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Una storia di sugarkane

Questa storia è presente nel magazine Le canzoni fanno male

Quel che si dice

Alcune non sono solo canzonette (ispirato al brano "Quel che si dice")

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Pubblicato il 29 maggio 2018 in Storie d’amore

Tags: amore musica testo

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Un’esile figura dall’andatura svelta ma sicura camminava su un paio di scarpe col tacco alto. Portava sulla testa un’acconciatura piuttosto “importante”, i capelli corvini, cotonati e fermati da mollette luccicanti, incoronati da un copricapo particolare, decorato con variopinte piume vere di volatili esotici. Sperava, indossando quell’identità fittizia, di poter suscitare negli altri, negli spettatori, stupore e in se stesso (soprattutto) un barlume di accettazione per ciò che effettivamente era: un uomo. Non parlava durante il suo numero, ma ammiccava a chi sedeva nelle prime file, stuzzicava con le sue enormi piume e folte ciglia finte i gentiluomini accomodati ai tavolini rotondi, coperti da candide tovaglie lunghe, accanto alla passerella del palcoscenico. Le luci dei riflettori colpivano i suoi occhi con mille e più colori, illuminavano il suo corpo brillante e subito dopo si spostavano freneticamente, andando a colpire qualche altra persona con cui interagire; seguiva la musica con movimenti sinuosi, quasi li avesse modellati, scolpiti direttamente sul suo corpo: si sentiva davvero bene in quei panni, percepiva una strana emozione nell’esibirsi presentandosi in maniera diversa dalla sua di tutti i giorni. Credeva di rinascere in quelle vesti, rinascere donna, perfettamente in armonia con il suo io interiore; nessuno avrebbe potuto dire che avesse insicurezze. Stava bene. Così tanto che, alla fine della serata, concludeva la performance con un virtuosismo che nessuno accettava da altre persone; senza se e senza ma, nell’incredulità del pubblico, si liberava di ogni indumento, chiudendo lo spettacolo con un nudo integrale. Nella sala, tra sguardi sbigottiti e cori a bassa voce di “Oh!”, la gente si domandava se ciò che avesse visto fino a quel momento fosse vero o fossero caduti in un inaspettato sogno. Se ne compiaceva di vedere una tale reazione, fintanto che non giungevano alle sue orecchie i commenti di coloro che non accettavano certe dimostrazioni di “scherzo della natura” in pubblico. Però apprezzavano cenarci insieme più tardi, verso le tre, quando scendeva dal palco per dedicarsi ai suoi ammiratori segreti! E non evitavano di fare “cattivi pensieri”, né di vantarsi al suo cospetto di conquiste o possedimenti! Si trovava al centro della falsità e dell’ipocrisia di notte, mentre continuava a velare la propria identità che non considerava propria soprattutto a sé. Sapeva benissimo che tra quelle persone qualcuno si era divertito nel scimmiottare la sua esibizione, per questo si deliziava nel rispondere alle imitazioni e alle ostentate vanità della gente che vedeva accanto a sé, al tavolo.

Una volta finito il tempo di impersonare qualcun altro, all’alba, si incamminò verso casa, la grande abitazione in cui viveva con la sua anziana madre, dove la tristezza di non essere davvero sé aspettava silenziosa e subdola. Fredda come la morte, l’infelicità accompagnava ogni suo gesto: aiutava a togliere l’ingombrante parrucca, teneva ferme le mani per non impedire di togliere il pesante trucco di scena e le ciglia finte; c’era perfino quando si guardava allo specchio, mentre scrutava ciò che era rimasto della star della tarda notte e di chi ci si nascondeva dietro. Era allo stremo delle forze, sentiva di non potercela più fare, voleva poter chiudere gli occhi e dormire, sognare di vivere in un mondo in cui non sia necessario mentire per essere considerato persona e non alieno. Si buttò senza indugi sul letto, percependo una sensazione di benessere e calore proveniente dalle coperte morbide che si stropicciarono sotto il suo peso. Come ogni volta in cui sentiva tanta (troppa) stanchezza, non riuscì ad addormentarsi subito e cominciò a pensare: nella sua mente correvano veloci tutte le storie d’amore finite senza gioia e, soprattutto, alla sua, così derisoria e beffarda. Amava un uomo che considerava il suo dio greco, un Apollo sceso in terra dai tratti perfetti al quale non aveva mai e poi mai avuto il coraggio di dire nulla. Nemmeno una parola, un saluto pressoché accennato, niente. Ricordava ogni sera la volta in cui lo aveva visto per la prima volta, alcuni anni prima, e la seconda, la terza … Lavoravano nello stesso locale, ma lui si occupava di un altro aspetto dello spettacolo: doveva servire ai tavoli, offrire il suo aiuto alle signore per arrivare ai tavoli e portare nel guardaroba i cappotti dei gentiluomini in doppiopetto e farfallino. Lo adorava nella sua giacca bianca e papillon nero, tutto impettito e rigido in una divisa che gli calzava a pennello, con le scarpe lucide che riflettevano le luci e i guanti per rimanere il più neutrale possibile. Ogni sera, prima di entrare in scena, lo guardava da dietro le quinte ben al riparo grazie al sipario, al diventare perfezione nel tempo e mentre una lacrima rigava il suo viso incipriato. Avrebbe voluto essergli vicino per sempre, invece doveva nascondersi da lui … Lui che aveva anche una fidanzata e per questo faceva sentire a disagio e fuori luogo il suo spasimante segreto.

Finalmente riuscì ad addormentarsi, ad entrare in un mondo parallelo in cui riuscì a trovare il coraggio di chiedere alla gente di non giudicarlo per ciò che era fuori, ma per com’era dentro, nel profondo. Pregava di non essere accusato o che non gli fosse affibbiata una mancanza non sua: ‘che colpa posso avere se Madre Natura fa di me un uomo o quel che si dice’.

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