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Una storia di EdoP

Roma, 2009

Sull'orlo di una crisi di nervi

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Pubblicato il 14 giugno 2018 in Storie d’amore

Tags: 2009 amore Roma telefono trans

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Quella sera entrò un'aria frizzante dalla finestra che dava sulla cucina. Ci andò Maryù, con uno strano gilet nero con cerniera, con solo il reggiseno sotto e con una delle sue parrucche più belle, capelli corti color rame. Sotto una fioca luce di una lampada vicina ricaricò la caffettiera elettrica e la impostò per la giornata che sarebbe venuta. Poi ritornò nel salotto, dove aprì il portatile, guardò eventuali messaggi su MSN, con sottofondo una santona che leggeva le carte a signore timorate su un canale locale dalla bassissima risoluzione. Le fattucchiere romane l'avevano sempre divertita e a volte le tenevano compagnia, per quanto certe fossero buzzurre ciarlatane pure nei modi, nonostante ne imitasse i personaggi ridicoli negli spettacoli per mantenersi, le trovava artistiche e quasi "sociologicamente interessanti". Cambiò ancora canale e la spense subito dopo aver visto il Papa sullo schermo, inquietata dal suo accento tedesco.


Respirò un po' la brezza primaverile di quella notte dalla finestra in strada, in quel momento deserta e si mise a letto, vestita con poca biancheria si addormentò col cellulare in mano. Una luce lunare brillante illuminò il bagno dalla finestra. Nel cuore della notte la Città Eterna dormiva, il meteo aveva preannunciato temperature quasi estive e il cielo era senza nuvole e pieno di stelle, senza il solito inquinamento luminoso. Nel bagno di quell'appartamento, di una vecchia palazzina d'inizio Novecento, Maryù si lavò la faccia e iniziò a truccarsi con del fondotinta, mascara, matita e un rossetto scuro. Si scrutò per qualche secondo, con le sue smorfie, ben note nel vecchio teatro popolare giù nella via. Poi uno squillo frenetico. Maryù, prontamente corse dal bagno alla camera da letto e afferrò il telefonino vibrante.

«Pronto, sei tu? Pronto? Sì... sì ora ti sento bene sì, dimmi». Guardò nel vuoto e alzò un sopracciglio.

«No, no, io no, io sono appena rientrata. Ma perché, avevi chiamato per caso?... Ah...». Sospirò.

«Sono uscita con Silvia... mah... saranno le dieci e mezzo, ma scusa non sei a casa tu? E allora guarda un orologio o il computer se sei lì vicino, no?...».

Guardò l'orologio a pendolo. «Le undici e mezzo... comunque vado avanti... strano no?».

«Oggi? Oh, oggi mi sono svegliata prestissimo, non riuscivo a dormire, stasera ho dormito poche ore... e così ho preso una pastiglia... no no, solo una. Sai, avevo un gran mal di testa, sono stata in giro tutto il giorno, con Silvia. E poi ho fatto le valigie. Sono molto forte, sì sì... ho molto coraggio».

Sospirò ancora, quasi canzonatoria fissando il soffitto e si sdraiò sul letto.

«Stamattina?... Ah sì, dicevo che stamattina è passata a prendermi Silvia... sì, molto presto. Siamo state a casa sua, al lago di Bolsena... è stata molto buona... molto molto cara... è stata perfetta».

«Sì, avevo quest'impressione ma non è un'egoista, avevi ragione tu, come sempre».

Sorrise debolmente.

«Come?… Un vestito di raso nero. Sì, ce l'ho ancora addosso... no, non ho fumato, solo tre sigarette... te lo giuro, è così... sei molto dolce sai? Ti preoccupi ancora per me, lo sento».

Guardò ancora il soffitto e fece un’espressione simile a un sorriso, per poi tornare serissima. «Ma, non sei uscito? Sei stato a casa tutto il giorno?... Quale esame? Aaah ma... pronto?». Maryù si risiedette sul letto, lievemente preoccupata che la linea fosse caduta.

