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Una storia di AlessiaScipioni

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IL MIO REGALO A CHI ASPETTA "DOPPIA F"

Vi regalo il primo capitolo di Doppia F

Pubblicato il 23 aprile 2017

“Così il mio mondo cade a pezzi, tutto da rifare, illusioni. Io vedo scuro come il volto o il culo di Naomi”

Era il 1996 quando scoprii che esisteva il rap e non fu Fibra a farmelo scoprire, ma una bella manifestazione studentesca nel cuore di Roma. A quei tempi avevo ventun anni e frequentavo l’ultimo anno dell’odiato Istituto Tecnico Commerciale con indirizzo specifico di Ragioneria. Avevo perso i primi due anni per ripicca ai miei che mi avevano imposto quella scuola, solo perché vicino casa, solo perché, a detta loro, mi avrebbe aperto le porte del lavoro (col cazzo!). Alla seconda bocciatura realizzai che se volevo togliermi quel tormento di dosso dovevo studiare, prima avrei preso quel dannato diploma e prima sarebbe finita la tortura di viaggiare tra numeri, conti, interessi, ratei, partita doppia e un colpo che gli prende. Seppur ho amato il mio professore di Ragioneria, l’indimenticabile professor Antonio Corso e il suo accento napoletano. Il mio guaio maggiore è che amavo di più l’italiano e tutto quello che consegue il saper padroneggiare la lingua: lusso che ora posso concedermi poco e mi ci rode parecchio. Ero l’unica della classe, quando mi misi in testa di studiare, ad avere la media del sette con la terribile Di Panfilo, professoressa di italiano che aveva insegnato per anni e anni al liceo classico. Era il terrore di tutti gli alunni del suo corso per via della mole di pagine di storia e italiano che ti rifilava ogni giorno da studiare. Pezzi di Divina Commedia a memoria, che ancora ricordo come se il tempo non fosse mai passato, poesie di Dante che mi girano ancora in testa: tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta e li occhi no l’ardiscon di guardare…è una delle prime che mi viene in mente ogni volta che penso a Dante. Sarà che l’ho dovuta ripetere a memoria per tre anni circa, perché non si accontentava mai della lezione del giorno: ti chiedeva anche il programma di tre mesi prima, dell’anno precedente, le date, i collegamenti storici, quindi quando ripassavi italiano, specie al quinto, ripassavi l’intero programma del triennio. Guai a non rispondere anche a una sola tra la ventina di domande che ti sviolinava: avevi già perso la sufficienza e stavi in bilico sul cinque. Era stretta di voti e rigida nel valutare la tua preparazione, eppure fu lei a infervorare, ancor di più, la passione che avevo per lo scrivere e la lettura. A nulla servirono gli sforzi della mia professoressa di italiano che, a ogni colloquio, rimproverava mia madre per avermi imposto di fare Ragioneria. Ero portata per le parole, gli diceva, avevo una mente fantasiosa al punto giusto, sapevo esprimermi. Le mostrava i miei temi, che viaggiavano sull’otto secco quando tutta la classe sfiorava il sei a malapena, le diceva che sapevo già scrivere e descrivere bene nonostante ero giovane e acerba, inesperta. Mia madre, come era solito fare nella sua ignoranza dettata dal tempo, mostrò sempre orecchie da mercante. Ragioneria era la sua decisione, il Liceo Classico quello che avrei voluto fare e, di gran lunga, quello che le aveva sempre consigliato la mia professoressa. La invitava a farmi cambiare indirizzo scolastico, ma a nulla servì, fui condannata a prendere quel diploma da ragioniera, che poi riuscii a portare a casa un bel 55/60 per dire, ma fu un diploma buttato al cesso e una perdita di tempo assurda, dato che con quel pezzo di carta non ho potuto farci nulla, se non pulirmici il culo!

