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Una storia di Antonella

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“Si, perché io non viaggio”

oltre il cielo, oltre il vento, oltre

Pubblicato il 26 novembre 2016

Certe volte guardo il mare. La brezza marina scompiglia i miei capelli, mentre le onde mi riportano le tue parole come gocce di mare blu a fil di pelle.

Un brivido mi attraversa e so che non basta trattenere il respiro per cancellare tutti i ricordi.

Che stupidi! Siamo convinti che basta vivere, guardare avanti e tutto si lascia alle spalle. E poi, una domenica come tante, ti ritrovi un pugno di libri sparsi sul comodino, cerchi di fare ordine, quando scivola un fogliettino di carta da quel romanzo che hai letto tante volte.

“E’ il vento che ti ha portato a me

battito d’ali sull’acqua salata

soffio sussurrato

emozione celata.

Oltre l’orizzonte

tra il cielo e il mare

le tue ali si librano

sulle note della vita.

Nulla può fermare il tuo volo

il vento ti sostiene

il vento ti culla

il vento di accompagna.

Respira libera

insegui il tuo essere

oltre la marea

oltre il cielo

oltre il vento

oltre”

L’estate lentamente andava via così come la mia storia con Paolo. Ci eravamo conosciuti sui banchi di scuola e ci eravamo promessi amore per sempre alla festa di compleanno di Giovanni dopo appena cinque mesi, due giorni e sette ore dal nostro primo incontro. Ogni attimo era pieno di noi. Non ci lasciavamo mai.

Finito il liceo, sposarsi era il nostro unico pensiero. Ci siamo messi contro tutto il mondo. Paolo convinse un cugino del padre ad assumerlo come magazziniere nella piccola fabbrica di scarpe della zona. Voleva dimostrare ai suoi che sapeva assumersi le proprie responsabilità e che poteva vivere con me. Ma i nostri genitori non potevano accettare una scelta così “assurda”. Nonostante tutto, non ci siamo mai arresi. Abbiamo studiato, lavorato, vissuto gli anni più belli della nostra vita fino al giorno del si. Dio mio quanto è stato intenso tutto il nostro viverci. Eppure qualcosa ha remato contro di noi. Non so se sia stato il tempo o le lotte continue con le nostre famiglie; le troppe aspettative dei genitori di Paolo che lo volevano ingegnere; oppure le continue discussione con i miei per ogni minima cosa. Non hanno mai visto di buon occhio il mio Paolo, neanche quando vinse un Master che lo portò in Canada, dove ebbe la grande opportunità di lavorare per una multinazionale che si occupava di costruzione di autostrade. Avrei dovuto raggiungerlo in estate, ma il destino, ancora una volta si mise contro.

Mia madre scoprì di avere un cancro al seno. Non potevo lasciarla in quel momento così delicato. Rimandare la partenza sembrò essere la scelta più giusta. Paolo non disse nulla, anzi, appoggiò la mia decisione. In fondo si trattava di rimandare di qualche tempo e ci saremmo rivisti. Intanto i preparativi per le nozze procedevano. La malattia di mia madre fu presa in tempo e così arrivammo al giorno più bello della nostra vita.

Oggi sono qui, un libro in mano e quel fogliettino che scivola giù.

E’ incredibile come passano le giornate! Spesso viviamo giorno dopo giorno ripetendo lo stesso rituale. Quasi meccanicamente ripetiamo azioni sempre nello stesso ordine. E poi un giorno, prendi un treno e dal finestrino vedi scorrere orizzonti nuovi.

Mentre il treno corre sui binari, ti ritrovi per la prima volta a fermarti, a pensare. Ripercorri la tua vita e ti rendi conto di esserti chiusa dentro una storia bellissima ma che forse non era tutta la tua vita. E’ solo un pensiero che nello spazio di tempo di un attimo ha la capacità di colpire ogni organo vitale. Il treno corre, corre veloce. Mentre ti manca il respiro.

- Signorina, si sente bene?-

Una voce lontana sembra darti la giusta scossa per riprenderti. Tiri il fiato, ti guardi attorno e cerchi di focalizzare la persona che ti ha fatto la domanda:

- ehm … si grazie. Un momento di stanchezza. Giornata pesante –

-Mi chiamo Marco. E’ la prima volta che la incontro su questo treno-

-Si, perché io non viaggio. Cioè, mi spiego meglio. Oggi devo andare in città ed ho preferito prendere il treno. Il pullman dal mio paese partiva troppo tardi e non sarei arrivata in tempo.

-Capisco. Quindi non la rivedrò più?- Marco mi sorride e affonda il suo sguardo nei miei occhi.