«Pr-pronto? Pronto? Pronto, mi senti? Pronto... sì, sono qui».

«Sì, le ho fatte le valigie, te l'ho già detto. Ho messo le tue lettere, le cartoline, le mie lettere, tutto. Puoi mandare o venire a ritirarle quando hai voglia».

«Molto... però... capisco... tesoro non scusarti... sono io che... sono io che non... no no... ma amore mio...».

«Già, nemmeno io avevo pensato di essere così forte... no, non ammirarmi troppo sai... non so nemmeno io quello che faccio, mi vesto, mi trucco, esco, torno... faccio tutto come un automa e forse domani sarò meno brava sai?».

La sua voce singhiozzò.

«Un mostro? Tu?».

Ridacchiò e si ricompose.

«Ma no tesoro, non ho il minimo rimprovero da farti... ma sì sì, è naturale... ma no, cucciolo mio... così invece, vedi, ho avuto il tempo di abituarmi, di comprendere... quale commedia? No... m-ma perché vuoi che ti faccia la commedia, scusa?... Ma proprio no!».

«Sono calmissima! Ma l'altro giorno era un'altra cosa... sai, bisogna essere forti e preparati. Ma quando succede è sempre un grosso colpo, non ti pare?... Non rimpiango niente, sai? Niente... niente... tu? No, ti sbagli. Ti sbagli, amore mio. Ho quello che mi merito perché ho voluto essere troppo felice, è stata una pazzia, che è durata pure tanto... amore mio».

«Ma no! Non scusarti... non scusarti, è tutta colpa mia. Non ti ricordi quella domenica?». «Quella domenica, dopo il raduno del forum in montagna... beh, io sono voluta venire, io ti ho chiuso la bocca, io ti ho detto che ero pronta e pronto ad accettare tutto, tutto, tutto!... Ma no, lasciami finire scusa. Sei tu che mi hai telefonato, ma sono io che ti ho cercato per la prima volta, non ti ricordi? No no, amore mio... era lunedì. Sì, lunedì 21. La tua mail era arrivata domenica 20, non ti ricordi?». Rise.

«Le conosco a memoria queste date… uh? Domani?».

Maryù, che si era alzata, si fermò davanti a uno specchio della camera e si guardò serissima, mentre ascoltava. Fissava il suo riflesso.

«Già domani parti? Eh, non immaginavo così presto... allora... aspetta un secondo, scusa».

Si morse le labbra, quasi a trattenere qualcosa, pose il cellulare sul comodino e, senza far rumore, si accese in fretta una sigaretta e se lo rimise all’orecchio.

«Dico, domattina, ti faccio trovare le valigie giù all'entrata del palazzo... sì, manda Manu a prenderle, capito?... Ma no! Non ha importanza... non ha importanza, resterò qui, oppure andrò a passare qualche giorno al lago da Silvia...».

«Lupin? Oh, è un'anima in pena, non mi ascolta, quasi ti aspetta, miagola tutto il giorno, alla tua ricerca, riprenditi anche lui se puoi, ti prego...».

«Mi dimenticherà subito, sta' tranquillo, non è un gatto d'appartamento ed è da settimane chiuso qui... sono sicuro che si sia affezionato a Lei, dall'oggi al domani...».

«Perché a volte parlo al maschile? Senti, io parlo un po' come mi pare, quando mi spazientisco ritorno 'omo', sai com'è».

«Non è per il gatto, gli voglio bene, ma è tuo e l’hai lasciato qui… magari me ne prenderò uno tutto per me...».

«Va bene, va bene… gli occhiali? No, non mi pare di averli visti, non so se li ho messi in una valigia, in ogni caso li cercherò e te li manderò».

«Le lettere? Le mie bruciale, buttale… che cosa sciocca, Dio mio, delle poesie d’amore, alla mia età, nell’era dei telefonini...».

