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Una storia di SabrinaMonno

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Lettera ad una città

Pubblicato il 24 settembre 2017

Cara città, è giunto il momento di dedicarci un pò di tempo. Ho percorso a piedi ogni tua strada, ogni tuo buio vicolo. Ho ceduto all'ebbrezza nei tuoi peggiori locali, in casa di estranei. Ho pianto ed urlato sulla tua rossa pietra, cara città; che incantesimo fosti per me, ancora lacerata dal tanto bramato distacco materno. Tutto era meraviglioso, stupefacente. Il tuo orrore era la mia linfa vitale. I tuoi figli, presto sarebbero diventati miei compagni di gioco tra queste magiche mura. Fu l'ebbrezza, la gioia infantile, la fame tipica della giovinezza a fagocitare il primo anno. Hai fatto tua la mia innocenza, o quel poco che ne restava. L'ho annegata nell'alcool, l'ho messa a tacere con il sesso e, infine, l'ho dilaniata con ogni persona che, d'improvviso, non ti apparteneva più... ma quanto fu dolce farti derubare l'innocenza. Te ne rifarei dono, se solo potessi. Riecheggiano ancora le risate, le paure, gli incontri inaspettati. Gli incontri: un'altra tua peculiarità. Tu, mia città, non hai mai scelto figli a cui piace obbedire alle regole. Ti piace essere una cattiva madre. Quindi, come gocce di pioggia in una giornata di Sole, altri tuoi figli mi accolsero in questa grande famiglia. Mia città, la gratitudine che mi scorre in vena, non sarà mai abbastanza per ringraziarti per queste singolari persone, ma, come già detto prima, sei una cattiva madre, e tutto ciò che doni, poi lo porti via, per imprigionarlo nei tuoi infuocati mattoni. Forse è per questa ragione che, il pensiero felice di quei momenti, lo stesso atto del ricordare, diventa, d'improvviso, causa di un dolore tanto sublime da non poter essere descritto dalla semplice potenza del linguaggio.

Ho bisogno di ricordare, ho bisogno di guardare fotografie, leggere lettere, sfogliare libri universitari con disegni stupidi e frasi oscene da noi scritte. Ahimè, o per fortuna, il ricordo non può farti dono anche dell'attimo ormai perso e recluso nella memoria. Dannata memoria, tu sei malvagia quanto questa città, o forse anche più crudele. La sofferenza di perduti momenti è pari alla tua capacità di farceli rivedere, come un vecchio proiettore a manovella. In questo sei crudele: ti rendi indispensabile nel tuo stesso atto di fare del male, che tu sia presente o no.

Mia città, la permanenza qui giunge sempre più al termine, quindi, ora ti chiedo: sarò ancora impressa in qualche tuo luogo? Ad ogni mio passo, corrisponde un locale, un odore, un dipinto sui cui la mente proietta il ricordo di una persona. Sarà lo stesso di me? Rimarrò incastrata nella tua memoria, dannata città?

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