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Una storia di AnnyChan

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Nel mare ci sono i coccodrilli

La storia di Sufi

Pubblicato il 03 maggio 2017

Era da un po' di tempo che avevo già deciso di cambiare cantiere, ma quando Enaiatollah era venuto a Qom avevo deciso di rimandare i miei progetti. Quando però ci avevano espatriati anche da Qom ho pensato che la cosa non si potesse più rimandare. Così, appena rimpatriati, ho chiesto ai miei compagni del cantiere e dopo pochi giorni mi ero lasciato tutto alle spalle, andando a Teheran. Avevo sentito che lì la paga era più bassa, ma i poliziotti erano in gran parte corrotti e quindi c'era meno pericolo di essere catturati.

La sveglia era all'alba, potevi fare colazione o dormire finchè non ti chiamavano, per poi spaccati la schiena per tutto il resto del giorno, fino a quando tramontava il sole. Si lavorava ogni giorno tranne il sabato. Allora avevi la giornata libera e potevi fare ciò che volevi.

Io, di solito, dormivo fino a tardi la mattina. Il pomeriggio lo passavo giocando con gli altri ragazzi, ma non erano solo quelli del mio cantiere, e non in tutti gli altri cantieri i lavoratori erano tutti della stessa zona. Alcune volte i giocatori iniziavano a baruffare per niente e il gioco veniva interrotto. Io non partecipavo mai alle azzuffate insieme agli altri, come non faccio neanche adesso, così uscivo dal campetto cercando di non farmi notare dagli altri.

Passavo molti pomeriggi a girare per un piccolo mercato che aprivano nel pomeriggio nel centro della città. Mi piaceva passare di lì. C'era sempre molta gente che riempiva le strade e quelli più gentili ogni tanto mi offrivano anche qualcosa. Inoltre, quando un poliziotto mi vedeva e iniziava ad inseguirmi o veniva intralciano dalla folla o lo seminavo confondendomi tra le altre persone.

Un sabato, durante una pausa che mi ero preso dal gioco, alcuni ragazzi stavano parlando di mete da raggiungere dopo aver lasciato qluel posto, e ad un certo punto si mettono a parlare di una traversata delle montagne per arrivare alla Turchia organizzata dall'amico del fratello del cugino di uno, il quale è un trafficante di umani. A quanto pare questo qui si era messo d'accordo con un gran numero di persone per portarle fino alla Turchia, e queste persone erano di Qom. Mi intromisi nel loro discorso e scoprii che una di quelle persone era Enaiatollah. A quanto pare lui stava iniziando a pensare al futuro.

Iniziai a prendere anch'io in considerazione l'andare via da quella città, ma non sapevo dove, quando, ma soprattutto quanto mi sarebbe costato.<br

Chiesi un po' dappertutto, e tutti mi dicevano una meta dopo l'altra: alcuni dicevano di andare nelle regioni più a nord dell'eurpa, altri che mi conveniva dirigermi verso le regioni dell'Asia, e altri ancora di andare nelle Americhe.

Ma io avevo già deciso di andare in Gran Bretagna e difficilmente avrei cambiato idea. Mi serviva solo sapere il percorso migliore e più sicuro da fare, anche se diciamocelo, era difficile che fosse veramente sicuro, era pur sempre una cosa illegale.

Uno del mio cantiere, era abbastanza vecchio e conosceva un sacco di cose, ogni sera raccontava un sacco di storie, solo adesso però so che molte di esse non erano altro che tali, ma tutti prendevano dalle sue labbra quando lo faceva, quindi era bello poi fantasticare su esse. Comunque un giorno, era sera e stavo morendo di sonno, quindi volevo solo finire di cenare e andare a dormire, mi si avvicina e mi dice che se sto ancora cercando una via abbastanza sicura per andare in Gran Bretagna lui mi poteva aiutare.

-Sì, la sto ancora cercando-

Gli faccio io

-Allora ragazzo ascoltami- inizia lui- ho visto partire molti dei tuoi compagni, e alcuni sono tornati indietro, avevano ossa rotte ed erano completamente distrutti, altri non si riuscivano più a muovere, e alcuni non sono proprio tornati, e, di loro, nessuno sa più niente. È un viaggio molto pericoloso, rischi la pelle ad ogni passo e non è sicuro che tu ce la possa fare, sei ancora deciso ad andarci?

Io ho annuito senza pensarci due volte, volevo vivere una vita tranquilla, senza il timore di essere catturato e riportato indietro in Afghanistan.

-D'accordo ragazzo, allora, ascoltami bene....

Mi disse vari percorsi, ma uno solo mi aveva convinto: andare in Turchia, da lì partire per l'Italia, e quindi andare in Francia per poi raggiungere Londra.

-...ma non partire ancora- mi consigliò- siamo ormai in inverno e rischi di morire congelato sulle montagne, metti da parte altri soldi, aspetta almeno l'arrivo della primavera, così che la neve sulle montagne si sciolga un po'

Allora non lo capii, ma decisi di seguire il suo consoglio.

Lavorai ancora fino all'inizio della primavera e è un po' più in là, e alla fine del mese andai a ritirare i soldi dal capo, lo salutai e uscii. Il trafficante, un amico di un mio collega, mi aveva detto di aspettarlo all'ultima città del confine, in una certa stazione degli autobus. Insieme a me lì c'era un'altra ventina di persone. Un fuoristrada si ferma lì vicino e da esso scesero alcuni uomini. Ci fecero segno di seguirli, e noi lo abbiamo fatto, anche se convinti più dalle armi che portavano addosso che da loro. Noi tutti camminammo per ore, fino ad arrivare ad una grande casa bianca.

