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Una storia di _MartaGasparon

Anche gli eroi vanno in pensione

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Pubblicato il 01 maggio 2018 in Altro

Tags: Batman BruceWayne UomoPipistrello

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Che Bruce Wayne avesse smesso di indossare maschera e mantello nero da otto anni era cosa risaputa. Ma altrettanto vera era la nostalgia che lui stesso provava per quegli anni andati, spesi a difendere Gotham City dal crimine più oscuro.

Alla soglia dei 52 anni, il fisico aveva perso la muscolatura di una volta, ma non i segni delle dure lotte combattute contro il male; quelli no, stavano al loro posto, come a voler ricordare una vocazione un po’ più bizzarra del solito che aveva portato il signor Wayne a stare dalla parte dei giusti, anche a costo della sua stessa vita. Gli ematomi e le cicatrici profonde erano i segni indelebili di un passato di cui sentiva la mancanza e che – non aveva alcun dubbio – avrebbe rivissuto altre centomila volte.

L’espressione del viso si era un po’ indurita col passare degli anni e ciò che colpiva erano quei suoi grandi occhi scuri che, quando fissavano qualcuno, sembravano riuscire a scandagliare il suo io più profondo. I capelli neri erano punteggiati qua e là da qualche ciuffo grigio solitario che lo rendeva ancora più affascinante, le mani forti erano sinonimo di una sicurezza mai persa, il volto ben squadrato rivelava qualche piccola ruga a lati degli occhi e della bocca.

«Prima o poi la pensione arriva per tutti, vecchio mio,» si disse una mattina guardandosi allo specchio, come a voler trovare una consolazione – anche se invano – a quel vuoto che sentiva opprimerlo nel petto.

A Bruce Wayne non era mai interessata la fama, il successo. Che i cittadini di Gotham avessero amato Batman, pregando che apparisse nei momenti più complicati, era un conto, ma essere adorato come una sorta di divinità dall'identità misteriosa era un altro. Bruce aveva semplicemente deciso di vivere una vita al servizio degli altri – degli oppressi, degli indifesi in un contesto cittadino che non privilegiava certo la moralità o l'onesta dei buoni – senza mai pretendere nulla in cambio, senza mai rivelare chi ci fosse davvero dietro a quella maschera per paura di mettere in pericolo le persone a lui care.

Ma la sua vera forza consisteva nell'essere – prima che un eroe mascherato – un uomo. Tutte le battaglie condotte in prima linea insieme al commissario Gordon, suo fedele alleato, le aveva combattute affidandosi alla sola forza umana che aveva in corpo. In fondo, il suo tallone d'Achille era proprio quella: la sua umanità, il suo poter contare solo ed esclusivamente sulle energie che il fisico allenato gli concedeva. Niente armi, niente morti era l’etica alla quale aveva tenuto fede sin dall’inizio. E, a 50 anni, il corpo gli aveva presentato il conto senza sconto alcuno, costringendo Bruce Wayne ad una resa alla quale nessun nemico in carne ed ossa era ancora mai riuscito a sottoporlo.

Era questo, forse, che più lo rattristava, ovvero l'aver dovuto cedere a dei segnali inconfondibili che, tuttavia, sapeva di non poter più ignorare. Lo stesso Alfred lo aveva pregato, per il suo bene, di abbandonare la missione di una vita, incitandolo a metter su famiglia al più presto.

«Dannati reumatismi,» brontolò il signor Wayne massaggiando il ginocchio dolorante, spiacevole conseguenza di una rovinosa caduta mentre stava inseguendo, una quindicina d'anni prima, il tanto temuto Joker.

«Alfred, preparami un'aspirina,» disse Bruce al suo maggiordomo di fiducia che, nonostante l'età avanzata, dimostrava ancora una certa agilità nei movimenti.

«Li ha letti i giornali questa mattina, signor Wayne?», chiese Alfred, con voce ferma.

Bruce scosse la testa, innervosito da quelle fastidiose fitte alla gamba destra.

«Dovrebbe farlo, parlano di lei. O sarebbe più corretto dire, di Batman». Alfred gli porse una pagina con su stampata la foto di una statua in bronzo raffigurante l'Uomo Pipistrello in tutto il suo splendore, circondata da centinaia di persone – uomini, donne e bambini – intente a lasciare ai suoi piedi un fiore o una lettera di saluto. Il titolo dell'articolo diceva: “Otto anni senza Batman. Gli abitanti di Gotham ricordano così il loro eroe mascherato”.

Bruce allontanò rapido il foglio di carta e bevve in un paio di sorsi l'aspirina.

Aveva bisogno di fare due passi.

Avvolto in un lungo cappotto nero, Bruce Wayne raggiunse, un po' zoppicante, il parco di Gotham.

Non appena aveva capito di doversi ritirare a vita privata, egli aveva chiesto a Jim Gordon di potergli parlare. Il commissario temeva di immaginare il motivo di quell'incontro improvviso: sapeva che Batman non avrebbe potuto condurre quello stile di vita per sempre, anche se in cuor suo avrebbe tanto voluto fosse così.

La città aveva cambiato volto dopo la comparsa di quell'eroe travestito da pipistrello, che combatteva e si muoveva con un'abilità mai vista prima: il crimine organizzato era diminuito, le donne potevano girare per i vicoli più sicure, i giovani crescevano nella consapevolezza che un'esistenza migliore, onesta, fosse finalmente possibile.

«La gente deve sapere chi sei,» aveva affermato il commissario Gordon, in una sera di pioggia incessante, dopo che Bruce gli aveva confessato che quella, per Batman, sarebbe stata l'ultima notte.

