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Una storia di lisa1949

Sogni in giardino

emozioni diurne

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Pubblicato il 28 ottobre 2017 in Fantasy

Tags: ortobotanico fantasia natura Torino

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Sogni in giardino

Schiudo gli occhi che il cielo ha appena abbozzato la sua luce e intravedo le sagome delle siepi di lauro, le foglie lisce specchiano lievi cenni di albore. É un giardino, forse un orto, non riconosco più nulla di familiare: dove mi trovo non lo so.

Cerco di prendere in mano la situazione, sono scettica. Non vedo altro che fronde verdi, ne sento l’odore acre e penetrante, lo spazio che c’é intorno è piuttosto stretto.

La luce del giorno ora è più chiara, la mia mente è confusa, avverto un senso d’ansia. Scorgo appena, in alto, un lembo di cielo incolore.

Il cupo silenzio mi ossessiona, procedo con calma e mi trovo davanti a un muro di piante, che m’impedisce di proseguire. A sinistra invece il percorso continua, è un sentiero preciso che poi s’interrompe di nuovo, procedendo poi sulla destra. Al prossimo tratto svolto ancora a sinistra.

D’un tratto mi rendo conto di vivere in una dimensione ignota: non so ne da dove vengo ne dove vado: sto sognando?

A un certo punto, comprendo che quelle linee rette, disegnano un labirinto: strano.

«Ohhh!!! Che impressione…» Pronuncio sorpresa dai resti di un uccellino multicolore dal corpicino martoriato. D’istinto alzo gli occhi e vedo due occhi gialli minacciosi emergere dalla massa corvina di un gatto: è lui il colpevole. Punta sulla mia persona, la sua coda oscilla nervosamente, vuol difendere la sua preda, la situazione è critica.

«Vattene via!» Gli grido e lui rizza il pelo sulla schiena, pronto ad attaccare. Lo anticipo di un soffio, lui manca l’obiettivo e precipita sulla siepe, emettendo un miagolio terrificante, poi svanisce nel nulla.

«Qualcuno mi sente? Aiutatemi!» Grido, è alquanto angoscioso lo stato in cui mi trovo. Sono imprigionata in una sorta di scatola verde delineata a settori: credo di intuirne il significato.

Il primo tragitto rappresenta l’imprevisto, la paura che non si sa dominare, ma forse anche il mio lato oscuro, malvagio. Una verità racchiusa nel mio inconscio affiora rivelando verità negate dietro la maschera del buonismo?

Devo trovare l’uscita o mi smarrirò dentro a un contenitore misterioso, non devo perdermi d’animo. Il lato positivo è l’insieme di piante e fiori che intravedo al di là di questa barriera.

Ho sete e perdo la pazienza poi penso a chi è rimasto sepolto sotto le macerie di una casa, o spazzato via da un’alluvione: non ho ragione di lamentarmi.

Questo tratto sensibilizza la coscienza, la consapevolezza di dover abbracciare la sofferenza altrui.

«Tiratemi fuori di qui o impazzisco!» Urlo con un tono sconcertato, sto perdendo la cognizione del tempo: sono trascorse troppe ore ormai.

L’aria mi rimanda un odore nauseabondo. Lo realizzo tardi: sono escrementi, purtroppo li calpesto. Il ribrezzo fa parte della vita, ma è veramente disgustoso. Sarà il risultato di un animale gigantesco, o evidenzia il significativo effetto delle azioni di questa società malata?

Non so come ripulirmi le scarpe, le tolgo e cammino a piedi nudi sull’erba. La puzza si affievolisce ma non il disgusto. Ecco cosa rimane delle malignità ciascuno di noi: fetore e ribrezzo.

Avanzo ancora e un enorme lupo dagli occhi iniettati di sangue mi mostra i denti, con la bava alla bocca è inquietante e non so come potermi difendere.

«Se credi di farmi paura, ti sbagli..» gli urlo decisa.

Il suo sguardo mi sfida minaccioso, spalanca le fauci, ma resta lì, in agguato: un avvertimento? Uno stimolo a lottare per superare gli ostacoli. Nulla è facile, certo, occorre riflettere per trovare la soluzione. Passo oltre rasentando la siepe a un lato dell’animale, il mio sguardo lo trafigge e lui si ammansisce accucciandosi.

Sgorgano da alcuni rami costanti gocce d’acqua, sento singhiozzare: sono lacrime di bambini maltrattati, abusati, e contesi: “Che pena!” Rappresentano l’indifferenza?

Eppure mi pare che da quelle gocce traspaiano figure infantili: piangono alla ricerca di un amore materno sconosciuto.

Nel tratto seguente, una donna si nasconde dentro un manto blu, non vedo il suo volto, ma ha un che di familiare: ha lineamenti materni a me cari. Sotto quella cappa sporge la coda di una sirena. Mi giunge la sua voce lontana, sussurra il mio nome chiedendo il mio aiuto per liberarsi dal maleficio. Troppo tardi, adesso non c’è più tempo. Ecco, ora riconosco il rimorso.