Ci tennero chiusi in quella casa per un paio di giorni, e dopo fecero uscire un gruppo di 4/5 persone al giorno. Quando fu il mio turno mi fecero nascondere in un piccolo furgone, ero rannicchiato nel portabagagli sotto una coperta, circondato da sacchetti e sacchettini che mi nascondevano.

Fu un lungo viaggio, durante il quale ho mangiato poco e niente, per bere mi avevano precedentemente dato una bottiglietta da mezzo litro d'acqua e per fare la pipì ho dovuto aspettare di finire l'acqua.

Fortunatamente andò tutto bene e arrivammo ai piedi della montagna senza intoppi. Lì mi fecero scendere e mi indicarono una via da seguire per raggiungere le persone espatriate come me. Ci misi mezza giornata di cammino ad arrivare ad un'altra casa grande e bianca, entrai e mi fecero chiamare prima il trafficante poi o i miei amici con i restanti soldi per l'espatrio. Ci tennero dentro alla casa per altro tempo, ma stavolta non eravamo in venti, ma il triplo o il quadruplo.

Ci consegnarono dei mantelli e ci fecero uscire quando eravamo un centinaio di persone. Camminavamo per i campi la sera e il giorno ci facevano lavorare con i contadini per guadagnarci qualcosa da mangiare. Passarono i giorni e i campi sparivano di volta in volta, così non avevamo più niente da mangiare e le risorse d'acqua scarseggiavano.

Ci lasciarono vicino ad una città vicina al confine, da lì ce la saremmo dovuti cavare da soli.

Io mi diressi verso la costa. Passavo le notti nei parchi, insieme ad altri immigrati, e il giorno camminavi senza sosta. Per il cibo mi arrangiavo.

Un giorno stavo camminando e dei poliziotti mi hanno visto. Mi stavano raggiungendo così mi sono messo a correre per le vie della città, ma loro avevano anche iniziato a sparare e io stavo correndo per non farmi prendere. Ma mi presero. Dalla ferita sgorgava sangue, tanto sangue, e faceva male. Mi avevano preso alla spalla. Io tenni la ferita con una mano e continuai a correre, e corsi finchè non sentii più le sirene, i passi dei poliziotti, finchè tutto non fu ofuscato dal il dolore. Ad un certo punto mi ricordo che non mi sentivo più i piedi, mi girava la testa e mi costrinsi ad appoggiarmi ad un muro, ma non smisi di camminare. I passi dei poliziotti erano vicini e sapevo che se mi fossi fermato mi avrebbero preso. Ma ormai non sentivo più niente, avevano iniziato a fischiarmi le orecchie, vedevo tutto nero davanti a me e mi si chiudevano le palpebre da sole. Senti le gambe non sorreggermi più e mi aggrappai al muro, ma non riuscivo a mantenere la presa, e collassai prima di raggiungere il suolo.

Mi risvegliai cullato dal rumore del mare. Ero in una stanza dalle mura bianche e fredde, un morbido letto sotto di me e è un piccolo vaso all'angolo. Pensai di essere finito in prigione, catturato dai poliziotti, che avrebbero potuto farmi di tutto, anche mandarmi indietro. Mi alzai di scatto e tentrai di mettermi in piedi, ma un acuto dolore al braccio mi costrinse a rimettermi giù. La ferita alla spalla era fasciata.

La guardai attentamente e decisi di rialzarmi dato che il dolore era sparito. Mi misi in piedi, più lentamente stavolta, il dolore riapparve, ma meno forte e più sopportabile stavolta. Arrivai alla porta e quest'ultima si aprì senza che io la toccassi. Era una ragazza. Mollò un urlo. Si scusò, e corse via chiudendomi la porta in faccia. Rimasi immobile per un tempo indefinito, poi aprii la porta ed uscii. Un corridoio si presentava davanti a me, con tantissime porte da una parte all'altra.

Camminai per un po', osservandomi intorno attentamente, e vidi la ragazza di prima arrivare seguita da due signori in età avanzata. Quando mi videro mi camminarono incontro, mi salutarono stringendo i la mano, e si presentarono. Mi chiesero di seguirli, e mi accompagnarono in una grande stanza piena di tavoli. Mi lasciarono ad uno di essi con la ragazza di prima e tornarono pochi minuti dopo con un vassoio pieno di cibo

-Avrai fame, figliolo- disse la donna

-Mangia, sono tre giorni che dormi, hai bisogno di nutrienti-aggiunse l'uomo

Io non me lo feci ripetere due volte ed iniziai a mangiare voracemente, mentre i signori parlavano. Mi dissero che essendo ferito sarei dovuto stare da loro fino a che non mi sarei ripreso completamente, e, se volevo, dopo sarei potuto rimanere con loro se non avevo un posto dove tornare.

Accettai la loro prima offerta, e passai il resto delle giornate a passeggiare in quello che scoprii essere il loro albergo. Io guarii in poco tempo e mi proposero nuovamente di restare con loro. Io accettai, ma non mi piaceva l'idea di rimanere lì gratis me tre loro mi regalavano vestiti puliti e pasti abbondanti, così io li aiutavo all'albergo e mi guadagnavo ciò che mi davano.

Da allora sono passati 2 anni. I due simpatici signori mi hanno proposto di farmi adottare da loro, e io ho accettato. Mi hanno mandato a scuola e fatto imparare molte cose. Inoltre ho scoperto che la simpatica signorina e la loro unica figlia.

Ci sposiamo domani.

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