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Una storia di Gabri46

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Ritardo

Pubblicato il 08 gennaio 2016

Attacco il phon in fretta e furia, senza preoccuparmi di poter prendere la scossa. Almeno avrei una buona scusa per essere in ritardo. Come al solito. Sono stata un’ora a parlare con Laura e le altre su come vestirmi, quale rossetto mettermi, il fondotinta, il mascara, come truccarmi in generale. Poi quale borsa abbinare al vestito, che tacco. E il tempo è volato. In doccia mi sono lavata velocemente, ma asciugarsi i capelli richiede il suo tempo. Forse dovrei andare dal parrucchiere a farmi dare un’accorciata ai capelli la settimana prossima, ma poi chissà mia mamma quanto si lamenterebbe! A Marco vado bene così in fondo. Magari se arrivassi in orario sarebbe meglio. Sono le 17:56, fra quattro minuti dovrei essere in centro. Invece sono ancora a casa. Meglio avvisarlo che arriverò un po’ in ritardo, gli dirò che ho perso l’autobus, così guadagno un po’ di tempo. Mi vesto, metto un tacco 12 e prendo la borsetta, prima di uscire mi guardo allo specchio. No, non ci siamo, mi devo truccare meglio. Intanto arriva la sua risposta. “Ok va bene, ti aspetto.” Bene allora posso tornare in bagno a sistemarmi.

Esco di casa e sono già le 18:15. Davanti agli occhi passa l’autobus che dovrei prendere; per fortuna la fermata è a pochi metri dal portone. Mi dimentico però di avere i tacchi, sono più lenta di una lumaca. E perdo l’autobus per un soffio. Maledico l’autista in tutte le lingue del mondo a me conosciute prima di controllare gli orari. Non ci credo, il prossimo autobus passa alle 18:50. Il che significa arrivare all’appuntamento… Con un’ora e un quarto di ritardo. Nemmeno se fossimo fidanzati da anni una persona normale lascerebbe correre, figurati Marco, con cui sto insieme da poco più di due mesi. I suoi amici mi raccontano sempre di tutte le volte che si arrabbia quando qualcuno arriva in ritardo a un ritrovo, a un allenamento o a una festa. Insomma, quando qualcuno arriva in ritardo con più di dieci minuti, va in incandescenza. Ecco, ora mi lascerà. È quello che mi merito. Mezz’ora prima che l’autobus ripassi, potrei anche salire in casa e provare un nuovo vestito. Cerco nella borsetta: niente chiavi. E i miei sono fuori per il week end. Non ci posso credere. Doveva essere una bellissima serata ma si sta trasformando in una catastrofe. Ritardo, chiusa fuori casa.

Un messaggio, ovviamente il suo. “A che punto sei?” Con che coraggio gli rispondo?

Mentre sbatto i denti nervosa, sento una goccia d’acqua cadere sui capelli sistemati a meraviglia. Eh no. Eh no, no, no. Se si mette anche a piovere posso direttamente morire all’istante.

Mi metto a pregare con lo sguardo alto verso il cielo: le nuvole sembrano spostarsi. Forse un pizzico di fortuna mi è rimasta.

“Allora, mi rispondi?” messaggia ancora Marco. E le gocce tornano a scendere violentemente. Sono sola, senza chiavi, in ritardo, sotto a un temporale, con un misero vestito nero addosso e tutto il trucco che mi cola lungo le guance. Non è possibile, questo è il peggior giorno della mia vita, e Marco mi lascerà, me lo sento. Così poi telefonerò a Laura e le chiederò se può ospitarmi per la notte, così avrò un posto dove poter piangere al calduccio. L’epilogo peggiore per la giornata peggiore. Essendo ottimista posso dire che è la peggior giornata della mia vita, finora.

Se si può definire fortuna, l’autobus passa con due minuti di anticipo. Frenando alla fermata però, le grosse ruote si tuffano in una pozzanghera, bagnandomi ancora di più, come se la combo “niente chiavi e niente ombrello sotto al temporale” non bastasse. Salgo disperata su un autobus affollato: intorno a me si crea il vuoto, nessuno vuole starmi vicino e rischiare di bagnarsi. Almeno però ho smesso di singhiozzare come una pazza. Adesso ho venticinque minuti per prepararmi psicologicamente a tornare single. No ma forse quando scenderò non mi lascerà, dovrei fargli pena. Mi guarderà con un’aria arrabbiata e desolata, mi rincuorerà dandomi qualche fugace bacio e poi andremo alla festa dove si comporterà in modo freddo e distaccato, per poi lasciarmi a fine serata. Sì andrà così. Oppure tutto arrabbiato mi manderà subito a quel paese lasciandomi sola sotto la pioggia, di nuovo.

“Per favore rispondimi, ci sei? O mi hai dato buca?” Poverino è ancora fuori alla pioggia pure lui. Tutto per colpa mia. Chissà quanto sarà arrabbiato.

Inizio a digitare il messaggio di risposta quando l’autobus frena ed io, non reggendomi a niente, casco. Improvvisamente la gente mi circonda chiedendomi se ho bisogno di una mano, se mi sono fatta male.

Mi rialzo velocemente in preda all’imbarazzo ringraziando. Rispondo. “E’ successo un casino, sono un casino, fra dieci minuti ci sono, scusa.”

La botta presa è stata micidiale, mi sono fatta un gran male al sedere. I tacchi sono magicamente intatti, ma il vestito è tutto sporco dietro, il pavimento dell’autobus è tutto bagnato e sudicio di pedate. E ora lo è anche il mio vestito. Capelli bagnati, viso con tutto il trucco colato sembro una appena uscita da un manicomio, vestito sporco, bagnato e anche sgualcito, borsetta che sembra essere diventata una vasca da quanta acqua ha assorbito. Le scarpe sono intere, ma comunque bagnate. Non mi prenderebbe nemmeno un uomo che è stato vent’anni su un’isola deserta.

