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Una storia di MirianaKuntz

OVERDOSE

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Pubblicato il 07 agosto 2018 in Storie d’amore

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Ho il cuore costipato perché ho scordato come si vive. Il dolore è un anestetico naturale, più soffri, più non riesci a smettere di soffrire. Nel circolo vizioso ci finiscono tutti prima o poi, qualcuno ne esce subito, qualcuno ne esce poi, e qualcuno, non ne esce mai. Più soffri più ci stai dentro, conosci i capi ai vertici, le carte da giocare, i jolly, gli assi, e le mani sfortunate. Conosci le strade dove nasconderti, e quelle dove spogliarti del tutto. Il covo, i mozzi e l’erba. Conosci anche la porta d’uscita, ma un po’ come uno che ha giurato su un santo, col sangue meticoloso e irresponsabile, non trova il coraggio di avvicinarsi alla maniglia.

Mi chiedo se valere qualcosa per qualcuno sia più importante di valere qualcosa per sè stessi. Se la soddisfazione è maggiore, se è la stessa, se invece non regge il confronto. Forse è una scelta personale, o un difetto di forma. Sta di fatto che io so di essere importante, quando lo sono per qualcuno. E’ un po’ come darlo a mente ad un’anziana smemorata. Quando qualcuno mi ama, io ricordo di amarmi, e allora tutto funziona a meraviglia, tutto ha un senso.


Ma nella ruota dentata dei sentimenti, se c’è un toc difettoso, allora il mio mondo si sfalda, e l’ingranaggio va in pezzi.

La mia ruota coi denti è fatta di rispetto, condivisione, poche facce e poche mani. La mia ruota si poggia sui sentimenti autentici. Sul – se stiamo insieme, allora stiamo insieme per davvero-


Per davvero è un modo di dire preciso. Per una che scrive, vivere di mondi invisibili ed irreali, dovrebbe essere facile, ma mai mischiare il proprio cuore con l’inchiostro. La mia vita prescinde dalla mia vita di carta. Qui posso essere una vittima o un carnefice. Ma fuori se non sono un leone feroce, il mondo mi mangia.

Non c’è il capoverso successivo per mettere le cose apposto, se ti manca un arto non ricresce, se parti non ritorni, se decidi di andare, stai già partendo.


Mi chiedo però perché le cose faticose tocchino sempre a me. Come se in un mazzo da cento carte, io prendessi sempre la carta da uno. Come se dovessi fare più fatica degli altri per prendere il largo, come se la mia vela fosse bucata, come se le mie gambe non camminassero abbastanza. Come se i miei amori avessero qualche difetto di fabbrica.

Mi innamoro sempre delle persone sbagliate. Di quelle che se si accorgono di me lo fanno sempre in ritardo. Di quelle incasinate e piene di problemi che non hanno spazio per i miei. Di quelle aggressive e violente che vogliono solo farmi del male per sentirsi un po’ meglio. Mi innamoro delle persone impossibili pensando di poterle salvare da un male maggiore che le attanaglia. Voglio salvarle, a tutti i costi, e nel mezzo, di tutte queste storie tristi ed infauste, dimentico che ad essere salvata dovevo essere io.

Queste storie mi hanno cambiata, mi hanno resa più sveglia, ma anche più ammaccata. Vorrei possedere l’ingenuità di una volta, che mi permetteva di credere nella buona fede delle persone, di credere che nella parola amore ci fosse tutto, che la gente sta insieme perché si ama, e che il mondo va avanti grazie a chi non prova odio. Vorrei ricevere una carezza senza avere paura di sentirmi le mani sotto ai vestiti, vorrei addormentarmi in un abbraccio senza paura che tutto possa finire. Vorrei essere parte integrante di qualcosa di grande che non ha limiti e confini.

Forse stare con me è davvero impossibile, me l’hanno detto spesso persone che reputavo importanti, persone che pensavo credessero che -stare senza di me è davvero impossibile- Invece il loro impossibile per me era sempre possibile, e ogni salto mortale che compivo lo facevo apparire come un gioco da bambini, mentre il loro spostare dei piccoli sassi sul fondo di un fiume basso basso, appariva come trascinare massi sullo spigolo di un monte altissimo. Le cose dipendono da come le guardi, anzi, da chi le guarda.


Io credo che stare con me sia impegnativo per un solo motivo: il mio amore è forte, e quando lo regalo a qualcuno, mi aspetto che la stessa forza mi torni indietro. Non come pretesa o ringraziamento, solo come la corrente giusta che passa in una presa dai giusti volt.

Altrimenti tutto va in corto, altrimenti brucia.

Gli schiaffi che ho preso mi hanno fatto sentire spesso una nullità. Mi hanno fatto credere che ricevere – auguri- al proprio compleanno sia il massimo a cui posso ambire. Che accontentarmi di un po’ di tempo tra un impegno e l’altro fosse più di quanto potessi sperare. Mi hanno fatto credere che uscire con me sia noioso, una pratica da poter evitare, che gli altri sono migliori di me in qualsiasi occasione, che i viaggi in aereo dove non compaio siano piacevoli, che sono cattiva e falsa se l’attimo prima dico ti amo, e l’attimo dopo ho voglia di scappare via.


