne il peso, riportavo a casa il vuoto. Indumenti senza più un senso. Senza più un odore. Un

calore che parla di vita, attimi.

Quel giorno avevo indossato una cravatta orribile, le odiavo più dei fascisti e di conseguenza non ne

avevo mai acquistata una con un serio criterio estetico. Le poche che possedevo erano il frutto di

scriteriati regali natalizi o di compleanni vari. Oscenità che i più ripongono sul fondo di un cassetto

che mai si sognerebbero di aprire. Ma lei insistette fino allo sfinimento affinché ne mettessi una a

tinta unica, grigio scuro, con dei minuscoli pallini neri. "Vorrai mica presentarti al tuo primo

appuntamento di lavoro vestito come un tennista?" rintuzzò mentre mi sistemava il colletto della

camicia.

Eppure quella cravatta faceva davvero schifo, ma questo non glielo dissi. Fu una considerazione che

conservai per me. Odiavo quando si rattristava e scorgevo nei suoi occhi quell'espressione incupita.

Come se una nuvola pronta a mettere zizzania coprisse il blu dei suoi occhi.

In sette anni di convivenza ero sempre stato attento a non ferirla. A non causarle nessuna

sofferenza. Con le mie ex, quelle che l’avevano preceduta, invece, non ero mai stato un grande

sentimentale né tantomeno uno che si faceva apprezzare per i suoi modi garbati. E devo ammettere

di non essere mai riuscito a comprendere l'origine di questo straordinario cambiamento. Da dove

fosse sbucata questa evoluzione non saprei dirlo. Magari l'approssimarsi dei quarant'anni, che so.

Una roba del genere.

Poi capii. Compresi. Era stata lei. Quella creatura talmente minuta, delicata, che avevi timore di

strapazzare con gesti irruenti. Lei era Marta.

Concepivo l’abitudine come qualcosa che uccide gli stimoli umani e li rende simili alle piante,

inermi, rassegnati. Steli, foglie, radici che la terra trattiene e non rilascia. Mai. Puoi solo attendere,

gocce d’acqua, qualche raggio di sole, l’umidità di certe notti. Convinzioni, presunzioni di un uomo

pieno di sé raschiate via dalla poesia del verbo scusare: “mi scusi, questo è il mio posto!” – E le

spostai la giacca che le occupava la poltrona.

Al San Carlo davano la Aida di Giuseppe Verdi. Il sipario aveva appena aperto il secondo atto.

Qualcosa l’aveva trattenuta e si era presentata in ritardo. Io avevo ricevuto un biglietto in regalo. Ci

andai più per curiosità che per interesse verso la lirica. Fu allora, però, che ebbi la sensazione di

essere spuntato nuovamente dal ventre di mia madre che, 39 inverni dietro, m’aveva sgravato nel

reparto ostetricia di una squallida clinica della provincia di Napoli, a Casalnuovo.

Di quei destini che l’imprevedibile aveva incastrato tra due poltrone, dove i braccioli parevano

confini maledetti, artifizi contro creature fatte per sfiorarsi, più niente era rimasto. Sì. La fine era sul

fondo di quel sacco verde che puzzava di acre disinfettante. Quella robaccia chimica che usano a

secchiate per lavar via sangue e batteri.

Ed io, tra luci soffuse e gente che se ne sbatteva altamente di come stessi perché ognuno di loro

viveva il proprio dramma personale, percorsi a ritrovo quel corridoio che poco prima avevo bruciato

in un solo respiro. Mi trascinai fuori dal nosocomio con l'aspetto di un barbone che tornava al

rifugio portandosi dietro i suoi quattro stracci.

A casa tutto sembrava normale. Dava l'impressione di un ambiente isolato dalla realtà. Dalle influenze esterne. Una scatola del tempo ferma sul tasto pausa.

Nell'ingresso, pochi metri quadri dove avevamo piazzato un tavolino a tre piedi, c'erano ancora i

suoi occhiali da sole. Li aveva dimenticati. In cucina, invece, appiccicato al vetro del forno, il solito

promemoria che non scordava mai di appuntarmi: “verso le otto e un quarto dai fuoco ai fornelli.

