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Una storia di MirianaKuntz

Piccola ragazza triste

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Pubblicato il 08 giugno 2018 in Storie d’amore

Tags: amore fine malinconia piccolaragazzatriste

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Non aveva paura di niente, eppure forse, aveva paura di tutto. Non era una ragazza codarda, eppure non aveva mai fatto grandi salti nella sua vita, aveva percorso più o meno la stessa linea bianca, piazzata da qualcuno, nei paraggi della sua mente. Sapeva che sarebbe stata brava a saltare il dirupo, ma non aveva mai trovato un buon motivo per farlo. Sapeva di saper parlare, ma non parlava quasi mai, sapeva di essere anche piuttosto carina, ma la sua bellezza quasi la disturbava. Pensava che gli altri potessero avere più interesse nel guardare l’esterno piuttosto che l’interno. A volte la sua deduzione era giusta, altre volte totalmente errata.

In paese la chiamavano piccola ragazza triste.

Piccola di statura, di età e di aspetto.

Ragazza triste, perché, forse la tristezza è come una malattia. Ti deperisce, ti scava le guance, ti toglie l’appetito, ti fa perdere peso, ti fa cadere le braccia, e ti sfinisce. La tristezza non può mai essere nascosta per più di un’ora, anche se provi a fingere, con tutta te stessa, dopo sessanta minuti sbuca fuori con la sua testolina ossuta e pallida, e si lascia guardare da tutti.

Ormai non se ne vergognava più, quell’epiteto la caratterizzava in pieno. Lei era una ragazza triste, e non voleva più fingere con nessuno.

La vedevi aggirarsi per il parco del paese, sembrava andare a sbattere contro tutti gli alberi per quanto fosse piccola e maldestra, se ne stava lì con un libro tra le mani, ponendo il pollice e l’indice sul bordo, quasi a formare una cornice. Leggeva in silenzio, sotto il caos cittadino di un piccolo paese. Le macchine le giravano intorno come formiche impazzite. Qualcuno suonava il clacson in onore delle sue belle gambe, qualcun altro tentava di attirare l’attenzione con le canzoni, qualcuno passava e basta.

Lei ogni tanto alzava lo sguardo, lanciava quella smorfia tutta sua, tra il –disturbo- e –l’abitudine- e poi tornava con gli occhi al suo posto, in mezzo alla carta e all’inchiostro, affogata in uno smog tenue, che ti lascia anche il tempo di respirare.

A volte se ne stava seduta lì accanto alle fontane, con la coscia appoggiata al ferro umido, qualche schizzo le finiva sui vestiti, lei scrollava le spalle, e chiudeva gli occhi. Adorava starsene al sole, come un piccolo soriano. Ad occhi chiusi vedeva il mondo che sentiva, e non quello che c’era per davvero. Le sembrava di essere più in pace, in mezzo alla guerra sanguinosa di tutti i giorni.

Sembrava dormire, e per qualcuno era un bel dipinto.

Ma nella mostra dei suoi cento casini, il primo era sè stessa.

La piccola ragazza triste, un giorno era meno triste di così. I suoi occhi erano caldi e gentili, e i suoi libri erano tenuti con tutte e due le mani, con le dieci dita e la bocca distesa a sorridere. Le sue fontane erano piene d’acqua, e gli schizzi la facevano ridere da morire. I disturbatori non c’erano, le macchine neppure, le passavano accanto, ed erano solo figure sconosciute al di là di un vetro trasparente.

Aveva amato, e poi aveva perso.

Questo non l’aveva resa triste, non solo questo almeno. E’ il modo in cui aveva perso le sue cose, che l’aveva resa sorda alle bellezze del mondo.

Aveva sentito così tanto chiasso, in quel secondo infinito, che aveva perso l’uso delle orecchie, e talvolta anche della parola. Aveva amato e dato tutto, amato e preso tutto, aveva riempito così tanto l’interno del suo cuore, che pensava di averne fatto scorta almeno per cent’anni, ma l’amore è una vitamina che si consuma rapidamente, una molecola che si diluisce con l’acqua delle lacrime, e il calore delle estati. Una goccia di siero che si disperde rapidamente sotto l’estasi del riposo, e sotto la forza delle tempeste.

La scorta che aveva fatto, non le era bastata nemmeno per un anno. Dopo pochi mesi, ne aveva dovuto fare una nuova scorpacciata, e poi ancora, e ancora, fino a quando non ce n’era rimasto più niente.

La miniera da cui accingeva le cose, non si era più rinnovata, le luci si erano spente, e le rocce erano crollate. Il grande ragazzo –non triste- se n’era andato portando via con sé ogni risorsa.

Da allora lei aveva provato ogni cosa, aveva scavato una nuova miniera, ma quelle sostanze la deperivano ancora di più, si era iscritta a nuoto ma non aveva mai imparato per bene a stare a galla, aveva provato a suonare il piano, ma la scala diatonica la rendeva nervosa, aveva provato a cantare ma non le usciva fuori la voce, aveva mangiato le cose più buone del mondo, ma la bilancia segnava sempre di meno, e poi si era arresa, coi suoi libri e i suoi difetti, con i suoi silenzi e le sue maschere invisibili.

Così, lentamente, la ragazza, si era trasformata in una ragazza piccola, e poi in una piccola ragazza triste.

Non sapeva se quello stato sarebbe durato ancora per molto, o se sarebbe durato tutta la vita, magari dopo dieci primavere avrebbe ripreso l’uso del sorriso e della parola, magari dopo dieci inverni non ci avrebbe più pensato a quell’amore e a quelle perdite feroci che non ti danno neppure il tempo di abituarti al cambio delle cose.

Nella sua vita era sempre tutto così veloce, e così tremendamente lento. Lei perdeva decine di cose tutto il giorno, un po’ per dimenticanza, e un po’ perché la vita con lei era un po' ingiusta. Senza avere il tempo di fare nulla, senza ascoltare il vento da che parte stia tirando, senza prendere fiato prima dell’immersione, senza aver preparato lo zaino o aver fatto benzina.

Le cose succedevano d’un tratto, come una strada che viene inghiottita dal niente, e ti resta solo un filo sottile su cui poggiare i piedi. Se sei bravo resisti, e se sei poco bravo, allora cadi di sotto.

Non si è mai preparati abbastanza per queste cose, non si è allenati per diventare di colpo – delle piccole ragazze tristi- succede e basta, succede perché in fondo la storia di ogni storia è così.

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