Il dolore è un conduttore di guai. Se senti la scarica elettrica passare dal fulmine alla presa a terra, tenti di alzare i piedi dall’acqua, ma non ci riesci e prendi la scossa. Dopo un paio di volte ti lasci morire.


Mi chiedo che faccia io riesca ad avere quando qualcuno mi passa a prendere sotto casa per andare a vedere il mare. Mi chiedo che scarpe io possa indossare, quanto tempo impiegherei per scegliere i giusti vestiti. Mi chiedo se l’appetito possa migliorare, se il mio sorriso è gradevole. Se il tono della mia voce riesce ad intrattenere e poi ad addormentare. Se le mie carezze hanno il calore giusto, se riesco ad essere il lieto fine di qualcuno. Se fare l’amore non sia troppo impegnativo, se i miei occhi siano abbastanza belli da essere guardati, se sono un po’ carina, se passare la sera con me non sia patetico.

Mentre mi faccio domande, mi brillano gli occhi di tristezza.


Vorrei che qualcuno mi dicesse che sono bella così, anche coi buchi sulle braccia, con lo sguardo all’ingiù, con le labbra morse dalla rabbia.

Vorrei essere il motivo -di qualcuno- per fare qualcosa.

Vorrei che ne valesse la pena, con me.

Vorrei che ci fossero fughe, baci senza fiato, carezze.

Vorrei sentirmi amata anche un solo giorno della mia vita, e sentirmi normale, in mezzo agli altri, anche se ormai non sono più normale per nessun motivo.


Mi chiedo come possa essere una casa senza di me, una finestra che non affacci sui posti che conosciamo. Mi chiedo come si possa andare a dormire senza sentire il respiro dell’altro, senza pensare a qualcosa di bello che un po’ ci appartiene. Mi chiedo quanto sia violento quell’aereo che parte ed ondeggia nell’aria, e si lascia tutto alle spalle, le cose fatte e quelle che non sono state in grado di esistere. Mi chiedo come si possa partire senza un bacio a perdifiato, senza un abbraccio, senza tenersi un po’ per mano in mezzo alla gente, o seduti in un angolo. Mi chiedo che sapore abbia il cibo mangiato insieme, che imbarazzo e che normalità. Che bella sia la luna, e che colore abbia il mare visto coi piedi messi vicino. Che giochi si possano fare col ghiaccio e la bocca, che rumore facciano le scale per raggiungere il piano di sopra. Mi chiedo quanta vergogna ci sia nel mostrarmi agli altri, e quanta aria mancata per la rincorsa prima dei baci, prima di dirsi ti amo. Mi chiedo se sono mai valsa qualcosa, se non sono solo una persona di passaggio che non lascia mai niente.

Mi chiedo perché non merito anche io di essere felice. Cos’ho che non va.


E ogni volta che mi viene in mente questa domanda, intorno a me vedo il silenzio e il sangue.

Tanto resto solo un segreto che non ha nemmeno valore di essere ricordato. Tanto quando sogno, sogno troppo e male. Quando amo, amo troppo e male. E quando mi scordo di esistere, non esisto più.


L’amore non è solo dirselo però, è fare qualcosa affinchè esso abbia spazio di espandersi, di moltiplicarsi, di mettere su fondamenta indistruttibili. Di asfaltare il passato, tirare via le tende e metterne delle nuove. L’amore non è solo pensare – di stare insieme- e farsi bastare l’idea, ma corrersi incontro, dirselo gridando, stare insieme sotto la pioggia, sotto il sole cocente, sotto i portici e i lampioni, a guardare i gatti passare, le ruote strisciare, i tombini fare casino. Perché non basta più mettere una croce su un foglio che attesti -lo stare insieme- per stare insieme, come da bambini. Ma col foglio ci va la colla, la penna indelebile, lo scotch per aggiungerne degli altri, le foto delle cose fatte insieme, altrimenti non vale.

L’amore non è solo sacrificio, attesa, lunghi pianti. Amare è cedere alle tentazioni insieme, smettere di aspettare, ridere fino ad avere i crampi allo stomaco. Non è continuamente farsi domande, assistere con pazienza a cose tristi e dolorose. Non è sempre capire e venire incontro alle scelte assurde dell’altro, ma anche gridare, dirsi basta, dire che non si ha più la forza di aspettare e capire, perché ci sia ama più di tutto.


Perché la pazienza non è un buon alleato di chi in corpo ha tanto di quell’amore che non è sano per un essere umano.


Si attendono i semafori, i soldati in guerra, le lettere in posta, il taxi. Ma gli innamorati non resistono, gli innamorati si baciano, si rincorrono, fanno l’amore sulle scale, vanno al mare, pagano i conti al ristorante coi camerieri disordinati. Si graffiano la bocca, si prendono per mano, progettano viaggi in Grecia, si portano lo zaino un po’ ciascuno, e ridono delle cose più disparate, vanno a vedere le stelle che cadono e quelle che a cadere non ci pensano neppure. Si dicono all’orecchio senza vergogna o orgoglio che si amano da impazzire. Mangiano gelati e pizze imboccandosi un po’, si presentano agli amici, ascoltano canzoni con una cuffietta condivisa, litigano, si tirano per un braccio. Gli innamorati non aspettano, chi si ama si ama oggi.


Ed io che alla fine ho capito il covo, i mozzi e l’erba di tutta la storia, adesso sto in overdose di dolore.

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