Riscalda il polpettone e le patate. Torno presto… Ah... ti amo, nun to scurdà”. Lo lasciai lì.

Accesi lo stereo che avevamo in camera da letto. Alzai al massimo il volume e scelsi una traccia dei

System of Down, Lonely Day. E se vai via voglio venire con te… e se muori voglio morire con te…

prendere la tua mano e andare via. Da lì mi spostai rapidamente in bagno. Feci scorrere l'acqua

della doccia e con ancora i vestiti addosso mi ci buttai dentro. Non ero Gene Kelly e non volevo

emularne il canto sotto la pioggia. Col capo chino e la nuca esposta al martellare del getto d’acqua,

sentivo forte lo scivolare delle lacrime lungo gli zigomi. Non le distinguevo. Si mescolavano.

Percepivo soltanto un’orribile disperazione.

Neanche una settimana prima Marta aveva festeggiato 35 anni. Eravamo stati allo zoo. Le piaceva.

Ma le metteva pure tanta tristezza. Infatti non capivo mai per quale assurdo motivo insistesse così

tanto per andarci se poi ci stava male. Tuttavia si sa, le donne sono fatte così. Provare a

comprenderle non conviene. Sono come il cubo di Rubrik, gira e rigira, se non conosci il trucco,

c’hai perso ore e concentrazione.

Marta lavorava in un negozio di articoli per la casa in via Gennaro Serra, nei pressi di Chiaia. Era la

responsabile del reparto cucina: tovaglie, posate, piatti. Insomma, tutta roba che trovavo inutile

tranne per lo stipendio che le davano a fine. E poi la rendeva felice. E a me bastava.

Ci lavorava dalle nove del mattino senza sosta, un solo turno fino alle otto di sera.

Pure quel martedì, lo stesso della mia cravatta a pallini grigi e della sua cura per il mio aspetto,

Marta aveva preso posto dietro al bancone in radica di noce dove si destreggiava con fare

esperto.Verso le diciotto, mentre sistemava un servizio di tazzine per il caffè in porcellana, un

ragazzo, a volto scoperto e con fare agitato, entrò in negozio sventolando una Glock calibro nove a

canna corta. Il tossico, farfugliando un dialetto sgrammaticato, chiese alla titolare di Marta,

un'anziana donna sui 75 anni ma vispa come Raffaella Carrà nel meglio dei sui anni, l'intero incasso

della giornata. Marta, spaventata dalla scena che si ritrovò non appena riuscì a voltarsi, si lasciò

cadere dalle mani una tazzina che, schiantatasi sul pavimento, si divise in mille piccoli frammenti.

Allora quello, talmente fatto di cocaina che si poteva scorgere il cuore battere da sotto la t-shirt, si

girò di scatto e prese a sparare come un fottuto cowboy rincoglionito. La mia Marta, marmorizzata dal terrore, venne raggiunta da due dei sette colpi esplosi. Uno al petto e l'altro in piena fronte.

Sul pavimento in legno, un parquet fatto di listoni in rovere, pezzi di materia cerebrale andarono a

mischiarsi alle schegge di porcellana. Quel viso, quello che ricordavo come uno splendido

spettacolo per gli occhi, un’immagine che avrei voluto fissare per i restanti giorni della mia vita,

venne spazzato via come il vento fa con un filo d'erba.

Due anni dopo, tra appelli vari, ricorsi e ogni sotterfugio giuridico esistente sulla faccia della terra, a

quel tipo, un ventiquattrenne con precedenti penali per droga e furti, la legge decise che otto anni

valevano tutti i respiri della mia fidanzata. Otto anni che non avrebbe mai scontato per interi. Nel

nostro ordinamento, nella nostra coscienza da manuale da diritto, pure la feccia ha diritto ad una

secondo opportunità. Tranne i morti, ovviamente.