Scendono le mie lacrime sino a penetrare la terra e d’improvviso sbocciano mughetti. Il loro profumo pervade l’aria. Ogni campanula stilla gocce purpuree simili a rubini che toccando il suolo producono un dolce tintinnio simile a un carillon.

Torno percorrendo i tratti a ritroso, qualcosa è cambiato. Davanti all’entrata di una serra qualcuno ha deposto un orcio in pietra.

Tolgo l’asse che lo chiude e incredibilmente fuoriescono farfalle dai colori sgargianti: bellissime. Volano sempre più alte e le siepi del giardino riacquistano dimensioni quasi normali. Fluttuano nell’aria pochi secondi formando la sagoma di un cuore, poi un lampo le tramuta in petali che cadendo al suolo formano un bouquet variopinto.

Procedo ancora e mi ritrovo in un boschetto avvolta dal canto melodioso di uccelli che non vedo. Sfioro una felce con le dita e lei mi avverte: “ non farmi del male, ti potrei essere utile con le mie qualità medicamentose”. Sto vaneggiando.

D’un tratto, alle spalle, mi lambisce qualcosa, mi volto. È una chiocciola grandissima, con le due antenne sembra richiamare la mia attenzione; osservo la scia argentea sul terreno per individuarne la provenienza. Quelle tracce vischiose sembrano giungere da uno stagno su cui galleggiano bellissime ninfee dai tenui colori.

Sgrano gi occhi, resto perplessa, non so più cosa pensare.

«Sali, ti condurrò dove desideri» mi sussurra. Non so come, in un attimo cavalco il suo guscio e ammiro un giardino meraviglioso. Non sento il desiderio di scendere, l’aria che respiro mi fa sentire leggera. Osservare il labirinto dal lato opposto ha stimolato la mia curiosità.

Ora la lumaca striscia lenta su un tratto roccioso, dalle cui pietre spuntano fiori come la genziana o il ranuncolo, dai petali delicati, protetti dall’ombra di un salice nano.

«Chi sei tu?» Chiedo stralunata.

«Sono la messaggera della serenità, vieni con me e la troverai.» Fruscia.

«Vorrei conoscere le piante e i frutti di questo giardino.» Propongo come incantata.

La sua lentezza è quasi terapeutica, incute un senso di benessere arrampicarsi sulle

rocce. Il tempo pare non esistere mentre le scivola sprofondando in un angolo paradisiaco dove sono circondata da orchidee di una bellezza indescrivibile; é caldo, sembra di essere ai tropici. Un profumo dolciastro pervade l’aria, mi rendo conto che la mia accompagnatrice ha ragione: questa è la serenità.

Mi guardo attorno, ma lei si è eclissata. Le tracce conducono a un tronco dalla cavità profonda, avrà raggiunto altri luoghi sconosciuti.

Mi sento come “Alice nel paese delle meraviglie”. Quanta fantasia intorno a me, quanta bellezza ci offre la natura e noi siamo avvezzi a desiderare cose superficiali.

Sono piccola, come uno gnomo, di fronte a questi fiori dal lungo stelo. Rosee sfumature dal cuore rosso fuoco e lingue brune o amaranto, che evidenziano il candore di una qualità lì vicina.

Attraverso quell’oasi camminando su un tappeto di terra e cristalli di quarzo, che strano! Ora l’habitat è differente, mi ricorda la flora africana.

Suoni e rumori mutano infatti. Percepisco le percussioni di un bongo, qualcuno lo manipola abilmente, sembra giungere da piante decisamente esotiche, tipiche di quella Terra. I Pelargoni, quelli li riconosco; a toccarle, le foglie profumano di cedro e cannella , si tratta di vere e proprie meraviglie, le cui proprietà insieme a quelle di altre specie, se essiccate diventano medicinali.

Il suono del bongo è lontano ormai e si sta facendo buio, i colori si spengono e sento le gambe cedere: è la stanchezza.

Vorrei ritornare al punto di partenza e d’un tratto sprofondo in una voragine scura, mi sfugge un grido: «Oddio!!!» Mentre capitombolo dentro quel buco nero cavernoso.

“Che paura..!” penso.

«Che ci faccio qui?» Domando incredula aprendo gli occhi poco dopo.

«Ti sei appisolata sul dondolo, ricordi?» Risponde col sorriso ironico mio marito.

Resto perplessa, vicino a me il depliant dell’orto botanico di Torino aperto alla pagina degli orari. Sospiro, i sogni mi sorprendono sovente, ma questo è stato una suggestione pura, mi sembrava di esserne parte. Un sogno così è impossibile, devo essere stata ipnotizzata da qualche invisibile alieno.

Poi propongo per nascondere le mie perplessità: «Che ne dici, andiamo a visitarlo? La stagione è quella ideale». Propongo ancora affascinata dalle immagini della fantasia.

«Speriamo non ti faccia lo stesso effetto del volantino, però…» Risponde sarcastico.

“Gli uomini: ti riportano alla realtà senza scorciatoie…” Se fosse andata così

avrebbe davvero ragione. “Comunque vale sempre la pena sognare e fantasticare”.

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