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Una storia di angelaaniello

La mela del peccato

Venezia, un teatro, un amore... il senso del peccato... Che succederà?

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Pubblicato il 12 marzo 2015 in Storie d’amore

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La mela del peccato

“ Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, seducente per gli occhi e attraente per avere successo; perciò prese del suo frutto e ne mangiò.” (Genesi, 3,6)

“Ti ordino di non cogliere quella mela” urlò Benjamin ad Eve, correndo a più non posso.

“Che cosa vorresti dire?” ribatté Eva stizzita e incuriosita dal desiderio di quel frutto proibito. Una mela rossa e lucente, avvolta dal fascino della luce solare. La mela del peccato, a detta degli altri. La mela della conoscenza, secondo il suo modesto parere. E fece per allungare di nuovo il braccio verso il ramo, quando una stretta poderosa la bloccò, lasciandola senza fiato.

“Fermati, ti ho detto! Se non mi ascolterai, la maledizione si abbatterà su di te e sulle generazioni a venire”. Replicò, gelido, Benjamin.

“Ma che storie vai raccontando? Non ti sembra assurdo e insensato quel che affermi con insistenza? Non pensavo fossi così bigotto e osservante… Balle! Sono tutte balle! E non permetterti più di impartirmi ordini. Sono stata chiara, Ben?”

Con gli occhi strabuzzati si fissarono a lungo in segno di sfida.

“Di’, non sarai mica un Dio venuto dal lontano Eden? Nessuno mi ha mai proibito di fare qualcosa e tu non sarai certo il primo, te lo garantisco!”

Eve sbuffò per quell’impedimento che riteneva incomprensibile e sciocco. Un morso, un piccolo morso per soddisfare la sua curiosità. Un piccolo morso per placare quella fame di piacere che l’aveva colta improvvisamente durante le prove del Romeo e Giulietta di Shakespeare che doveva essere rappresentato in primavera al Teatro Malibran di Venezia.

Benjamin le piaceva e dava per scontato che, tra una prova e una pausa, sarebbe nato un flirt o qualcosa di più. Ancora non voleva pronunciarsi, ma il suo atteggiamento l’aveva delusa.

Eve non concedeva mai una seconda possibilità a chi sbagliava. Ben aveva superato la soglia del rispetto, quello minimo tra un uomo e una donna che si stanno conoscendo, ma non sono entrati così in confidenza da invadere i propri spazi… e con che tono, poi!

“Ben, devi spiegarmi che cosa ti succede. Fino a pochi minuti fa eri così carino, dolce, gentile, premuroso e subito dopo, nella frazione di un secondo, comprometti tutto per una stupida mela? C’è qualcosa sotto. Qualcosa che non vuoi dirmi. Non mi sono mai piaciuti i misteri e, se dici di provare per me qualcosa che oltrepassa la soglia della semplice amicizia, devi essere schietto o, d’ora innanzi, puoi considerarmi solo una partner di lavoro e niente più.”

Anche Ben si era infatuato di quella donna bella ed intrigante, sensuale e maliziosa, capace di fargli perdere il controllo se solo gli sfiorava la schiena con le unghie laccate di un rosso brillante. Una nouvelle ed esplosiva Jessica Rabbit. Lunghi capelli biondo cenere che le coprivano gli omeri, labbra carnose e sensuali, seno prosperoso, vita sottile e due occhi blu cobalto, laghi di cristallo accarezzati da una luce cangiante ma irremovibile.

“Con i miei occhi, amore m’aiutò a cercarlo,

e con il suo consiglio. Io non sono un pilota

ma se tu fossi lontana, quanto

la più deserta spiaggia del più lontano mare,

io mi spingerei là, sopra una nave,

per una merce tanto preziosa…”(Romeo e Giulietta)

Da quando aveva pronunciato quelle parole nella parte di Romeo, navigando nel suo sguardo, le guance avevano cominciato a imporporarsi, un mare di desiderio lo aveva travolto e quella merce tanto preziosa, che era una perfetta sconosciuta, era il più bello dei porti d’attracco, l’abbraccio avvolgente di una passione pronta ad ardere al primo tizzone. Un focherello timido nella notte oscura dei sensi. Una leggiadra speranza nell’alba di un nuovo giorno. Sì, decisamente un nuovo giorno.