Quel 1996 era l’anno della maturità scolastica, la piazza, se non ricordo male era Piazza Venezia, era piena di studenti che invocavano i loro diritti. In particolare noi dell’Istituto Tecnico chiedevamo, pensate un po’, dei banchi decenti per studiare. Mi ricordo ancora quei banchi piccoli, scomodi, che sembravano venire dalle scuole elementari. L’effetto collaterale primario era una bella scogliosi come minimo, visto che stavi alle superiori ma avevi un banco da quinta elementare, manco delle medie. Si manifestava per questo quando, tra cori, striscioni, le mie orecchie captarono un suono nuovo.

Curre curre guagliò…curre curre guagliò…non saprei dire perché quella musica mi catturò così tanto in quel contesto di casino generale che può essere una manifestazione di giovani in protesta. Fatto sta che ne rimasi ipnotizzata. Ero abituata alla musica che viaggiava in casa, tra Festivalbar e Sanremo, è vero che conoscevo già gli Articolo 31 e i Gemelli Diversi, ma quella roba sapeva di diverso. Ero già appassionata di un De Andrè ma quella musica che sentivo in piazza era ancora più forte: era protesta pura. Mi avvicinai, incuriosita, verso il gruppetto di sconosciuti che la stava ascoltando. Avevano uno stereo, alimentato con delle pile, domandai a uno di loro che roba fosse.

«99 posse, Curre Curre Guagliò, è un gruppo rap napoletano». Fu la risposta del tizio.

Intanto, mi ascoltavo le parole che si liberavano nell’aria, con quel dialetto inconfondibile, e scoprivo che rappresentavano un rap diverso da quello che avevo ascoltato, fino a quel momento, in radio o in tv. Era qualcosa di più potente, era come una rappresentazione di una Napoli vissuta sulla propria pelle, era come se la rabbia del vissuto prendesse vita da quelle parole. Era realtà dura che viaggiava su diversi fronti, estremamente politicizzata, questo è vero, ma era potente. Almeno per me lo fu, a tal punto, che tornata a casa andai dritta dal negoziante, a quei tempi esistevano i negozi di dischi, mettendolo in croce perché doveva trovarmi quella dannata cassetta dei 99 posse. Il negoziante mi guardò male, non li conosceva affatto e rimase anche stupito dalla mia richiesta. Alla fine, dopo due settimane circa, mi chiamò dicendo che era riuscito a trovarmi il cd addirittura. Lo comprai e me lo sparai per tutto il giorno. Più lo ascoltavo e più quella musica, così rivoluzionaria, mi prendeva. Da lì poi, incominciai a informarmi sugli altri rapper meno noti. Scoprii un mondo intero sepolto nella nicchia di un pubblico sommerso dalla maggioranza della massa. I Sangue Misto furono i primi che mi attirarono verso la loro musica con il fantastico SxM, pietra miliare del rap italiano, ma nella mia giovinezza ero ignara di ascoltare un disco che poi avrebbe fatto storia, sapevo solo che quei testi mi prendevano e mi aprivano la testa verso luoghi, stati d’animo e pezzi d’Italia, tutto questo mi affascinava.