«No, amore bruciale, ma senti… vorrei che tenessi le ceneri in quel vasetto che abbiamo comprato in Grecia, te lo ricordi? Quello che...».

Le parole di Maryù si strozzarono in un pianto nervoso, contro lo specchio.

«No, amore lo so, sono una stupida, perdonami… ero tanto forte, hai visto?».

Si asciugò qualche lacrima e strinse il cellulare.

«Amore, amore! Perché non dici più nulla? Ti prego, dì qualcosa, adesso!».

«Sì sì, sono calma… amore mio… è che mi farebbe piacere avere quella cenere, capisci? Grazie mille».

«No no, non è tardi… non fa niente dai...».

«Devi studiare? Devi studiare, così sarai pronto per l’esame, sì... pronto? Sì, anch’io sento tanto rumore, ma la tua voce è chiara però».

«Dai, ripeti amore, dimmi».

Si allontanò dallo specchio.

«Che strano, si direbbe che non stai parlando dal tuo telefono...».

Sorrise.

«Oh amore, io ti vedo, sai? Ti vedo, ti immagino col cellulare in una mano e nell’altra… nell'altra un tuo strumento da disegno, con la barba ellenica… oh se disegni… come?».

«Ma a me non mi guardare, per carità d'Iddio… oh, amore mio, sei tanto caro, ma proprio non mi si può dire che ho un bel viso e poi, ti dirò, preferivo quando mi davi della 'brutta', 'brutta mia'...».

Pianse a dirotto e la chiamata s’interruppe. «Pronto? Pronto?!».

Si buttò sul letto, piangente e isterica. Poi si calmò, guardò un po’ il cellulare e ricompose un numero, ma si fermò e si alzò dal letto. Tornata in bagno si mise due orecchini scintillanti, con strane forme tribali e in quel momento suonò il citofono e fu una nuova corsa.

«Sì, chi è?».

«Ma sono io, scemetta!». Era Joia, una delle sue più grandi amiche, ma che ci faceva lì, a quell’ora?

«Fammi salire, oggi ti ho cercata e non hai mai risposto, ancora! Fammi salire!».

Maryù lasciò andare il dito sul bottone dell’apriporta. Dopo pochissimo, il vecchio ascensore di ferro si mosse freneticamente e s’interruppe bruscamente al piano di casa sua.

«Bella buzzicona mia!». Joia avanzò sulla soglia di casa e si guardò intorno.

«Oh beh, vedo che non te la passi bene… un giorno di questi ti aiuto a pulire e a rimettere in ordine».

Guardava nel vuoto, ma era contenta che tenesse a lei. «Ma che ti succede, insomma? Sono mesi che non usciamo più insieme e da settimane non ti fai più sentire». Maryù si sedette su un sofà del salotto e sospirò profondamente.

«Lo so, lo so… è ancora lui, che mi coercizza la mente, non lo so, è difficile andare avanti Joia… la casa è quella che è, non la pulisco da un po’ e nel dividere le sue cose dalle mie...».

Le si strozzò di nuovo la gola per un pianto, che venne impedito da Joia, che le si avvicinò e le resse la nuca, accarezzandogliela. La fissava con sguardo materno ma impettito, col suo lungo naso adunco, i suoi riccioli sparati e il suo rossetto rosso rovente. Era identica allo Smilzo di Don Camillo, ma in versione femminile.

«Tesoro, devi uscirne, anzi… devi uscire! Non ti vediamo più alla culo street ultimamente, sono preoccupata, neanche al locale qui sotto. In passato neanche pensavi che qualche povero stronzo non ti facesse più mettere il muso fuori, ti pare?». Notò il cellulare ancora in mano.

«E basta con ‘sto telefono, stavi parlando con lui?».

«S-sì… parte».

«E dove va?».

«Via, lontano da me».

«Aaaah Madonna, ma quello è lontano anche qui, meglio se ne vada, no?».

«Sì, forse hai ragione, se se ne va, avrò più tempo per pensare per me e...».