Era l’opposto del suo ideale di compagna, ma una irresistibile e fatale attrazione lo spingeva verso di lei. Una tentazione perversa. Un gioco subdolo che lo impauriva. Senza sapere il perché. E poi quel nome. Quel nome maledetto da Dio.

Eve rappresentava la parte oscura di sé, quel territorio inesplorato di piacere che voleva sondare e gustare con la libidine della prima volta. Eve e il peccato. Eve e la tentazione. Eve e il serpente maligno che stritolava anche le ultime resistenze al male, all’abbandono totale alla carne, senza più respiro divino. Ormai il veleno della conoscenza faceva pulsare le vene. L’onda anomala del desiderio si era espansa e stava per travolgerlo completamente.

“Ben, Ben, ci sei? Ben, Ben…” Eve agitava le sue braccia apparentemente inerti, ma pronte a stringerla ad un solo suo cenno.

“Non ci sono per te – avrebbe voluto risponderle – Non esisto più, lasciami in pace. Mi farai morire, Eve, mi farai morire dentro e fuori, mi trascinerai lontano, come una zattera che, perso il controllo, va alla deriva verso chissà dove…”

Poi un orgasmo dietro l’altro lo trasportava in un mondo alternativo dove tutto era possibile, anche solo mentalmente. Niente contatti. Niente seduzione. Pensieri puri e piaceri puri. Baci casti e primizie, senza la malizia del sapere.

Tutto era cominciato da quella foglia di fico accartocciata che aveva trovato nella sua valigia semiaperta la sera prima al rientro all’Hotel Palais. Dentro: una mela rossa, la coda di un cobra in evidente stato di putrefazione dal puzzo che emanava, e una sentenza di morte:

“Se mangerai il frutto proibito, morirai!” scritta con caratteri incerti e indecisi, come quelli di un folle.

Ora Ben aveva paura di tutto. Di tutti. Del ragazzo mingherlino e decisamente gay alla reception, dei facchini sin troppo volenterosi giù nella hall pronti a spiare le sue intimità; delle donne delle pulizie ai piani maniacalmente precise nel ricomporre l’ordine o il disordine da lui creato al mattino; degli altri compagni della troupe dal sorriso e dalla battuta pronti, bellimbusti tutti muscoli e niente cervello, così lontani dalla sua bellezza sopraffina e fanciullesca… sì, fanciullesca e pudica. Pudica e casta. Casta e intatta.

Vergine come mamma l’aveva fatto. Ma con tutti gli attributi al posto giusto.

Chi poteva essere stato? Cosa poteva raccontare a Eve? Far trapelare il suo segreto? Rivelarle la sua debolezza? La sua fragilità? Mai! Mai! Quella pantera fascinosa, eccessivamente chic, non doveva neppure guardarla negli occhi.

Il suo sguardo lo ipnotizzava e come un bamboccio la seguiva passo passo. Solo alla toilette, non ancora. Ma ci sarebbero arrivati. Fare l’amore nudi contro la parete di un cesso anonimo eppure tremendamente eccitante… quell’idea lo aggradava… ma l’ombra oscura della mela bacata lo perseguitava. Luccicante come la seduzione del peccato. Tagliente come il senso della colpa. Cupa e tetra come la maledizione e la solitudine, poi.

…………………………………………………………………

…………………………………………………………………

“Ed io porrò una ostilità tra te e la donna

e tra il lignaggio tuo ed il lignaggio di lei:

esso ti schiaccerà la testa

e tu lo assalirai al tallone.” (Gn. 3,15)

- Leggete attentamente questi versetti e meditate, meditate sulla vostra vita, meditate sulla vostra vocazione, siete uomini prescelti dal Signore e chi vivrà in Lui avrà salva la vita. –

Padre Walter esasperava i seminaristi, prossimi alla meta del sacerdozio, con parole dure e severe, camminando avanti e indietro nel grande salone delle riunioni e gli occhialini spessi che la dicevano lunga sulla sua cultura. - In medio stat virtus – Lui quel limite se l’era imposto costantemente e ci era riuscito.

Ammirava quei ragazzi come suoi discepoli, accarezzava le loro teste come un padre e gongolava al pensiero di tanti nuovi sacerdoti sparsi per il mondo a seminare l’amore di Dio.

