scrivi

Una storia di MirianaKuntz

Hanno contribuito

Scrittori: Bugiardi o miracolati?

159 visualizzazioni

Pubblicato il 27 agosto 2018 in Giornalismo

Tags: scrittori editoria motivazioni passioni arte

0

Pablo Neruda usava solo inchiostro verde, Isaac asimov scriveva solo trentacinque pagine al giorno, Gabriel Garcìa Marquez scriveva scalzo, con una temperatura precisa e un fiore giallo sulla scrivania, altrimenti nulla. Isabel Allende scriveva solo con la compagnia di una candela, finita questa, finiva l’estro.


Non è facile entrare nella testa complessa di uno scrittore, ma non è neppure così difficile. I sopracitati avevano delle routine fisse che non potevano disdegnare o ignorare. La loro arte era il frutto delle cose che si ripetevano e che non si dissipavano. I fiori, la temperatura, la candela o il verde dell’inchiostro. Ripetizioni meccaniche di sognatori stakanovisti.

Ma chi sono davvero quelli che sostituiscono la carta al pettegolezzo, la penna allo smartphone? O fanno entrambe le cose di gusto, ormai arrivati all’anno duemiladiciotto.

Chi sono quelli che nella bio di facebook ci piazzano la parola – scrittore- e chi invece è colui che se ne sta nella sua stanza stipato di carte e cartacce, di cose venute bene e di cose venute male.


Chi sono quelli che vendono libri ai giorni d’oggi? chi ha preso il posto di Bukowski e di Carrol. C’è chi ha seguito Pirandello e la sua teoria sulle maschere, e chi ha scritto d’amore in modo scorrevole e comprensibile a tutti come Sparks.


Quelli che vendono e vivono scrivendo oggi parlano d’amore, sesso e morte. Tutte le cose che ci stanno nel mezzo non fanno più scalpore né numeri. Lo stesso giornalismo si è prostituito a favore di una fiction prodotta ad arte. Se scoppia una bomba carta, il giornale racconterà di un attentato in pieno centro. Se un bambino cade sul ciglio della strada, senza alcun pericolo di morte, il giornale griderà al miracolo.


La carta, qualunque esso sia il suo utilizzo, ricreativo o informativo, è ormai serva dei potenti.

Qualcuno una volta ha detto che in Italia ci sono più scrittori che lettori. Ormai scrivono tutti, anche la vicina di casa con le vene varicose e sei figli da tirare su. Il macellaio scrive delle sue mucche uccise, il fioraio dei suoi fiori miracolosi, il bambino butta giù poesie con versi di gorgheggi, e il nonno scrive di guerra.


Nella biografia dei libri stampati ci sono poche frasi create ad hoc. Nessuno scrive mai con una sola parola da dove viene. Per Napoli ci sono le sorelle -vesuvio- e -sangue- per Roma c’è -la lupa- per chi vive in un paesino che nessuno conosce, c’è quasi sempre l’antecedente frase: - dopo molti viaggi-

Nessuno che scrive si gode il lusso di usare una sola parola scarna per indicare il luogo dove è nato e dove magari vive ancora. C’è una vanità maniacale. Una voglia di apparire più grandi di quanto non si è. Se si è vinto qualche concorsetto in età giovanile si parla di -affermati premi- e se si è alla prima pubblicazione, si parla di – artista promettente-


Si esclude il fatto che il taglio della penna di taluno, può essere sgradevole a molti, e non avere continuità nel tempo. O meglio, questa è la realtà placcata d’oro che viene propinata dalle case editrici. Per loro non c’è mai fallimento pubblico, non c’è mai sedia elettrica, né impiccagione. Per loro c’è un tentativo consistente, nel migliore dei casi, una totale indifferenza in molti altri.

Se non vendi sei fuori, senza sangue pubblico, senza ramanzina. Il tuo nome sparisce dalla carta, e a poco a poco anche dalla testa degli altri.

Ma la maggior parte delle cose che arrivano alle case editrici sono tomi di speranze già destinate a morire. Più della metà delle cose che arriva in mano ai grandi, giocano a nascondino con il taglia carte fin da subito.


Scrivere è un’arte per tutti, ma non di tutti. Chi scrive si è arreso alla vita, ma non alla vita che ha deciso di vivere. Lo scrittore nutre speranze solide verso i mondi che mette su, e si rifugia in un antro pacifico dove qualsiasi cosa partorisce la sua mente, è un atto nobile e gentile.

Chi scrive partorisce ogni giorno. Chi non è genitore lo si sente comunque, anche se la maternità o la paternità non sono concetti contemplati al momento, lo scrittore lascia fluire qualcosa di sé nel mondo.