La interruppe, le chiuse il telefono a conchiglia e lo appoggiò su una mensola.

«Basta pensare, non fai altro che pensare e a cosa ti ha portato? Alla disperazione più totale, tesoro, non sai che pena vederti così, devi tirarti su su su su su! Aiutati che Iddio t’aiuta, diceva mia nonna». Disse col tono di voce sempre più alto e s’incamminò verso la cucina. «Hai mangiato? Vuoi che ti prepari qualcosa?».

«Che mal di testa… facciamoci due tramezzini, il pancarré e il prosciutto sono in credenza». Stettero abbracciate sul divano, illuminate dalla debole luce di una piccola lampada kitsch dall'altra parte del salotto, a guardare qualche ridicola santona sui canali provinciali e poi un film di Verdone, quasi al buio. «Ecco, tesora, mi sembri Magda… uguale uguale in questa situazione e lui è molto simile...».

Si guardarono, serissime. «Ma vaffanculo!». E risero a crepapelle.

Poi Maryù tornò seria, fissando il televisore, apatica. «Che ore sono?».

«L’una meno venti».

«È meglio se vai scemetta, è tardi, io rimarrò qua… magari mi ri-telefona».

Joia le prese la testa e si fissarono nelle pupille, non fidandosi del suo tono di voce calmo.

«Non ti merita». Le accarezzò il volto.

«Tesoro… su di me puoi sempre contare, non buttarti più giù, ti vedo proprio male, starò qui ancora un po', ti va? Ne abbiamo già così tanto parlato di Carlo… chiudi questa storia, togliti quegli orecchini da travone da valzer e va’ avanti, fallo per te e per me».

Comparve Lupin, dal suo lungo letargo sotto il letto, e le raggiunse nel salotto, strusciandosi dolcemente sui loro piedi e miagolando. «Forse ha ragione Lupin… forse ha ragione, ma del resto lo so anch’io che ha ragione, tutti hanno ragione, è che...». Il telefonino si rimise a squillare, vibrando e facendo tremare la mensola, il gatto si allontanò velocemente nel buio.

«… Lo amo».

Fissarono tutt'e due il cellulare come se fosse un essere vivente mai visto prima.

Joia la fermò. «​Non t'azzardare a rispondere, nun t'azzardà»​.

Incredibilmente Maryù lasciò perdere il cellulare squillante e poco dopo, la luminescenza e le vibrazioni cessarono. Passarono i minuti e non richiamò.

Guardò Joia lacrimante. «N-non mi cercherà più, non mi desidererà più... a che serve vincere una battaglia se perdi la guerra?».

In tv c'era un altro canale, con un programma che trasmetteva nella notte vecchi classici della musica italiana senza immagini, in quel momento venne mandata La più bella del mondo di Natalino Otto.

«Basta, ti dico».

Si sdraiò con la testa sulle gambe di Joia. «Dai... ri-dimmi cos'è successo... magari ti fa passare 'sto muso».

Maryù si rilassò, si sentiva rincuorata dal raccontarle nuovamente tutto, l'avrebbe sfogata e resa meno frustrata, proprio come se fosse da una psicologa, ma gratis, dato che non se l'era mai potuta permettere. Poi, quando mai le aveva raccontato bene tutto?

«Sai che la prima volta che qualcuno che ha saputo di me, era un luridone conosciuto in un cinema a luci rosse? Avevo quindici anni, volevo provare e mi sono dichiarato con quel poveretto, mentre lo facevamo... la mia vita è stata un susseguirsi di esperienze più o meno così, giù al Sud, poi qui le cose sono cambiate, ho avuto relazioni stabili, più "serie"! Incredibile, eh?».

«E questo che c'entra?».

«C'entra, Lui è stata la mia prima relazione duratura Joia... Lui... ben tre anni, ma ti pare possibile che una travestita spelacchiata come me sia riuscita a conquistare un bronzo di Riace simile?». La sua voce si fece quasi grintosa, perentoria e compiaciuta.

