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Una storia di Emphatica

Lettere al Marabù

Cosa succede quando i ricordi  riportano alla luce un male insensato?

Pubblicato il 06 ottobre 2017 in Altro

Tags: serie

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Nel romanzo Tolleranza zero di Irvine Welsh, il protagonista, all'interno del suo sogno comatoso, identifica nel Marabù, un uccello africano simile ad un avvoltoio, il male insensato che ha causato l'origine di ogni evento spiacevole, e per questo gli dà la caccia.

#1

Non apparteneva alla gelida aria invernale come solitamente accade in queste storie,

ma alle porte dell’estate, il primo dei ricordi che hai deciso di regalarmi.

Faceva caldo, ed era il giorno del mio ottavo compleanno.

È insolito ricordare così dettagliatamente? Nella mia vita è spesso stato frequente il gaudio di lasciar offuscare i pensieri in romantiche fantasie evasive.

Questo, però, ho dovuto comprenderlo e regalarmelo da sola.

Quel giorno ero felice.

Ricordo i miei capelli. Rimanevano intrappolati uno per uno nel pettine che avevi fra le tue mani. Ci dividevano come un sipario perfetto. E in altre scene della mia vita sarebbero stati miei compagni.

Tu pettinavi ingenuamente i miei lunghi capelli da bambina irrispettosa, e i nodi da te incontrati non erano il movente sufficiente per farti mostrare gentilezza. Tiravano e tiravano, i miei capelli. Non sapevi come si pettinasse una femmina, e nemmeno io.

Ti prendevi cura di me, mi dicevano. E come ci tenevi a ripetermelo.

Te lo avrei sentito dire a lungo durante il corso della mia vita.

Io non ho mai imparato a pettinarli diversamente.

Ancora oggi, mentre lo faccio, ogni tanto strappo quei nodi incurante, per pigrizia, nonostante conosca come prendermi cura di loro.

È confuso il motivo che ha impresso in maniera così nitida questo ricordo dentro di me. Quel giorno, il nascondiglio forzato che divenne lo spazio sotto il tavolo, appare ora come la mia prima vera prigione. E non cessa di essere tale, crudelmente ed inesorabilmente, fino all’attimo in cui ne ricordo i perché con consapevolezza.

Da sotto il tavolo, con la paura, io ti osservavo camminare. Talvolta frenetico, talvolta passivamente, noncurante.

Fu quello il momento in cui diventai per la prima volta un essere circospetto?

Ricordo come fosse quasi sera, l’esatta posizione del sole che dalla finestra delineava ogni tuo passo nella cucina di casa nostra.

La casa dove i nostri genitori ci lasciavano soli.

Tu ti prendevi cura di me, infondo.

Ma non avrei mai potuto lasciarmi ingannare dal calore di quella bella stagione, contrastata dalla tua presenza.

No. Non era per come mi pettinavi.

Né perché ignoravi cosa volesse dire, simbolicamente, pettinare una femmina.

Insinuando nella mia mente la perdita del significato della parola stessa.

Per la tua immaturità nel comprendermi.

Per avermi reso il palcoscenico della tua crudeltà, tendendo dall’inizio il mio sipario: pettinandomi, dapprima innocentemente.

E il colpirmi con violenza quando nessuno tra il pubblico guardava.

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