Una mattina però, a colazione, dopo una notte insonne e due occhiaie profonde come solchi in un campo appena arato, Ben, oppresso da quel rigore morale e desideroso di mondanità, si presentò con la valigia e poche cianfrusaglie in una bisaccia verde militare, batté i pugni sul tavolo per attirare l’attenzione di tutti e con aria beffarda esplose: “Vi abbandono, ragazzi, vado nel mondo a godermi le gioie dell’amore. Lascio a voi la missione più alta e più nobile.”

Senza indugi, senza saluti, dubbi e pentimenti, inforcò subito il corridoio a destra, aprì rapidamente il massiccio portone d’ingresso e con un bel vaffanculo appena accennato, chiuse con un passato di repressione, fischiettando un’aria allegra. Si guardò intorno. La primavera esplodeva con colori vivi e risvegliava l’anima dal torpore di un lungo e gelido inverno.

“Ben, vuoi dirmi che ti prende? Non parli, sei praticamente assente da mezz’ora e sragioni. Blateri frasi senza senso…”

Ben, ancora frastornato dal fardello dei pensieri, a malapena farfugliava : “La mela… il peccato… morirò… sì morirò… mi ucciderà il tuo amore… Eve, Eve, mi porterai via l’anima… Eve “

Gli occhi sbarrati, come se avesse dinanzi a sé il mostro di Lochness. Sudava freddo e piangeva come un bambino impaurito dall’ombra di una notte greve e turbolenta. Eve lo strinse forte a sé senza parlare.

“Lascialo in pace, Eve… non vedi che è un pazzo?” disse Tim ridendo nervosamente con uno sguardo allucinato.

“Sta’ zitto, tu! “

“Perché non hai paroline dolci anche per me? Sono il tuo zerbino da tempo, non te ne accorgi neppure e non ti dai alcuna pena per me!”

“Ecco, Tim, l’hai detto tu. Non mi piacciono i zerbini, per giunta imbecilli come lo sei tu, e sappi che decido io chi, se e quando amare qualcuno. E per dirtela tutta, non mi piaci affatto!”

Tim strinse i pugni dalla rabbia. Una livida gelosia perseguitava il suo animo.

“Te la farò pagare, ve la farò pagare”.

Ben, che aveva assistito in silenzio al battibecco e nel frattempo si era rasserenato fra le braccia della sua donna, poi, colto da un dubbio atroce, istintivamente si ritrasse e le domandò:

“Ma tu mi ami, Eve?”

“Io? Amarti? Non so… non so, Ben… ci devo pensare.”

“Ci devi pensare?”

“Ci conosciamo da poco, non siamo ancora usciti da soli… Non sono sicura di sapere cosa provo per te”

“Scuse! Tutte scuse!” Ben era scosso da un tremito di eccitazione e frenesia. Una voce dentro gli suggeriva parole e frasi a lui inconsuete e, docile come un agnellino, seguiva l’istinto senza remore.

“E tu mi ami?” Eve rigirò abilmente la domanda per togliersi d’impaccio.

“Certo che ti amo…” Ben era sorpreso del suo tono deciso.

“Anzi! Ti dirò di più, ti amo a tal punto che ti voglio tutta per me, solo per me!”

“Che vuol dire, Ben?”

“Niente più abiti provocanti, niente più tacchi a spillo e andamento sculettante, niente più sguardi maliziosi ad altri uomini…”

Eve non credeva a quel che udiva. Ben pensava a un prototipo di donna, non certamente a lei e si risentì.

“Sei proprio sicuro di amarmi? Perché… mi vuoi diversa da come sono!”

“Certo che sono sicuro… Che allusioni mi fai?”

“Semplicemente credo che tu sia innamorato dell’amore o di una Giulietta che hai costruito nella tua mente ma non conforme a me. Io sono Eve, ricordi? La fèmme fatale? La mia purezza è andata a farsi fottere da tempo, da quel maledetto giorno in cui… e con Giulietta non ho nulla da dividere se non l’interpretazione di una parte”

Adesso piangevano entrambi, circondati da un nutrito pubblico di curiosi che si era radunato in fondo al teatro, ignaro se si trattasse di finzione o realtà, di simulazione di amore o di amore in diretta, così, vivo e palpitante.

Eve e Ben erano lontani mille miglia dal chiacchiericcio intorno a loro e chiusi in quell’Eden casto da cui stavano per essere cacciati, presero a baciarsi con una passione nuova, piacevolmente carica di un desiderio di dolcezza.