«Hai gli occhi che brillano tesora, ma non mi hai mai detto dove l'hai conosciuto...».

«Su un forum gay, lui si era presentato come etero e chiedeva informazioni e curiosità, io ci scrivevo già da tempo e abbiamo cominciato così la nostra conoscenza, poi figurati, quello era il massimo di approccio che potevo aspettarmi, non appena ha caricato qualche sua foto dopo aver fatto conoscenza con tutto il sito...».

Joia la interruppe. «Ah giusto... foto da panico?».

«Da panico: era un semi-dio greco, tutto quello che avevo sempre desiderato fin dalla pubertà, un uomo del genere».

«Uuuuh!». Squittì Joia.

«Poi ha mostrato interesse per me, ad un tratto, perché ero molto 'colto' mi diceva, ma non trovava donne colte, mi son chiesta?».

«Io ignoravo completamente le sue iniziali attenzioni, non credevo fossero reali Joia... quando un pomeriggio mi aveva scritto di vederci, da qualche parte... e io non ci potevo credere!».

«Gli piacevano le vecchie signore!».

«Vaffanculo, parte due!».

Non c'era una reale tensione tra le due, solo tanta ironia, che serviva a sommergere i momenti tristi.

«Ho paura a chiedertelo: mi mostreresti foto sue? Già non me lo ricordo più...».

Maryù scattò pronta verso il computer e "scartabellò" cartelle e file, perché mostrarglielo significava mantenerlo ancora parte della sua esistenza o come se fosse ancora legato a lei prima dell'inevitabile disamore.

Joia osservò una sua foto sdraiato su un letto, abbronzato, con qualche tatuaggio, la barbetta e un cagnolino sulla sua pancia. Aveva i capelli corti neri, quasi rasati, la barba inquadrata come un arabo, ma sembrava somaticamente molto giovane rispetto a Maryù.

Joia si girò verso di lei, mentre era chinata a guardare lo schermo e si rigirò a fissare il belloccio in foto. Fece una smorfia compiaciuta.

«Ma quanti anni ha?».

«Ora... ne ha 27».

«Che manzo, cara... ma lei... chi è?».

«Una troia sifilitica di merda».

«Vedo che la stai superando alla grande, tesoro».

«Tesoro un cazzo! Joia sembravamo pronti a vivere una vita intera insieme... una vita! Pochi anni di preparazione e poi via, casa insieme, lontano da questa città, altrove, magari al mare o al lago - Joia si risiedette con le braccia conserte e la fissava come una psicoterapeuta -, è stato qui da me addirittura qualche tempo, ti rendi conto?! Io avrei vissuto con gli affitti sparsi tra qui e la Calabria, qualche guadagno negli spettacoli drag e lui come futuro architetto avrebbe fatto soldi a palate, c'ha del talento sai? Il Comune l'ha già adocchiato...».

«Tesora, non per rompere l'idillio inventato che ti stai creando, ma vogliamo tornare sul pianeta dove vivi?».

Maryù la fulminò, ma non seriamente, perché aveva tremendamente ragione.

«Ok ok, torniamo sulla Terra...».

«Cosa non è andato? Come e quando è comparsa... lei?».

L'argomento più brutto da qualche anno a quella parte per Maryù.

«Comparsa... io direi piombata come una bomba dal cielo e si sa... le bombe fanno solo morti e distruzione».

«L'estate scorsa, lui mi dice che va in vacanza in Inghilterra, dice 'per uno scambio in un college inglese di architetti', io ci credo, vuoi che non ci creda? Sembrava andare tutto a gonfie vele... poi a parte tre giorni dopo quando mi disse che andava tutto bene, non si fa più sentire per due settimane intere e io ero nera e pure un po' preoccupata...».

Joia non disse nulla, la fissò come uno spettatore fissa un film pieno di suspence al cinema.