Di tutta risposta Wayne aveva scosso la testa, spiegando come la sua maschera non fosse altro che un simbolo e tale dovesse rimanere. «Chiunque può essere un eroe – rispose – anche un uomo che fa una cosa semplice e rassicurante come mettere un cappotto sulle spalle di un bambino per fargli capire che il mondo non è finito».

Solo in quel momento il commissario Gordon comprese davvero chi avesse di fronte.

La mente tornò a quella notte di tanti anni prima, agli inizi della sua carriera, trascorsa in commissariato a raccogliere la testimonianza di quel ragazzino che aveva visto i genitori morirgli davanti agli occhi, assassinati. Nel tentativo di placare la sua angoscia, Jim Gordon aveva appoggiato sulle sue esili spalle il cappotto del padre che alcuni agenti avevano recuperato dalla scena del crimine. Un semplice gesto, quello, che tuttavia Bruce avrebbe conservato nel cuore per sempre.

Qualche istante di silenzio, interrotto soltanto dalla pioggia scrosciante che si abbatteva sulle vie buie di Gotham, e il commissario capì che Wayne aveva ragione. Fece un sorriso sghembo, come a volergli dire “non preoccuparti, il tuo segreto con me è al sicuro”.

Di comune accordo stabilirono la versione ufficiale da riferire ai cittadini nei giorni seguenti: Batman era stato ucciso. Batman era morto da eroe.

Chissà – pensò Gordon fra sé e sé – se la gente avrebbe creduto veramente a quelle parole. Per loro, in fondo, l'Uomo Pipistrello era una creatura immortale che mai avrebbe smesso di vigilare su tutti loro, grandi e piccoli.

Bruce continuò a camminare per il parco per una buona mezz'ora, inspirando ed espirando l'aria ad intervalli regolari, come se quell'esercizio meccanico lo aiutasse a calmarsi. Si sentiva inutile e quel blocco di bronzo che la città gli aveva dedicato, ricordo indelebile di ciò che aveva rappresentato, stava lì a ricordarglielo nella testa senza alcuna pietà.

Assorto com'era fra i suoi pensieri e affaticato per la gamba dolorante, Bruce non si accorse di dove i propri passi lo avessero portato, ovvero nel punto in cui la statua – la sua statua – era stata posta otto anni addietro.

Si passò una mano fra i capelli e sospirò.

Di lui – si disse – non era rimasto nulla, se non quel fantoccio artificiale pieno di muscoli altrettanto finti. Rimase immobile, davanti a quella figura alta un paio di metri, per una manciata di minuti, il cuore nel petto che sembrava essersi fermato.

Ad un tratto l'attenzione di Bruce venne attirata da una giovane donna, poco più che trentenne, che teneva per mano una bambina, probabilmente sua figlia. Si incamminò verso la statua, tenendo fra le mani un foglio di carta ripiegato ed una rosa bianca. I tratti del viso di quella donna sembravano essere a Bruce familiari. Poi, sforzandosi di ricordare dove avesse già visto quegli occhi color del mare, non ebbe alcun dubbio: si trattava di Sarah, la ragazza che aveva sottratto alle percosse mortali di quel compagno manesco qualche anno addietro.

Non appena madre e figlia si allontanarono, il signor Wayne non riuscì a resistere e raggiunse il punto in cui entrambe avevano appoggiato i loro omaggi per Batman. Le mani un po' tremolanti e il respiro affannoso e veloce erano entrambi indice di una strana emozione che, in quel momento, non riusciva a controllare.

Raccolse il foglio ripiegato da terra e, socchiusi gli occhi come volesse concentrarsi di più, Bruce iniziò a leggere, con l'unica compagnia silenziosa delle decine e decine di mazzi di fiori colorati sparsi intorno a lui.

Caro Batman,

eccomi qui, a scriverti qualche mio breve pensiero dopo quindici anni dal nostro incontro. Non so se tu sia ancora vivo o non ci sia più; quello che so è soltanto che porto con me il rimpianto di non averti ringraziato abbastanza – quella notte in cui mi salvasti la vita – per quanto facesti per me. Ma forse, dirti che mi sono sposata con un uomo buono, che mi ama davvero e con il quale ho avuto una splendida bambina, mi aiuterà a liberarmi da questo macigno che mi porto dentro da troppo tempo. Sono una donna felice e non sarebbe stato possibile senza di te.

Gli occhi di Bruce Wayne si inumidirono: quella lettera era stata la risposta al suo tormento interiore. La più efficace che potesse ricevere.

Rivolse gli occhi al cielo e sorrise. Ora aveva capito.

Batman non esisteva più, era vero, ma gli effetti delle sue azioni, seppur fosse passato tanto tempo dalla sua ultima missione, continuavano a vivere ancora, nel presente. E quella giovane donna, insieme alla sua bambina, ne erano la conferma.

Bruce rimase immobile, circondato da quei fiori colorati che inebriavano l'aria con il loro profumo, il foglio scritto stretto fra le mani, il cuore più in pace, finalmente, rispetto a qualche ora prima.

Il Batman in carne ed ossa, un po' acciaccato ma pur sempre l'eroe che Gotham aveva avuto l'onore di conoscere, e il Batman scultoreo, privo di imperfezioni, stavano l'uno di fronte all'altro, in religioso silenzio.

Nessuna differenza fra i due, se non fosse stato per quelle lacrime di gioia che stavano solcando il volto del Batman vero, di Bruce Wayne.

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