L’autobus arriva alla fermata dove scendo. Devo avere proprio un’aria disperata, ho fatto pena a una vecchina che mi ha ceduto generosamente in suo posto a sedere. Bene, sta continuando a piovere e ancora non ho un ombrello. L’unica persona nei dintorni senza ombrello come me è un ragazzo con il cappuccio della felpa tirato sulla testa, per evitare di bagnarsi almeno la faccia. Anche lui però è fradicio come se si fosse appena tuffato in piscina. Tutto per colpa mia. Mi vede e si avvicina: il cuore mi sale in gola. Devo prepararmi ai suoi urli, devo cercare di non piangere, devo sembrare forte. La pioggia sta lavando il vestito almeno. È davanti a me, non riesco a scrutare la sua espressione sotto il cappuccio, forse è meglio così, avrà gli occhi rossi pieni di rabbia.

<<Finalmente!>> sbotta. Un’ora e un quarto di ritardo. Chissà quanto gli è trascorso lentamente il tempo mentre mi ha aspettato sotto la pioggia.

Chiudo gli occhi, pronta alle sue furiose urla, il corpo in tensione, pronto a subire il colpo. Invece sento le sue bagnate labbra posarsi sulle mie; in confusione, non posso fare altro che ricambiare. La pioggia continua a scendere, e noi continuiamo a essere senza ombrello, ma non ci importa. Le sue mani s’intrecciano fra i miei capelli, credo di vivere il sogno romantico di tutte le ragazze. Ma perché l’ha fatto? Si stacca guardandomi negli occhi.

<<Lo sai che ti ho aspettato per più di un’ora sotto la pioggia?>> Forse voleva solo darmi un ultimo bacio, voleva togliersi un’ultima soddisfazione.

<<Sì lo so, mi dispiace tanto.>>

<<Pensavo che tu non venissi più…>>

<<Io… non ho scuse. Sono una pasticciona, sono sempre in ritardo, ma non lo sono mai stata così tanto te lo giuro!>> inizio a singhiozzare. <<Ho passato il peggior pomeriggio della mia vita, in ritardo, sotto l’acqua senza ombrello, mi è colato il trucco, sono rimasta chiusa fuori casa, sono cascata in autobus sporcandomi il vestito e… Ho una tremenda paura che tu mi lascerai adesso, perché odi le persone che ritardano. Io… per favore non mi lasciare>> scoppio definitivamente in lacrime. Non volevo farlo, volevo sembrare forte, anche se mi avesse dovuto lasciare. Tiro su con il naso in modo poco femminile e smetto di piangere. Sono una donna forte.

<<Scusa mi dispiace non volevo dirti tutte quelle cose… Fai quello che ti senti di fare.>> Marco è stato stranamente in silenzio tutto il tempo, pensavo m’interrompesse per imprecare. Invece no, è fermo davanti a me, e con la sua mano destra tira giù la zip della felpa e se la leva. <<Mettiti la felpa, sennò ti bagni ancora di più e rischi di ammalarti>> mi dice sorridendo.

<<Più di così non posso bagnarmi mi sa>> ma non mi oppongo, mi metto la sua felpa che emana un dolce calore nonostante sia zuppa come un cencio. <<Perché… Perché l’hai fatto? Perché mi stai dando la tua felpa, perché mi hai aspettata sotto la pioggia per così tanto?>>

<<Non m’interessa che tu sia arrivata tardi, l’importante è che tu sia arrivata, sia qua insieme a me. E… io non odio le persone che arrivano tardi, odio aspettarle. Ma a te… ti aspetterei finchè i crampi della fame me lo permetterebbero. Non ti lascerei mai.>>

<<Scusa se ti ho deluso e… grazie di tutto davvero. Mi dispiace farti fare una brutta figura alla festa, sono bruttissima. Devo anche chiedere a Laura se mi può ospitare stanotte.>>

<<Senti per la festa se vuoi possiamo anche non andarci, ma nel caso, sicuramente non mi vergognerei mai di te, perché sei bellissima. E se vuoi… puoi venire a dormire da me. Non farti strane idee, ti invito perché è semplicemente più comodo per tutti.>> Adesso senza cappuccio riesco a vedere il suo imbarazzo. Si sta comportando come un ragazzo d’oro, non me lo sarei mai immaginato. Gli piaccio davvero.

<<Allora se non ti dispiace vorrei andare subito a casa, mi faccio una bella doccia e… Se potessi prestarmi qualcosa per la notte.>>

<<Ai suoi ordini signorina>> mi risponde facendo l’inchino. Intanto ha smesso di piovere. Mano nella mano camminiamo per una città deserta, divertendoci a schizzarci con le enormi pozzanghere creatisi. Non importa se sembriamo degli sfollati agli occhi dei pochi passanti che hanno appena chiuso i loro ombrelli: il peggior giorno della mia vita si è trasformato in uno dei migliori. Ho capito quanto Marco tenga a me. Siamo davanti una pozzanghera enorme: mi levo i tacchi e ci salto dentro scalza ridendo come una bambina di tre anni. Marco mi guarda sorridendo.

<<E io dovrei farti entrare in casa mia in queste condizioni?>>

<<Ah già scusa, mi dispiace.>>

<<Ma smettila…>> Si avvicina e mi spinge giù, ma io lo tiro nel baratro insieme a me. Cadiamo nella pozza avvinghiati ridendo e baciandoci. Oh sì, il miglior giorno della mia vita. Finora.

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