Questo vale per sempre, a dispetto dei figli, che a volte, o quasi sempre, vanno via.

Chi scrive è un bugiardo patologico, quindi?

La risposta più scontata sarebbe -sì- Ma non sempre bugia ed arte vanno di pari passo. In fondo chi è bugiardo può essere uno scrittore o un venditore ambulante, una maestra o un meccanico. La ‘’disdicevolezza’’ di questo aggettivo non si ricollega necessariamente agli scrittori.

Chi inventa cose su carta, non per forza sarà bravo a farlo a parole. Chi esaspera i sentimenti di una – Mary- a caso, non è detto che sarà bravo ad enfatizzare i suoi sentimenti in mezzo agli altri. Talvolta uno scrittore per gli altri – deplorevole- nella vita -fuori dalla carta- potrà essere timido, introverso e scostante. Chi scrive di sesso non è detto che sia bravo a farlo. Chi scrive di amore, non è detto che abbia amato già o amato nel modo giusto. Chi scrive di morte, magari ne sarà terrorizzato.

Uno dei motivi principali è esorcizzare i propri demoni. Chi canta butta fuori il male e il bene che sente, chi cucina mette in tavola i propri desideri o trasforma le cose che odia in qualcosa che ama. E chi scrive riempie di cotone un orsetto moscio e vecchio, trucca per bene una donna brutta e sola fino a renderla una principessa. Chi scrive mette la medicina sulla ferita, lo zucchero nel caffè, la protezione solare e un sorriso waterproof a chi non sorrideva mai.


Chi scrive si auto cura, curando. E distrugge, distruggendosi.

Una biografia non è sempre solo una biografia. Non si scrive di sé annotando vicende, date, e premi.

Molto spesso chi scrive, ed è bravo, scrive di sé senza che gli altri se ne accorgano. Non nell’immediato almeno. Non è prescindibile pienamente, la propria vita, da quella di carta che si sta andando a creare. Il fantasy è fantasy fino ad un certo punto, in mezzo ad ali e poteri magici, ci puoi sempre trovare qualcosa che lo scrittore ha visto o sentito -nei suoi sogni- ma è comunque una parte di sé.

Uno scrittore non è un prostituto della sua vita, non spaccia i suoi ricordi o sentimenti in virtù di una vendita fortunata o di un riconoscimento affettuoso. Uno che scrive ci mette la faccia anche quando è difficile, anche quando una cosa -ricordata- fa male più che essere dimenticata. Uno che scrive grida o sussurra le cose che ha visto, ma non ha avuto coraggio di toccare, le cose che ha mangiato ma con grande colpa, le cose che ha amato, ma ha perso troppo presto, o le cose che non ha mai avuto il piacere di vedere o sentire, ma le ha lo stesso impresse nella testa.


Chi scrive del London Eye, senza averlo mai visto, senza essere mai stati sulla riva sud del Tamigi, tra il ponte di Westminster e L’Hungerford bridge non è un bugiardo, né uno con sogni troppo pretenziosi, ma solo un sognatore senza fronzoli.

Allora, lo scrittore parlerà della sua altezza vista solo in foto, abbinata all’altezza della ruota panoramica della festa di paese. Parlerà di due innamorati che si baciano tenendosi per mano, sulle rive alte di un braccio meccanico di Londra, ricordando due passanti innamorati seduti sullo scalino di un negozio chiuso.


La realtà si plasma e si trasforma. I ricordi si integrano, si assimilano e si impastano, per avere un dolce nuovo con un vecchio profumo.

Quelli ignoranti della materia, grideranno allo scandalo, ti daranno del bugiardo, del pettegolo, e del miserabile. Chi scrive capirà che è del tutto un giudizio menzognero.

Marco Archetti, parla così degli scrittori: “Lo scrittore è un sognatore ringhiante, un vanesio aggressivo, una bestia offesa che brama rivincita, un soldato sfiancato”

E per certi versi la sua è una verità piuttosto universale. Differisco per un solo concetto.

Chi è un soldato non ha mai smesso di combattere, di conseguenza, non può essere del tutto sfiancato.


Ognuno ha la sua missione personale.

Chi scrive vuole ricordare, menzionare, dimenticare, toccare, sentire, a volte anche soffrire.

Chi non viene più toccato dal mondo esterno, viene tenuto a galla dal -suo mondo interno-

Non è grazia, non è peccato, non si tratta di miracoli né di diavolerie.

