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Una storia di MirianaKuntz

Sono una mina

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Pubblicato il 12 luglio 2018 in Altro

Tags: diario dolore mina pericolo

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Una volta una persona mi ha detto che sono -una bomba ad orologeria-. Mi ha detto che sono pericolosa, che dove passo io, passa la guerra, che alle mie spalle si ammucchiano una calca di corpi, disdette, feriti e mercenari. Che sono capace di macchiare con me stessa, anche la tela più bianca del mondo.


In quel momento non mi sembrava vero, ho pensato che fossero parole folli, che fosse una brutta descrizione di me. Che non corrispondesse a niente di ciò che sono. Mi dicevo, come può una come me, portarsi dietro morti e feriti, ed esserne la causa?

Col tempo ho capito di non essere una bomba nel senso in cui ero stata descritta. Ma solo una vecchia mina in un deserto, sotto metri e metri di sabbia caldissima.


Non sono un M16, né una granata russa, non sono una trappola a molla, non sono un fucile col puntatore laser. Non sono una pistoletta da poliziotto, né un bazuca da videogioco.

Sono una mina sottoterra che non vuole neppure essere guardata.

Non voglio che la gente muoia, non voglio essere nemmeno disinnescata. Non voglio gente intorno, né sopra, né sotto. Non voglio giocare con gli scarabei pruriginosi, non voglio rivedere la luce del sole. Non voglio.


Voglio starmene qui sotto, dove sono stata dimenticata dalla -mia armata- Qui sotto dove nessuno può vedermi, dove non posso fare morti, non posso respirare, non posso invecchiare né essere esposta in un museo. Non sono fatta per i vetri catarifrangenti, né per due mani sudate.


Voglio starmene qui sotto, seduta accanto al buio e alla noia, perché se qualcuno mi sfiora, anche solo per sbaglio, faccio saltare tutto in aria.

Non è nei miei desideri mietere morti, ma sono così gonfia e malmenata, che se la sabbia si sposta, e un solo mignolo del piede tocca il mio fianco scaglioso, sarò costretta ad esplodere.

E’ per questo che non posso essere abbracciata, per quanto lo desideri tanto. Un abbraccio abbassa le mie difese di scorza e bambù, e la diga delle lacrime trova il suo alleato. Vorrei tanto che qualcuno mi abbracciasse, che sentisse come il mio respiro fuori controllo, che sentisse la mia fronte umida, che vedesse da vicino i miei occhi oleati di dolore. Ma non posso.


Se qualcuno mi abbracciasse, adesso, in questo momento, l’intera città salterebbe in aria, fino a rimbalzare contro le altre, e con un incalzante effetto domino, l’intero mondo sarebbe raso al suolo.


Allora me ne sto con le braccia conserte, e mi abbraccio da me, perché fa meno paura e meno male, perché mi sembra meno affettuoso, perché non posso scoppiare del tutto se a toccarmi sono io. Allora lo stomaco vibra, come il pelo dell’acqua prima di un uragano in mare. Le braccia si snodano, e cadono. Le mani tremano, e perdo la sensibilità delle dita, il naso gocciola, gli occhi si chiudono ed aprono ad intervalli regolari, il cuore schizza in avanti e poi indietro, come un’altalena impazzita. E alla fine gli occhi perdono olio, come un motore d’auto vecchio e malandato, ma che ancora se ne va in giro sotto la sua carcassa semi nuova.

E quando piango, sento tutto. Anche le cose che non voglio sentire. Sento la paura, la disdetta, la sconfitta, la solitudine, la mancanza, l’apatia, la rabbia e l’evasione.

Sento gli abbracci che non posso avere, la voce che non sento più, le ossa che fanno più male, le parole che non riesco a dire, e la lingua che pizzica più forte, e le labbra che si mordono da sole, e i capelli che cadono sul viso come spilli, e gli occhi bruciare.

Sento il vuoto che attraversa il mio corpo, i piedi che si intorpidiscono, la voglia matta di fuggire, e le vene del collo ingrossarsi di colpo. Sento il calore del vento d’estate che mi fa sentire male, i pugni che spaccano le cose, e che vorrebbero fare a pezzi anche me stessa. E alla fine l’anestesia totale.


Come dopo un’ iniezione letale, cado come rimbambita dentro un limbo insonoro.

Dentro un tunnel senza emozioni, né parole e ne musica.

Un posto invaso dal niente, dove divento anche io un pezzo di niente.

E allora non faccio paura come un M16 puntato alla tempia, che con due colpi e il terzo non andato a segno, ti manda all’altro mondo.


Ma sono più spaventosa di tutto questo, perché sotto la sabbia, gli altri mi credono morta, ma se la sabbia dovesse spostarsi, se il mondo dovesse girarsi sotto sopra, se ci fosse una sola strada in tutto il pianeta, per tornare a casa, e quella strada fosse quella dove sono nascosta…

Inciampando, qualcuno, morirebbe con me.


Io non sono una bomba, sono una mina, che deve ancora scoccare il suo ultimo -toc-

Abbracciatemi vi prego.

No, forse meglio di no.

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