La signora Mena, la titolare del negozio, decise di chiudere l'attività. Pure i genitori di Marta, una

tranquilla coppia con origini bergamasche, scelsero di tornare su. Mi volevano bene. Lo sapevo. Si

sentivano legati e mi trattavano come fossi un loro figlio, anche se andavo a letto con la loro

bambina. Ma tentarono di spiegarmi, pur non comprendendoli, che a Napoli non riuscivano più a

vivere. Un’infinità ricordi incancellabili. Fili della memoria difficilmente tranciabili. Scappare, per

loro, restava l’unica soluzione.

Tranne per me. Io rimasi. Tutto sommato non avevo altre soluzioni. Mio padre si era spento quando

ero ragazzino e ne avevo quasi rimosso la memoria. Mia madre, anziana e con parecchi acciacchi,

necessitava della mia presenza. C’era una sorella, Cinzia. Molto più grande di me. Un folle peccato

adolescenziale che mia madre si era concessa prima di conoscere quello che poi sarebbe diventato

mio padre. Tra noi c’era stato un bel rapporto. Ci volevamo bene. Poi si sposò. Sì, con un pezzo di

merda senza pari. Un assicuratore che quando ce l’avevi ad un metro da te percepivi il tanfo della

sua infamità. Ci impiegò davvero poco a farci allontanare. Sembrava nato per quello. Non la

vedemmo più. Si trasferì nel basso Lazio, e con una frequenza pari a mezza volta in un anno, si

riaffacciava dalle nostre parti.

Da quando Marta si era fatta largo nelle mie giornate con le spallate di un rugbista, mi sentivo

illuminato come un buddista di fronte al suo Buddha. A volte, e me lo raccontavano gli amici, per

quanto fossimo in simbiosi, facevamo quasi schifo. Davamo l’impressione di essere usciti da un

libro o da una pellicola di Moccia. Insomma, da quel genere di racconti che ti fanno schizzare a

mille il diabete.

Percepivo Marta come il mio conto in banca dalle cifre illimitate. La cassetta di sicurezza con tutti i miei averi. Qual famoso porto dove tutti i marinai cercano rifugio dopo mesi di mare impetuoso. E

nonostante tutto, me l’avevano uccisa. Strappata via. Ed io cosa avevo fatto per impedirlo? In che

modo l’avevo protetta? Non avevo fatto un cazzo di niente. Me n’ero stato seduto dietro ad una

scrivania di dozzinale truciolato a riempire stupide dichiarazioni dei redditi. Numeri, somme e

fatture che manifestavano la falsità della gente. La loro ignobile propensione alla menzogna. Gente

fatta per avere due facce.

Decisi di licenziarmi. Ormai facevo una fatica bestiale a rapportarmi con la gente. Figuriamoci con

chi si lamentava dell’Iva eccessiva e di detrazioni sperate e non ottenute. Intanto gli anni cadevano

giù dai calendari così come i miei capelli.

Non c’era nulla che mi facesse stare meglio. L’affetto degli amici, quello dei parenti, nemmeno le

scopate occasionali con donne che dopo l’orgasmo mi facevano pure schifo. Neppure l’alcol e le

droghe erano riuscite a risollevarmi, o quantomeno ad ammazzarmi.

Avevo preso l’abitudine di andare ai giardini pubblici, quelli di Capodimonte. Me ne stavo lì ore

intere. A volte per tutto il giorno. I custodi conoscevano il mio nome, e quando c’era da chiudere,

da lontano, mi gridavano: Andrè, ci vediamo domani. Ed io capivo che era il loro modo gentile di

farmi capire: “è giunta l’ora che te ne vai”.

Poi conobbi una ragazza. Portava il figlioletto di quattro anni a spasso tra le folte alberature del

parco che era stato dei reali di Borbone. Lei abitava a pochi passi da lì. Con Matteo, il marmocchio,

riuscivo a distrarmi. Mi allontanavo da quei posti fatti di scogliere a picco e di strani pensieri che il

ricordo di Marta mi rievocavano.