Chi scrive è un illuminato ed un disgraziato. E’ un regalo salvifico e distruttivo, che ti toglie e ti da, ti da modo di ricompattare la genetica filiare, e di agganciare ponti nell’aria vacua. Ti uccide e ti rimette al mondo, ti fa un buco per bere, ed uno per annegare.

Ma tutto questo non è mai morte duratura, mai morte certa, mai un sogno in contumacia.

Per ridimensionare un po’ tutto però, c’è da dire che chi scrive lo fa in contrabbando o in festa di piazza, ma è pur sempre -una condizione personale-


Di fatto Joe R. Lansdale nella sua bio, scrive: I write stuff”.

Ovvero: scrivo cose.

E va bene così.


E voi di cosa scrivete? Perchè scrivete? E quale sarebbe la vostra bio?

La mia biografia direbbe probabilmente che sono un sognatore coglione, o uno che ha preso un bel po' di legnate e a volte riesce a raccontarlo; e a raccontarle. Secondo me scrivere è un incrocio tra una specie di autoanalisi, una valvola di sfogo, un modo per non impazzire ed altri influssi.


Scrivo perché fin da bambino avevo idee che altri non avevano e per un mezzo secondo sono anche passato per essere un bambino prodigio, che non ero, per fortuna. Tutte quelle curiose cianfrusaglie che avevo in mente passavano dall'automobile con una linea radicalmente nuova e sportiva al generatore alimentato dal vento ed ottenuto unendo due bottoni ed un ferro da uncinetto, da un motore per auto ottenuto da una macchina da cucire (che comprime l'aria e sparandola fuori funge da motore a reazione) a cumuli e mucchi di altre cose. Che con gli anni sono diventati fumetti disegnati dal sottoscritto, progettini per film, auto sportive, ovviamente ed alla fine, racconti.

Lì ho finalmente capito che scrivere mi veniva bene.

Prendevo sempre cinque nei temi? Da allora si sono accorti tutti del cambiamento. Da quando ho cominciato a farlo per me stesso. Perché mi piaceva.


Mi rendo conto ogni volta che aveva ragione mia madre, quando diceva che a me piace fare le cose al contrario, prima la fine, poi la metà del discorso, poi l'inizio; e mi accorgo di averlo fatto anche in questo contesto. Ho risposto alle domande accennate dalla mia ‘nipote spirituale’ dall'ultima alla prima. Allo stesso tempo, però, ho anche capito di aver parlato solo di me e questo la dice lunga sul concetto di scrittura per come lo intendo.

Dario Argento diceva che dopo anni di meditazione aveva capito: scriveva e faceva film per essere amato.

Anch'io, in fondo.

Di cosa si scrive? Di sé, in modo diretto o indiretto. Perché io in effetti non sono stato su un asteroide e nemmeno dentro un labirinto, o in orbita attorno alla terra, non fisicamente. Eppure sono stato le persone che ho descritto ed in parte lo sono ancora. Il potere della metafora e del simbolo sono molto forti. Poco incline all'autobiografia...


o come diceva uno dei miei nipoti quando era alle elementari:

- Perché dovrei fare il tema introspettivo e raccontare i cavoli miei a loro? –


...al tempo stesso ho parlato di me la maggior parte delle volte. In modo indiretto, velato, o più sfrontato.


Narrativa, in prevalenza. Raccontini di fantasia da quando avevo tredici anni, poi piano piano e con gli anni evoluti verso la fantascienza, l’horror, il surreale ed il reale. Sempre più vicini alla realtà, ma sempre con la testa tra le nuvole. Non ho rituali particolari, o non più. Non mi posso più permettere di averne, o fanno troppo scrittore-divo per i miei gusti. L’unico vezzo mi rimane, quando sono in vacanza (cinque giorni l’anno, più o meno), il mare la mattina, il riposo e un paio di ore di scrittura al pomeriggio. Le due ore di rigore sono via via diventate una e mezza, quaranta minuti, un’ora, due e mezza, secondo l’ispirazione del momento.


Ecco, per quel che mi riguarda, le cose migliori le faccio quando decido di saltare il cerimoniale, andare a istinto e fare quello che mi sento di fare. Tant'è che i ‘Racconti greci’ sono scritti in quelle condizioni e decisamente tra le migliori cose che ho scritto.

Tranquilli, non ve li devo vendere o pubblicizzare.

Sono tra l’altro infinitamente più vicini alla realtà ed al personale. Ma personalmente sono un tipo di scrittore un po’ strano.


Chissà, forse uno che scrive è uno che cerca alibi o scusanti. Lo fa in modo talmente tossicodipendente da credere che sia normale e naturale così.

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×