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Una storia di SimoneCardelli

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Ghibli

breve racconto di grande coraggio

Pubblicato il 31 maggio 2017

Ghibli

L'inquilino del 2B morì una notte di primavera lasciando solo il suo cane. Per tutti, l'inquilino del 2B era un povero vecchio rimasto vedovo da qualche anno, senza figli e che limitava le sue uscite a brevi passeggiate col cane nel parco dietro al palazzo.

Il suo corpo venne scoperto dopo due giorni; fu il cane a incuriosire i vicini del piano di sopra; o per meglio dire fu lui a disturbarli. È al chiaro di una splendida luna, ululando da vero lupo, che annunciò al mondo la morte del suo padrone, amico fedele, compagno di vita.

Quando portarono via la salma non fecero troppo caso a quel cane smunto che a testa bassa usciva dalla stanza, dal palazzo e dalla coscienza di tutti. A passo lento si avviò giù per le scale e fu fuori, superando il piazzale dove un gruppetto di persone parlottava tra sé. Si mosse piano verso il parchetto ornato da grandi salici i cui lunghi rami verdi ondeggiavano al vento e coprivano le giovani coppie d’innamorati che s’abbracciavano e si baciavano emozionati. Passò poi attraverso il paesino dove di solito andava col padrone, di botteghe in bottega, accarezzato dalle mani dei paesani che lo riconoscevano sin da quando ricordava; ossia da quando fu adottato e salvato, in quel giorno di pioggia, sotto l’arco del condominio Monet.

Fu presente al funerale, conosceva infatti il cimitero dove ogni tanto andava col padrone a far visita su quella lapide della di lui compagna che, aimè, morì prima del suo arrivo.

E presenziò, povero cane smunto, imploso di dolore e con lacrime, che di tristezza erano intrise, salutando per l’ultima volta l’amatissimo amico uomo.

Quando il custode lo vide uscire dal cancello era già tardi e nella penombra della sera lo lasciò andare per la sua strada. A testa bassa e con la coda fra le zampe, il cane si rannicchiò sotto ad una vecchia macchina abbandonata e attese. Attese il tramonto che come un ventaglio di fuoco incendiava le poche nuvole sparse. Attese poi le stelle che nella notte lo incantarono in uno spettacolo di piroette cosmiche. Attese l'alba, che lo scaldò nelle ore del mattino e sentì che quel dolore crudo lo chiamava a reagire e gli diceva “coraggio!”. Comprese quindi che la strada lo stava chiamando a sé, lì dove una mano calda lo aveva trovato, ora tornava a chiudere quel cerchio che lega la vita di tutte le cose.

Su zampe deboli prese quel sentiero e seguendo il richiamo antico dell’istinto guardò verso la campagna e lì s'inoltrò.

Campi verdi, grandi come il mare. Prati fioriti e piante d’ulivo. Vigneti, in file lunghe che si perdono alla vista, con grandi foglie verdi spruzzate di blu. Poi canali di acqua fresca ricchi di rane gracchianti che la notte non lasciano dormire. Tante lucciole notturne e i bruchi fluorescenti così strani a vedersi. Piccoli casolari sparsi che lo sfamarono con cibo caldo e voci acute di bimbi allegri che lo festeggiarono. Mani sconosciute lo accarezzarono ancora, mani ruvide, sporche di terra e sudore.

Attraversò la bellezza di spazzi sconfinati e fu la scoperta di un mondo che non aveva mai conosciuto dove il suo istinto sapeva esprimersi potente. Lottò chi mostrava intenzioni malvagie, vince le paure della solitudine e seppe dentro di sé che qualcosa di grande e superbo lo stava guidando. Davanti al manifestarsi di tanta vita si impresse nei suoi occhi quella luce che, come una candela sa illuminare il sentiero, allo stesso modo penetra e risplende l’animo di chi la riconosce.

Attraversò pascoli di mucche e pecore. Saltò il ruscello con un unico splendido balzo da campione. La lingua fuori e gli occhi sbarrati. La coda dritta come una spada. Le orecchie piatte lungo il collo. La gente che lo vide passare altro non poté fare che restarne meravigliata.

Corse veloce finché arrivò sul ciglio di un burrone e lì si fermò a prendere fiato. Da quel punto poté osservare lo spettacolo della natura: cime ancora innevate ammantavano le alture delle montagne lontane, la cruda pietra dei crepacci, solcati dallo zig zag di strade arrangiate. Macchie verdi di alberi e prati. Pascoli a spasso nei campi aperti, alcuni ruscelli che svelti scendevano a valle, laghetti limpidi che riflettevano il passaggio lento delle nuvole e poi il canto dei contadini, il cinguettare acuto delle rondini che volano basse, la fresca brezza che annuncia la fine del giorno e laggiù, bello come il migliore dei sogni, l’ampio azzurro mare.

Osservò tutto questo dal ciglio di quel burrone che sapeva essere la fine della sua corsa.

Al suo fianco si sedette Dio. “Ciao Ghibli” esordì con voce soave, “caspita, ti vedo in gran forma!”. Il cane gli rispose scodinzolando vivace e guardandolo con occhi felici.

Allora il crepuscolo si mostrò in uno spettacolo di colori: l’ocra caldo incoronava le cime dei monti. Le nuvole che morbide andavano ammassandosi all’orizzonte presero d’un rosa profondo, passando poi al porpora acceso che diventò viola espandendosi nello spazio di cielo sopra di loro.

Seduti sull'orlo del mondo ammirarono quello spettacolo immenso poi Dio posò una mano sulla testa del cane accarezzandolo fino a farlo addormentare. Si fermò ad osservarlo qualche secondo poi disse: “addio splendido Ghibli, porta i miei saluti a quello scrittore strampalato” e se ne andò.

Al chiaro di luna ci fu una scossa che fece franare parte delle antiche cave di marmo sopra Carrara.

Fine.

Simone Cardelli

La Spezia - aprile 2017

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