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Una storia di Mariacristina.beccari

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BON VOYAGE

Yes, it's me....

Pubblicato il 02 marzo 2016

Frankie Cooper si chiedeva dove avesse già visto la donna seduta davanti a lui sul treno che correva verso la città di Philadelphia.

Frank era solito viaggiare su quella linea per motivi di lavoro: come rappresentante della ditta Kenworth & Sons prendeva quel treno circa una volta al mese e mai aveva incontrato una donna così affascinante.

La tesa del cappello nero le copriva parzialmente il volto che Frank aveva intravisto entrando nello scompartimento: la signora aveva distrattamente girato il capo verso di lui, accennando un lieve sorriso, per poi tornare ad immergersi nella lettura delle carte appoggiate sulle ginocchia.

“Belle gambe…” aveva notato Frank, “veramente notevoli…” Non capita spesso di veder donne così di classe su questo treno …eppure ha qualcosa di familiare….mi pare di avere già visto quei capelli biondi, e le gambe…anche quelle gli ricordavano qualcosa…si, ma che cosa? Dove avrebbe mai potuto aver incontrato una donna di quel tipo? Non certo nel quartiere dove abitava, un’infinita teoria di casette monofamigliari o nei bar fumosi che frequentava tra un cliente e l’altro, né, tantomeno nelle tavole calde dove si fermava per un pasto veloce.

Cercava di non fissare troppo intensamente la compagna di viaggio, non voleva che fraintendesse il suo sguardo, anche se, non sarebbe stata la prima volta che un incontro casuale si trasformava in una conoscenza più intima, anche se fugace.

Ma con lei no, non sarebbe mai riuscito a fare delle avances: troppo bella, troppo distante, troppo misteriosa.

La donna continuava a leggere: evidentemente quelle carte contenevano qualcosa di molto interessante e coinvolgente per lei, che solo una volta, nel corso della mezz’ora trascorsa da quando Frank aveva preso posto nello scompartimento, aveva alzato il viso e aveva appoggiato il capo per qualche istante sulla spalliera della poltrona.

E in quei pochi attimi Frank aveva potuto vedere meglio i tratti del volto, i grandi occhi chiari e languidi, le labbra carnose, le sopracciglia arcuate e disegnate da un deciso tratto di matita….….

In quel momento un’immagine attraversò la mente di Frank…ecco dove l’aveva già vista, al cinema, certo, come poteva non averci pensato subito..

Quei capelli biondi, ora ricordava, era lei, si, lei Marlene, Marlene Dietrich.

Solo qualche settimana prima con Muriel erano andati in città, tutti parlavano di quel film, La taverna dei sette peccati, Marlen Dietrich e John Wayne, ma certo, ora ricordava tutto, anche sua moglie era rimasta affascinata dalla bionda attrice e dal suo personaggio, tanto che aveva chiesto a Jenny, la parrucchiera di acconciarle i capelli nello stesso modo: non è che la pettinatura fosse risultata proprio la stessa, ma a Muriel bastava pensare di assomigliare un po’ a quella donna così affascinante e distante dal suo stile di vita.

Che storia! Che attrice! E adesso lei era lì davanti a lui, non poteva crederci! Per l’emozione, quasi si trovò a pronunciare a voce alta il suo nome. Si trattenne. E adesso cosa doveva fare? Chiedere un autografo? Dirle che l’aveva riconosciuta? Parlare dei suoi film? Nessun argomento gli pareva adatto, quasi aveva la sensazione di profanare l’aura di mistero e di riservatezza che avvolgeva la donna.

Certamente starà leggendo il copione del prossimo film, pensò Frank, sicuro, quello è proprio il copione di un film, ecco perché è così assorta nella lettura, Dio che colpo, quando lo racconterò a Muriel e ai ragazzi….

Faceva caldo nello scompartimento, o almeno così improvvisamente parve a Frank che si tolse la giacca e la appoggiò sul sedile vuoto accanto a lui.

Sentì il bisogno di uscire in corridoio, l’emozione gli stava giocando un brutto tiro, meglio scaricare la tensione fumando una sigaretta.. Uscì dallo scompartimento e , dopo aver aspirato qualche boccata di fumo, si avviò verso il bagno, meglio darsi una rinfrescata poi magari, avrebbe trovato il coraggio di rivolgersi a Marlene.

Uscito dal bagno, si accorse che il treno il treno rallentava per fermarsi in una stazione intermedia.

“Bene, pensò, molto bene, adesso mi sento meglio, mi sono calmato, adesso le chiederò un autografo….”

Ma, rientrato nello scompartimento non trovò più la bella signora che nel frattempo, evidentemente, era scesa dal treno. Il convoglio era ancor fermo e, un attimo prima che riprendesse la corsa verso Philadelphia, Frank si sporse dalla porta per riuscire ad intravederla, ma sotto la pensilina non c’era nessuno, era scomparsa.

Frank, si chiese se , veramente una donna era prima seduta di fronte a lui, era proprio lei. Era Marlene?

Forse la stanchezza gli stava facendo un brutto scherzo, forse aveva dormito e sognato……

All’arrivo, quasi si convinse di aver preso un abbaglio e decise che, una volta rientro a casa, non avrebbe raccontato proprio nulla, non voleva essere preso per visionario, non voleva passare il resto della vita ad essere chiamato

“ quello che credeva di aver viaggiato con Marlene Dietrich” sai le risate che si sarebbero fatti alle sue spalle…

Lunedì mattina, Muriel, come ogni settimana, passò in rassegna i vestiti del marito . Come ogni settimana, preparava gli abiti da portare in lavanderia, avendo cura di svuotarne le tasche. Stava per gettare nel cestino un foglietto rinvenuto, fu questo che le parve strano, nel taschino della giacca che Frank aveva indossato durante l’ultimo viaggio di lavoro. Di solito era nelle tasche che trovava qualche bigliettino, o qualche spicciolo, ma nel taschino abitualmente non c’era niente…

C’era qualcosa scritto a mano, un appunto? forse qualcosa di cui Frank avrebbe avuto bisogno per il suo lavoro. Forse l’indirizzo di un cliente.

Muriel lesse ciò che era scritto sul biglietto:

“ Yes, it’s me! Bon voyage. Marlene”

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