L’amore vero per il rap, la freccia di Cupido, vera e propria, fu scoccata nel 1998. A quei tempi cercavo lavoro. Grazie sempre alla decisione dei miei non avevo potuto fare l’Università. Avrei voluto prendere Lettere e Filosofia, ma per loro era tempo perso: molto meglio portare i soldini a casa (se solo avessi mai trovato lavoro). Ero incazzata con tre quarti di mondo che mi girava intorno e non potevo fiatare a riguardo della mia rabbia. La frase tipica di mia madre “quando avrai diciott’anni fai come vuoi” si era trasformata in “fino a quando che vivi in questa casa fai quello che dico io”. Frustrante…è dir poco. Sei giovane, hai l’adrenalina naturale che ti viaggia nelle vene, ti senti la forza per poter spaccare anche le montagne e ti ritrovi in gabbia. Perché? Nel mio caso la risposta era semplice: donna, senza lavoro, con una madre dalla mentalità legata al maschio. Mio fratello era il tesoro di casa, a lui tutto era concesso, a lui era tutto dovuto: viaggi, motorino, moto, macchina, aveva potuto persino buttare quattro anni da Odontotecnico nel cesso, senza dare gli esami finali, senza mai diplomarsi, chiedeva e gli veniva dato. Nascere femmina, in quella famiglia, è stata la mia condanna. Per mia madre valevo, e valgo, quanto un due di picche quando regna bastoni a briscola: cioè un cazzo! Potevo e posso fare anche veri miracoli, sarò sempre inferiore a mio fratello, che in sostanza nella vita, davvero non ha mai fatto un cazzo! Non ho mai sentito mia madre rimproverarlo per aver mancato il diploma, mentre a me rinfaccia, anche adesso a quarantadue anni, di aver perso quei due anni di scuola. Ignara del fatto che la colpa era più sua che mia, se magari avessi fatto il liceo classico, come volevo, avrei studiato sin dall’inizio. Mia madre non ha mai capito, o avrà fatto finta di non capirlo non lo so, che il mio “non studiare” era legato al rifiuto di quello studio che mi era stato imposto. Come è ignara che il mio successivo studiare, fino ad avere la media del nove a tutte le materie, era dovuto al “leviamoci sta rogna il più presto possibile”. Come è ignara del fatto che l’esame di maturità l’ho affrontato, cercando di dare il cento per cento di quello che potevo, solo per avere la speranza di andare all’Università poi. Portai Ragioneria e Italiano agli orali, due mattoni e due programmi di tre anni per dire, feci il tema su Ungaretti (ancora me lo ricordo) invece che quello di attualità. Nella mia scuola, quell’anno, il voto più alto che fu dato era 55/60 e io fui una di quelle che se lo portò a casa. Ma niente, non servì a niente, mia madre è sempre stata sorda e cieca, chiusa nelle sue convinzioni e mai capace di ascoltare. Anche adesso, per dire, è la prima che boicotta i miei libri, è la prima che cerca di smontarmi la voglia di scrivere, ha sempre nuotato contro e continuerà a farlo, impastata da quell’aria da sovrana che si sente addosso e che la rende madre e quindi “solo lei sa ciò che è giusto o sbagliato per i propri figli”.

Quel 1998 ero nel pieno della depressione per tutta questa serie di motivi, stanca anche dei vari colloqui di lavoro, per il sospirato lavoro da ragioniera a cui aspirava mia madre. Stanca di sentirmi dire:

«Sì, lei rientra nell’età, ma vede noi cerchiamo una ragioniera di massimo venticinque anni che ha già esperienza».

Assurdo. Eppure rispondevano tutti così. Anni buttati nel cesso, anni che mai nessuno mi ridarà indietro, anni preziosi sprecati dietro al fatto che mia madre doveva vantarsi di avere una figlia che facesse la ragioniera. Il karma, però, esiste eh, talmente impegnata a doversi vantare delle capacità dei figli che, alla fine, non ha potuto vantarsi né della ragioniera e né dell’odontotecnico. Ci ha bruciati sul nascere, a entrambi, perché anche mio fratello è stato bruciato da questa assurda convinzione italiana che i genitori sono capaci di decidere ciò che più si addice al figlio. Anche lui, vero fenomeno della meccanica e dell’elettricità, me lo ricordo che passava interi pomeriggi a smontare ogni cosa. Smontava e rimontava: giocattoli, macchine telecomandate, me lo ricordo che ha smontato, pezzo per pezzo, l’auto vecchia di papà parcheggiata sotto casa e che mio padre aveva conservato, essendosi rifatto la stessa marca, per i pezzi di ricambio. Ho un’immagine fissa di mio fratello, mi viene in mente ogni volta che penso a lui. Lo vedo seduto in cucina, sul tavolo c’è il quadro della macchina vecchia di papà che aveva smontato, lui che maneggia dei fili, li accosta a una pila, una mezza torcia ancora me la ricordo, un filo da una parte e uno dall’altra, il contachilometri che si alzava, la spia del quadro che si accendeva, la spia della benzina che saliva e i suoi occhi che brillavano. Guardava quel quadro che era riuscito a far funzionare con una pila come se avesse compiuto un miracolo alla pari di Gesù. Altra dote che aveva innata era il disegno. Disegnava da Dio, me lo ricordo che faceva Paperino, Minnie meglio degli originali a momenti e tutto a mano libera. Era portato per i lavori manuali, per l’elettronica e invece si ritrovò incastrato a fare dentiere di gesso. Lo ha fatto fino a diciott’anni, poi abbandonò la scuola, lo fece mandando in bestia sia mia madre che mio padre, essendo maggiorenne però non gli serviva il loro consenso per lasciare la scuola. Non era il suo percorso, anche un cieco lo avrebbe intuito, ma non i miei. Loro dovevano avere quei figli fenomeni da poter decantare agli altri. Alla fine ottennero solo dei figli bruciati, frustrati e pieni di complessi.