A Matteo piaceva giocare col pallone. Amava Hamsik. Non parlava bene ma sapeva trasmettere la

sua passione per il Napoli calcio. Ed dotato pure di un discreto destro. Con Angela, invece, si era

stabilita una comunicazione non verbale. Era una donna di poche parole. Preferiva ipnotizzarsi

sfogliando decine di riviste di moda che si portava appresso in una borsa dal fucsia accecante. E

quando non erano vestiti griffati, scarpe o borsette, si trattava di nuove tinte per smaltare le sue

lunghe unghie. Li frequentai per diversi mesi. Circa un anno. Che dico, più di un anno.

Quando li incontrai per l’ultima volta, ferragosto si era presentato con tutta la sua tracotanza, e il

real parco sembrava l’unica salvezza per la razza umana.

Quel pomeriggio Matteo era più contento del solito. Da lì a poco avrebbe riabbracciato il suo papà.

Era partito per motivi di lavoro ed erano tra anni che mancava da Napoli. C’aveva in corpo un tale

eccesso di adrenalina da non reggerlo. Sembrava una molla. Lo pigliavi e quello ti schizzava via

dalle mani. Angela, al contrario, dava l’impressione di essere meno entusiasta. In verità non l’avevo

mai vista energica per qualcosa. Tranne che per le sue solite riviste. Probabilmente era di carattere

passivo. Di quelle femmine che quando stai lì a fotterle si aggiustano i capelli o stanno attente a non

struccarsi.

Tra passaggi e tiri ad una porta improvvisata con due pigne, s’erano fatte all’incirca le sedici. Il

ragazzino reclamava a viva voce un gelato. La mamma, da parte sua, glielo negava senza smuoversi

di un millimetro. Pareva un gerarca nazista. Diceva che se avesse avuto quel dannato gelato poi non

avrebbe mangiato nulla a cena, e la festa del padre era importante. Ma il bimbo sbraitava, urlava.

Divenne talmente fastidioso che scavalcai le gerarchie familiari e glielo comprai io, fregandomene

delle imposizioni di quella troia.

Vidi il visino di Matteo dipingersi di una felicità incredibile mentre stringeva il suo cono pistacchio

e fragola. Due gusti assurdi tra loro. Un po’ come la Corea del Sud sta a quella del Nord.

La reazione di Angela fu repentina, scavallò le gambe puntandole al suolo nell’atto di palesarmi

tutta la sua contrarietà. Senza proferire parola, però.

Poi si sedettero uno accanto all’altro sulla panchina più vicina all’ingresso del Museo. L’ombra di

un Pino secolare avvolgeva le loro sagome. Fu in quel momento che, nel vederli uniti, uno il

completamento dell’altra, estrassi la mia rivoltella. Una rivoltella Smith & Wesson con sei colpi.

Matteo neanche se ne accorse. Era troppo concentrato a non farsi colare il gelato sulla maglietta

nuova. Era tutta azzurra con una stampa sul petto. Per le leccate che dava pareva un cucciolo di

pastore tedesco. Lei, invece, stranamente da quando la conoscevo, tirò lo sguardo su da quella

rivista di merda.

Mi fissò. La fissai. Nei suoi occhi non vidi nulla. Parevano il fondo di un pozzo. Oscurità compresa.

Ne rimasi quasi deluso. Me l’ero immaginata diversamente, quella scena. Avrei perfino voluto che

si mettesse ad implorare. A pregarmi di non farlo. Di graziarli. Ma non ne ebbe il tempo. Il sangue

freddo dei sicari non mi apparteneva. Per questo feci partire subito, in successione, quattro colpi.

Non ero mai stato ad un poligono né tantomeno avevo mai usato un’arma prima d’allora. Eppure

non sbagliai un colpo. Fui preciso come un fottuto cecchino. Due a lei. Due a lui.

In fondo dovevano trascorrere soltanto otto anni. E ne erano passati scarsi 3 e mezzo.

A Matteo avevano edulcorato la separazione raccontandogli di un lavoro all’estero. Di un’occasione

irrinunciabile per regalargli un avvenire migliore. In realtà, suo padre scontava una pena per

omicidio colposo. L’assassinio di Marta. E quello fu il mio bentornato a casa.

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