Nascosto dietro un albero dei giardini attigui al teatro, Tim, disgustato dalla scena, meditava vendetta. Il suo amore per Eve così violento, così fragile, così disperato lentamente si stava mutando in odio. Quel sentimento non poteva essere l’ala che Dio aveva dato all’uomo per salire fino a Lui, né il dolce mormorio di una nuova vita. Una nebbia fitta oscurava il suo orizzonte e non c’era più spazio per la pietà.

Un fiocco accanto all’altro, roteò candida la neve giù dal cielo, ma Tim neppure se ne accorse.

La pausa era durata più del solito. La sera si incamminava lenta sul Canal Grande. Le lampare dei gondolieri riflettevano lo scintillio del crepuscolo sulle acque leggermente increspate. Una fetta di luna pallida mise a tacere una giornata così pesante.

“Basta, basta per oggi, ragazzi. Riprenderemo le prove domani”, tuonò la voce del capo della compagnia. “La notte porterà consiglio e riposo.”

Nella sala le luci si spensero, la musica del carillon dei ricordi si interruppe all’improvviso. Eve e Ben si ritrovarono una fra le braccia dell’altro senza capire, ma con una leggerezza d’animo indescrivibile. Erano gli ultimi. Gli altri ormai erano andati avanti infreddoliti e stanchi.

I giorni passavano velocemente e le prove erano estenuanti. La prima si avvicinava e tutto doveva essere perfetto. Ben e Eve approfittavano dei rari momenti di libertà per gironzolare come due piccioncini fra le viuzze strette e gli intrecci di calli scambiandosi effusioni e tenerezze. Sulla loro felicità pendeva lo sguardo truce di Tim.

Una sera, seduti a un bar mentre sorseggiavano un moro di Venezia al cioccolato e alle mandorle, Eve, rapita dallo sguardo felice di Ben, stringendogli forte le mani,

“Ti amo anch’io, Ben” disse d’un fiato con la voce rotta dall’emozione.

“Ora, ne sono sicura: ti ho amato dal primo giorno, perché il tuo sguardo si posava limpido e puro su di me, perché mi hai capito senza sapere, perché non mi hai fatto domande da quella sera in teatro…”

Ben deglutì la saliva pastosa. Bevve sino all’ultimo sorso e la baciò.

Andarono via frettolosamente verso la solita panca. Venezia volteggiava intorno, le case in pietra sfilavano leggere sull’onda del piacere. La penombra facilitava l’approccio alle cose non dette.

“… Pioveva quel giorno. Una maledetta sera di dieci anni fa. Mia madre non era ancora rincasata. Il suo compagno era ubriaco fradicio e avanzava verso di me… avevo paura… correvo nel salone per sfuggirgli… barcollava ma mi voleva far del male… l’avevo capito… - Eve, vieni dal tuo paparino, non aver paura – era come invasato. La frenesia del vino aveva risvegliato tutti quanti i suoi sensi. Avevo solo quattordici anni. Il mio corpo si stava aprendo alla vita, come un bellissimo bocciolo di rosa. Correvo, mi infilavo come un gatto lesto in tutti gli spazi, ma sentivo il suo fiato sul collo e il suo alito pesante. Ormai ero alle strette, contro la parete, in un angolo, lui schiumava dal piacere e piangevo. – Non lo fare, ti prego, non lo fare – La sua mano palpava il mio seno, sfregava il mio clitoride contratto e mi faceva male. Si denudò e in un attimo fu dentro di me. Urlai come un’ossessa. Nessuno sentì. La casa era isolata. Cadde a terra soddisfatto. Io… con gli occhi sbarrati. Un rivo di sangue dalle mie nudità. - Eve, John, sono tornata. Mia madre mi trovò così. Ma era troppo tardi ormai…”

Ben allibito l’abbracciò forte. Singhiozzava ininterrottamente.

“Dorme Venezia a sera

col cuore che spera con ansietà

l'ultima gondoliera ti canterà

Hoiliii, hoilaaa

Andiamo in gondola

la notte viene

sulla laguna canteranno le sirene

Il mar ci dondola

con ansietà

tra il cielo e il mare

Amore Amor ti canterà.

Sento nell'aria un coro

son le campane della città

metti lo scialle d'oro

stanotte ancora l'Amore va”

Le dolci note di un’antica canzone veneziana cantate più in là da un gondoliere allentarono la tensione e restituirono un po’ di quiete.

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