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Una storia di GaiaRicci

Questa storia è presente nel magazine Il Giglio e la Spina. Riflessioni di G.

Manuale per piccole donne.

"Se abbandonassi l’obiettivo di essere perfetta?”

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Pubblicato il 17 aprile 2018 in Altro

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Se abbandonassi l’obiettivo di essere perfetta?

Cosa mai potrebbe succedere?

E’ questa la domanda che dovrebbero porsi moltissime donzelle, soprattutto tra le più giovani, e mi ci immischio anche io nella baraonda delle “so tutto io”. Insomma, chi mai ci ha inculcato di dover essere impeccabile sotto ogni punto di vista, rasentando quasi il divino?

1)Ci sentiamo sotto pressione dai nostri genitori, vero. Il senso di proiezione che loro gettano su di noi è innegabile, si augurano il meglio per noi, ma son ben consapevoli che non possiamo essere sempre “le meglio”.

2)La società con le sue mille richieste e le sue infinite negazioni. D’altronde essa pretende che tu sia madre, moglie, lavoratrice, creativa, paziente, abile amministratrice della casa e via dicendo senza però scordarti di non essere un uomo.

3)Gli uomini. Ok, questa categoria ci vuole carine, sempre a posto, sistemate, indipendenti ma senza far troppo paura al loro ego e alla loro virilità, gentili, oneste, fedeli, confidenti, amiche ma non troppo, raffinate in pubblico e spinte sotto le lenzuola.

Diamoci un taglio.

Il peggior macigno da superare è in noi stesse. I genitori ci piantano un arma sulla tempia per essere sempre eccellenti? La società ci viene sotto casa ad urlare, “sii maniaca del controllo”? E dobbiamo proprio dar retta alle parole di un uomo quando sarebbe più utile farsi una bella passata di smalto rosso sulle unghie con il pigiama di pail addosso e una molletta extra large tra i capelli?

Se per un attimo ci guardassimo allo specchio e ci accontentassimo di ciò che stiamo osservando sarebbe tutto più facile. Accettarsi con quella imperfezione, volersi bene nonostante quel difetto caratteriale, perdonarsi se non si è fatto abbastanza o si è commesso un errore.

A quel punto se siamo capaci di perdonarci, nulla dovrebbe spaventarci. Se noi vogliamo mostrarci a parenti, pubblico e uomini come ciò che non siamo, come un miraggio di santità e perfezione, sbagliamo dall’inizio. Controllare tutto, la propria vita, le proprie reazioni e i propri sentimenti è un lavoro più estenuante di tutte le richieste che vengono date per scontate nei confronti di noi donne. Perché essere così perfide con la nostra stessa vita? E soprattutto perché pretendere tanto se questo tirare continuamente la corda ci rende infelici?

Fermarsi. Sì, davvero fermarsi.

Un esempio. Ho preteso troppo da me stessa, laureata massimo dei voti super in tempo, esperienze già pregresse nel corso della vita universitaria, storie andate bene e storie andate male, lavoretto trovato per mantenere le mie velleità da scrittrice e staccarmi dai genitori (vedi macigno n°1). Dopo una giornata a dir poco stressante ( ma sì non dobbiamo esser perfette, “di merda” questo è il termine giusto) conclusasi con una salata multa su un autobus romano ( sì, spesso non ho il biglietto) sono scesa dal mezzo pubblico e ho cominciato a camminare, così, senza accorgermi che nel frattempo che le gambe andavano per conto loro la mia testa era vuota.

Non c’erano i mille problemi giornalieri che mi affliggono, non c’erano le eventuali paranoie sui mille problemi che mi affliggono, non c’erano le spinte emotive e i vari sgambetti che mi riservo da sola, non c’era addirittura la faccia pingue, sudaticcia e soddisfatta del controllore che inserisce i miei dati sul verbale.

E dentro di me ripetevo, “può darsi che l’essere perfetta mi debba costare tutto questo?”

Ho smesso di pretendere e non mi sono intestardita sulla giornata terribile e sfortunata che avevo vissuto. Improvvisamente dopo 10 giorni di guasto alla caldaia che regola i riscaldamenti nella mia abitazione ( e giuro sono stati 10 giorni di assideramento dentro camera, in cui ho maledetto l’amministratore) questi hanno cominciato a funzionare e a lasciare un dolce tepore. A questo punto, non credo sia stata una semplice coincidenza.

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