«Torna, ci risentiamo, gli rimprovero di essere sparito, mi chiede scusa, ci vediamo e facciamo sesso brutale a casa sua, sembra essere tutto a posto. Col senno di poi, se ci ripenso, aveva un'aria diversa, più preoccupata, come se nascondesse qualcosa e fosse quindi evasivo».

«Arriva al punto!».

Squittì Joia, impaziente.

«Ci arrivo, ci arrivo. Io faccio finta di niente, possono capitare i 'periodi no', a tutti dico io... ma questo comportamento persiste per qualche settimana, arriviamo a inizio autunno e allora gliene parlo, lui continua ad essere evasivo, fin quando una sera, in pizzeria, abbandona per sbaglio il cellulare al tavolo mentre è in bagno e io vado a curiosare i messaggi e cosa trovo? - L'espressione di Maryù si fece gelida - SMS d'amore con quella che sembra essere una...».

«Bio?».

«100% biologica e pure bona».

«Ahia...».

«Più che ahia, schianto mortale. Torna dal bagno e ho un aspetto da funerale, non riesco a nasconderlo. Mi chiede cos'ho e io gli dico 'niente', ma non si fida, mi osserva sospettoso. Fissa il suo cellulare, nota che è stato cambiato di posizione e da lì... beh... storia direi, ti dico solo che ho gridato davanti a tutta la pizzeria e me ne sono andato».

«...Maryù io per te ci sono sempre, ma poi?».

«L'ha conosciuta in Inghilterra, il bastardo, 'na coatta, modella romana dei Parioli... se non vomito, guarda... ero solo un'avventura strana per lui, nulla di più a quanto pare, però poi m'ha cercato mesi dopo, dopo mille stalkeraggi inutili da parte mia, quando gli ho detto che volevo farla finita, non tolleravo più il dolore, era insopportabile, ha chiamato la polizia e dopo due tentativi a vuoto, ho smesso di desiderare di morire, ho provato a ricominciare a vivere, non senza medicine, e forse ci sono riuscita, cara Joia...».

Joia piagnucolò e l'abbracciò forte.

«Lui non è più tornato sui miei passi, ha cercato di vedermi più volte, anche qui, per spiegare le ragioni, era innamorato di lei, era ed è bellissima, voleva dei figli, una famiglia 'normale' e io non potevo dargli nulla di tutto questo... poi se ci metti che sono una trav, il gioco si complica ulteriormente, un gioco a cui lui non ha più voluto giocare e quindi oggi, dopo mesi che non ci sentivamo, mi ha telefonato ricordandosi che ha lasciato qui sue cose, ma la linea è un po' disturbata e siamo finiti a rivangare il passato, il nostro passato...».

Le due si addormentarono, abbracciate teneramente, ma si risvegliarono di colpo dopo solo un'ora, per il cellulare di Maryù squillante. Joia cercò di impedirle di rispondere, ma poi se ne fece una ragione, la baciò sulla fronte e si promisero si sarebbero viste il giorno successivo. Uscita dalla porta Joia, Maryù si zittì, deglutì e afferrò il cellulare.

«Pronto? Sei tu, amore? È caduta la linea?… Pare di sì...».

«Perché non ti ho ri-telefonato? Non potevi telefonarmi tu? Beh… ma no, no, è passata un’amica, sì Joia, non so se te ne ho mai parlato».

«Sì sì, proprio lei, l’hai già vista».

«Sì, eravamo rimasti che devi studiare...».

«Sei molto buono, molto caro a chiamarmi, anche così tardi».

«Sì, sono qua, dimmi».

«Niente, ti assicuro niente».

«C-che tono? Quale tono? Ho lo stesso tono di prima… solo che capisci, io parlo parlo parlo, senza pensare che tutto dovrà finire e ricadrò nell’oscurità… in silenzio».

«Senti, amore… io non t’ho mai mentito, vero?».

«Sì, lo so, non ho niente da sperare dal dire le bugie, mentire porta disgrazia e poi non mi piace».