Sorrido e mi preparo per scendere. La stazione è vicina.

-Buona giornata. Alla prossima- mi saluta così Marco

Lo ringrazio e scendo dal treno.

E poi cominci a prendere quel treno un paio di volte a settimana. Il tuo capo ha deciso di “puntare” su di te. Ti informa che sei stata scelta per il corso di formazione su “Gestione delle risorse e managment”. Per sei mesi dovrai seguire un corso di alta qualificazione nella capitale.

Sei mesi.

Due giorni a settimana.

Due giorni che cominci ad aspettare e la tua vita viaggia su un binario inaspettato.

Sali su quel treno e Marco è lì. Un compagno di viaggio che ben presto scopri essere simile a te. Con Marco è tutto bellissimo. Banale. Semplice. Un incontro come tanti. Ma non c’è un altro modo per definire tutto ciò che quel treno mi ha portato.

In realtà ho cominciato a viaggiare. Per la prima volta mi sono sentita libera di essere me stessa. Viaggiavo. Salivo sul treno e incontravo Marco. Chiacchieravamo tantissimo. E poi la Capitale! Dio mio quanto è meravigliosa! Marco la prima volta mi ha portata ad un bar vicino Piazza del Popolo. Il caffè non lo ricordo, ma i suoi occhi si. E poi il suo parlare. Quell’accento e il suo prendere la vita senza tante preconcetti. Il mio corso di formazione mi impegnava otto ore al giorno. Pausa pranzo alle tredici e rientro alle quindici per altre tre ore di workshop. Marco mi ha convinta ad approfittare di questo periodo per conoscere Roma. Ovviamente lui si è offerto di essere il mio Cicerone personale. Tutto nella pausa pranzo. Perché il mio treno parte sempre alle diciannove in punto da Roma e non posso perderlo. Non potete immaginare cosa significa visitare Roma nella pausa pranzo. Vuol dire mangiare un panino al volo e camminare in lungo e in largo per tutta la città a piedi, altrimenti rischi di non vedere nulla. Roma non ha più segreti per me. Conosco tutte le vie principali e mi oriento con facilità per tutto il centro storico. Ho imparato che Roma non si ferma mai. E mentre i romani non vedono l’ora di scappare dal centro e raggiungere le loro case fuori zona, i turisti vivono ogni angolo della città senza mai fermarsi un attimo. E Marco è un po’ così: non si ferma mai, sempre allegro, pronto alla battuta e con l’obiettivo dello smart attivo per immortalarmi dentro foto dallo sfondo bellissimo.

Eppure un giorno, sulle scale di Trinità di Monti ho scoperto un Marco diverso. Ha impugnato il suo smart ed ha cominciato a cercare lo sfondo giusto. Io al centro dell’obiettivo. Ma ha cominciato a fissarmi in un modo strano. I suoi occhi pieni di dolcezza e poi, con voce bassa …

-Non andare via stasera-

Il cuore ha smesso di battere e forse ho anche smesso di respirare un paio di secondi. Poi, un sorriso mi ha riempito gli occhi per esplodere sul mio viso. E non ho avuto neanche un momento di esitazione. Sulle mie labbra una sillaba ha fatto capolino:

-Si-

-Si?-

-Si-

Ci siamo stretti in un abbraccio forte, sorridendo come due adolescenti e scambiandoci effusioni dolcissime.

I sei mesi finirono. I miei viaggi si fermarono.

Non so cosa spinga due persone a viaggiare sullo stesso treno. So che un giorno Marco mi ha portato al mare. Fine aprile. Uno degli ultimi giorni di corso. La brezza marina scompigliava i miei capelli. Con le mani cercavo inutilmente di domarli, ma continuavano a sfuggire e a seguire il vento.

Marco mi prese le mani, mi guardò negli occhi e mi donò il viaggio più bello della mia vita.

Mi disse che io ero come il vento e avevo ali per volare ovunque volessi andare. Poi prese una busta. Dentro un libro con una dedica per me. Non la scrisse sul libro, non voleva che qualcuno potesse leggere. Scrisse tutto su un fogliettino. Pensieri che erano poesia dell’anima.

Io tornavo alla mia vita e Marco sapeva bene che non sarebbe stato facile rivedersi. E poi, io, Paolo e tutta una vita da capire.

Il mio viaggio quel giorno arrivò al capolinea.

Eppure, io non ho più smesso di viaggiare. E so che un giorno riprenderò quel treno e spero sempre di trovare il suo sorriso dentro i miei occhi e tutto il vento per respirare liberi come solo noi sappiamo …

oltre il cielo, oltre il vento, oltre.

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