In questo status di cose, un amico mi passò una musicassetta di un gruppo rap nuovo: Uomini di mare e la cassetta era Dei del mare quest’el gruv. L’amore vero che mi portò a non abbandonare mai più il rap e che mi portò a seguire, in ogni dove, questo genere, nacque in quel momento. Passavo interi pomeriggi, per la maggiore, in camera da letto ad ascoltare musica attraverso le cuffie. Lo stereo era il mio migliore amico e la musica era un angolo di pace in cui mi rifugiavo. Non sapevo stare senza musica e da quel momento in poi, non riuscii più a stare senza rap. Gli Uomini di mare mi catturarono in un modo che non saprei spiegare, so solo che Stanco del mio tutto, a quei tempi, l’ascoltavo di media una cinquantina di volte al giorno. Ero già fidanzata con mio marito da due anni, a parte l’uscire con lui, il resto del tempo in casa lo passavo ad ascoltare musica, quel tipo di musica.

Qualcosa non va in me, stanco del mio tutto, per tutto quello che si dovrebbe dare ma che, per un motivo o un altro, non c’è spinta in me…furono parole che, in quel momento, mi penetrarono talmente tanto da farmi sentire spoglia. Era come se Fil mi entrasse in testa, ne leggesse i pensieri e li riportasse su quel ritornello…era esattamente come mi sentivo in quel periodo di vita. Demotivata, spenta, decisamente convinta che qualcosa non andava in me, perché a nessuno andava a genio veramente Alessia. Ero stanca del mio tutto anch’io. Stanca di sentirmi dire cosa potevo e non potevo fare, stanca di sentirmi dire cosa dovevo e non dovevo fare, stanca di essere diversa dalle altre perché, per la maggiore, non potevo fare quello che facevano le altre. Mia madre mi controllava tutto, era una maniaca del controllo, rovistava ovunque, mi faceva le poste per strada, frugava nella mia camera, non mi passava le telefonate se queste provenivano da voce maschile. Non sopportava che portassi le amiche in casa, non mi permetteva di andare a ballare. Il rovistare era la cosa che più detestavo, perché lei lo faceva proprio con l’intenzione di trovare quello che non le garbava, non potevo avere segreti tutti per me, non potevo. Non era un controllare perché ci teneva a me, il suo era un controllare per poi potermi accusare, era diverso. È sempre stata affetta da manie di persecuzione, sempre convinta, anche oggi, che qualcuno voglia raggirarla, ingannarla o fregarla. Quindi controllava questo, che io non la fregassi in qualche modo, sapendo che, in finale, se volevo un minimo vivere, dovevo farlo per forza. Ancora oggi si lamenta dei vari casini, ragazzate per la maggiore, che le ho combinato. Sfido chiunque a vivere in gabbia, ad avere un paio d’ore d’aria al giorno e a non lasciarsi andare al tutto quando sta fuori in quelle due ore. Il mio “combinare” era dovuto a questo, era l’attimo fuggente, era il “o adesso o mai più”, quindi in quel poco tempo che avevo, fuori da casa, sì… facevo di tutto, dicevo di tutto, anche l’impensabile e l’impossibile, e semmai ho avuto un minimo di vita in quell’adolescenza o poco dopo quegli anni, ahimè l’ho avuta di nascosto, di sotterfugio, ingannando e mentendo, e non è piacevole farlo. Era impossibile però fare diversamente e in qualche modo, in quella guerra, io dovevo sopravvivere.

C’è che la noia ha i suoi segreti come i boschi di Twin Peaks…diceva Fil.

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