«Sono qua, chiusa in casa, esco ma è come se non fossi mai uscita… da non so quanto tempo… mi vesto, mi svesto, mangio, bevo, esco, rientro, navigo un po’ su internet, mi trucco, mi strucco...».

Il suo tono si era fatto nevrotico e stizzito.

«Cammino avanti e indietro come una scimmia in gabbia, da molte settimane ormai, portandomi appresso questo maledetto telefonino. Non squillava mai, sai? Mai mai mai… ad aspettare, ad aspettare chissà cosa!».

«Sì… sì, dimmi amore… sì, sarò calma e ti dirò la verità, te lo prometto».

«No, non ho mangiato tutto il giorno, solo un tramezzino con del prosciutto poco fa con Joia». «Oh, ieri solo orzo e fette biscottate e sono stata molto male la settimana scorsa… sì sì, volevo prendere una pastiglia per dormire, ma se ne avessi prese di più… beh, avrei dormito meglio e se le avessi prese tutte, avrei dormito senza incubi, senza brutti risvegli… ne ho prese dodici, ma ho fatto un sogno».

«Sta’ tranquillo, sì, sta’ tranquillo, ora sto bene… sì, ho fatto un sogno. Ho sognato noi due. Poi mi sono accorta che ero sola e non avevo la testa sulla tua spalla e le mie gambe vicino alle tue… ero ghiacciata e il cuore non mi batteva più. Non volevo più vivere».

«Eh caro mio, avevo un’angoscia pazzesca… ma non ho neanche il coraggio di morire da sola, che stupida… poi è arrivata Lella, la vicina, col suo dottore. Avevo più di quaranta. Pare sia molto difficile avvelenarsi».

Fissò il viso di un busto di legno africano, che sembrava fissarla, su un tavolino vicino alla finestra.

«La signora Lella è molto buona, la conosco… poi è arrivata anche Silvia, ma no, non sono rimaste, le ho supplicate di andarsene dopo qualche ora, perché mi avevi promesso mi avresti chiamato un’ultima volta. Vedi, amore… avevo giurato a me stessa di non infastidirti, di lasciarti andare via tranquillo, di dirti arrivederci come se ci fossimo dovuti rivedere il giorno dopo, e invece mi hai ri-telefonato...».

«Sì, amore, sì parlami, parlami, dì qualcosa, qualunque cosa, purché tu mi parli».

Piagnucolò.

«Io soffrivo prima e ora mi basta sentire la tua voce perché mi senta quasi bene...».

Inarcò un sorriso di circostanza.

«Sai… qualche volta, quando avevo la testa sulla tua spalla, il mio orecchio poggiato sul tuo petto, tu mi parlavi, sentivo la tua voce come la sto sentendo questa notte...».

Sospirò.

«Oh, amore mio no. Sono stata così felice, così...».

«Su internet ho visto le sue foto, su un sito, sì. Non te l’ho mai detto per non rovinare le nostre ultime settimane… pronto?».

«Sento della musica… ah, i vicini? Beh, dovresti bussare da loro e dire di abbassare».

«Eh già… hanno preso le cattive abitudini perché sanno che non dormi mai a casa».

Si girò di colpo nella direzione opposta, si alzò di scatto, quasi come colpita da una scossa elettrica, con occhi stralunati.

«No, amore no! Ti prego, se non mi richiami io divento pazza, pazza divento...».

«Lo so, lo so, perdonami amore, questa scena è intollerabile, ma cerca di capire, io soffro! Soffro da morire! E questo cellulare è l’unica cosa che ormai ci lega».

Piagnucolò ancora e si ricompose subito dopo.

«L’altra sera ho dormito col cellulare in mano… sì, lo so che sono ridicola, ma è l’unica cosa che ci lega e aspettavo una tua telefonata, mi sono addormentata così. Non hai idea di quanti incubi ho avuto».

