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Una storia di Jelena

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La nostra casa in affitto.

Come i tuoi sentimenti per me.

Pubblicato il 30 marzo 2017

Mi rifugio ancora una volta nel letto, sotto delle coperte che non scaldano mai abbastanza, mentre cerco di raggiungere il più lontano dei luoghi. Chiudo gli occhi e ti vedo nel tuo ultimo sorriso, quello che mi hai riservato prima di andare via.

Hai inclinato la testa verso destra, socchiuso un po' gli occhi e sei scoppiato in sorriso sconvolgente, e da quel momento i miei respiri sono diventati singhiozzi.

Meriti il meglio, resteremo amici, sono io il problema, vorrei poter non essere così.

Quante frasi banali risuonavano nella mia testa, risuonavano in modo discordante, eppure il mio cuore, nel frattempo, si disintegrava in silenzio, raccoglievo la mia dignità mentre tu raccoglievi le tue cose.

E con quanti ricordi mi avrebbe torturato la nostra casa, quella casa in affitto come i tuoi sentimenti per me. Il divano bianco comprato una Domenica di Maggio, quello su cui mangiavamo biscotti fino a scoppiare, il lavandino della cucina che non sei riuscito ad aggiustare,i tuoi fogli sparsi sulla scrivania, i miei libri consumati. Le pareti hanno respirato i nostri giorni e si sono tinte con i nostri umori, il pavimento ha sorretto il peso di litigi troppo accesi, di rancori mai sfogati.

"Continuerò a pagare l'affitto finchè non trovi un'altra sistemazione".

Certo, perchè tu hai già sistemato tutto, nell'ordine in cui hai preferito, hai stilato una lista di cose da fare ed io ero infondo al foglio, ed ora puoi tracciare una linea sul mio nome.

Eri mio, come lo sono le scarpe sotto al letto, come lo è la valigia in cui hai messo le tue cose. Non è strano? Porti via te stesso in una valigia dove c'è scritto il mio nome, non ti sembra crudele?

Mi sfiori la guancia guardandomi con compassione, come guardi i gatti sul cofano della tua macchina nelle fredde mattine di gennaio, quando tu andavi in ufficio ed io restavo ancora un po' a sentire il tuo profumo sul cuscino.

Resto a fissare il vuoto riempiendolo di immagini passate, mentre il pavimento per la prima volta sembra tremare sotto il peso delle mie lacrime.

"Puoi dormire qui almeno stanotte?"

Ecco qui dove finisce la mia dignità, in una supplica detta a mezza bocca.

Non puoi restare, sarebbe inutile, sarebbe come prendermi in giro, sarebbe usare qualcosa che non è più tuo. Invece tu sei ancora mio, lo sei e lo sarai nelle notti in cui guarderò le nostre foto sul telefono, mentre farò colazione con la tua tazza preferita, mentre dormirò tra lenzuola che sapranno solo ammorbidente e solitudine.

Mentre posi la mano sulla maniglia della porta vorrei poterti dire che per quanto mi riguarda puoi anche uscire dalla finestra del nostro bell'attico, che puoi star certo che verrò al tuo funerale, che sarò una vedova esemplare, che ti porterò i fiori ogni domenica. Guarda cosa mi fai diventare, guarda cosa stai lasciando, guarda lo scalino mentre esci. Non si sa mai.

"Puoi passare a prendere le tue cose venerdì allora."

Puoi riprendere anche me se vuoi. Questo però lo tengo per me, e fisso la porta pregando che sia stata murata a nostra insaputa. E invece sento le ruote del trolley stridere, sento l'aria fredda dell'atrio, vedo lo zerbino a terra. Lo zerbino a terra, ecco cosa sono. E sì, ora calpestami mentre vai via, fallo senza remore.

Resto immobile nel corridoio finchè non sento il rumore vibrante del motore della tua macchina, arranco verso il letto, poggio la testa sul tuo cuscino, hai dimenticato il pigiama, hai dimenticato tutto. Chiudo gli occhi e raggiungo il più lontano dei luoghi pur restando nella nostra casa in affitto.​

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