Spense la tv e la luce del salotto e si diresse a lenti passi in camera da letto.

«Tenterò».

«Sì, caro… ma anche se riuscirò a dormirci, poi c’è il risveglio e poi bisogna alzarsi, mangiare, lavarsi, uscire...».

«Distrarmi?».

Il volto s’inscurì e guardò nel corridoio una gigantografia di Anna Magnani sorridente, a cui teneva molto.

«Dopo quel famoso sabato sera, l’unica volta che mi sono distratta è stato dal dentista, quando mi ha toccato un nervo, ma è durato solo un attimo».

Lupin ricomparve, si strusciò contro le gambe di Maryù e saltò su un mobile della camera da letto, rischiando di far cadere delle fotografie.

«Lupin!».

Il gatto, spaventato, si accucciò al centro del letto, leccandosi le zampe e guardando, di tanto in tanto, il suo padrone.

«Oh no, niente, era Lupin… come se avesse sentito la tua presenza. Da giorni non si muoveva da sotto il letto, non voleva neanche essere toccato e mi ha pure graffiato».

«Sì, a me, a me».

«Senti, è inutile che questo gatto rimanga qui, è un altro gatto… ah non lo so, forse crede pure che ti abbia fatto del male, capisci?».

Lo disse con un lieve tono canzonatorio.

«Amore, cambiando discorso, senti questa. Giorni fa, ho chattato con quella persona il cui nome inizia per S… eh… ».

«Mi chiedeva se avevi un fratello e se è lui quello di cui si annuncia la convivenza con annesso fidanzamento ufficiale. Aveva l’aria di condoglianze».

«Ma no, figurati, mi è completamente indifferente. Possono dire quello che vogliono. Ma poi, bisogna essere giusti, no?».

«La gente non può capire la nostra situazione, vagliela a spiegare...».

Si sdraiò sul letto e continuò.

«Una trans, o meglio, una travestita, in un corpo da uomo, uno che si traveste e che sta con un ragazzo che ha la metà dei suoi anni e va ancora l’università, che stupida».

«Ma sì, parlo parlo, credo ancora di tornare con te come sempre, ma la realtà è così evidente».

«Sta’ tranquillo, non ci si ammazza due volte, no...».


«Non lo prenderò...».

«M-ma… ma che stai dicendo? Io fare il porto d’armi? Io con una pistola? Ma mi ci vedi? 'La trav con la pistola'… non sono certo io che dico le bugie».

«In certe circostanze le bugie dette a fin di bene sono utili, metti caso che tu m’ingannassi per rendere la nostra separazione… ma non sto dicendo che mi stai mentendo… mettiamo che tu mi dicessi che sei casa e non ci sei… ma no, amore».

«Non ho voluto dire che non ti credo, perché t’arrabbi adesso? Facevo solo un’ipotesi, per bontà d’animo se tu mi mentissi… io proverei per te la stessa tenerezza».

«Pronto? Sei qui vicino? No, amore, no perdonami, t’ho fatto tanto male, pronto?».

La telefonata cessò contemporaneamente a un boato nel cielo, un temporale stava arrivando di nuovo, contro ogni previsione.

«Fa che richiami, fa che richiami...».

Si rigirò nel letto, poi si rialzò e corse alla porta.

Sentì dei passi, ma nessuno bussò. Risuonò il cellulare sul letto, che prontamente riprese e rispose singhiozzante e in lacrime.

«È spaventoso amore, non avrò mai il coraggio amore, mai. Una cosa, amore… voi, dopodomani sarete lì?».

«S-sì... sì... promettimi una cosa… che non andrete nel nostro stesso albergo dove andavamo noi due… sì sì, grazie amore».

Scoppiò in lacrime, senza più controllo.

«​Attacca tu, amore, ti prego, fallo per me... non ti voglio vedere mai più, non ci vedremo più, io ti amo!».​

In lontananza un tuono sommerse il suo pianto nervoso e si riaddormentò.

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