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Una storia di CuorDiPolvere

Questa storia è presente nel magazine LeFou

Storia dell'Iperboreo

e di come trovò una stella

Pubblicato il 24 marzo 2018 in Avventura

Tags: Fiaba Malinconia TantoTempoFa Vita

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I.

Veniva dall'Iperborea, ed era senza nome. Per strada, si racconta, a grandi passi inciampò in una stella. La raccolse, se ne prese cura; ogni giorno la sciacquava e strofinava, finché pian piano il suo guscio si schiuse e, rompendosi, deflagrò in fulmini e saette. Pieno di meraviglia e di timore, l'uomo si raccolse in preghiera e pianse tutta la notte.

Al mattino, però, il bagliore della stella divenne intermittente, alla stessa maniera di quelle troppo lontane che vediamo noi, e piano piano si spense.

Per tutto il giorno l'uomo benedisse la sua casa e la sua fortuna. Pregò ogni ora della mattina ed ebbe il cuore in gloria. Ogni giorno trascorreva nell'attesa della notte, quando la stella tornava in vita e la sua luce traboccava come quella del Creatore.

Col tempo, l'uomo imparò a dormire di giorno e vegliare di notte: da allora passò le sue serate vagando per i villaggi, passando per le campagne e tutti quei posti scuri che fanno paura di notte senza una stella in tasca.

La gente lo sentiva avvicinarsi, perché quando tirava fuori la stella dalla sua custodia, cominciava a risonare nell'aria un certo tintinnio, come di campana orientale; al vedere la luce penzolare qua e là e al sentirla scampanare, i bambini si quietavano e tutti riuscivano a trovare sonno, e in quello stesso sognavano sogni oltre qualsiasi immaginazione.

Cambiarono le generazioni, passarono i secoli: tutti sapevano che c'era l'uomo con la stella, che portava meraviglia alla notte, ma nessuno sapeva più chi fosse.

II.

Furono le mareggiate lungo le coste dell'occidente le prime a lamentarsi. Per ogni dove la meraviglia veniva scambiata col tormento e quando i pianeti si scurirono dall'altra parte del sole, la paura allungò scuri tentacoli fin laggiù, dove le torce delicatamente reggevano piccole fiamme rosse. Ovunque nel mondo sorsero sovrani, e ci fu guerra e povertà.

Parlavano fra di loro dei mali del mondo, perché avevano paura, e i loro figli crebbero ascoltando quelle parole; le armi presero il posto del dialogo, l'accoglienza fu scambiata con l'indifferenza.

Si allontanò il mondo dalle luci della sera, pieno di affanno e preoccupazione, e non ci fu più spazio per le stelle.

"Le mie campane si sono rotte, la mia luce s'è stancata" gli disse una sera la stella all'Iperboreo. Lanciavano sassi lungo le sponde di un fiume a est: la gente aveva smesso di vederli e benedirli, i loro cuori si erano uniti passando distrattamente per le vite degli uomini, così tristi e lontani.

"Devo tornare a casa. Se resto qui, certamente morrò" disse la stella.

Faceva freddo e lei era tanto buia; gli disse addio un'ultima volta, poi gli scivolò di mano e prese a salire in cielo. Si allontanò in mezzo alle altre e né l'iperboreo né alcun altro riuscì più a riconoscerla.

Pianse fin dove le sue lacrime gli permisero di trasformarsi in pioggia, prese a pensare pensieri di malinconia, e quando la modellò a sufficienza, essa si trasformò in rabbia e cominciò a prendersela con gli uomini. Pensò al potere, si vide incoronato a furioso, progettò guerre contro il tempo e lo spazio. Abbandonò il lago, scordò per sempre il suo vero e segreto nome, e se ne creò uno nuovo.

III.

Il mondo intero si vestì di rosso allorché un uomo che veniva dagli orli celesti inaccessibili del Nord vinse la corona di ogni regno.

Si era procurato una spada, un giorno, sotto sfida a un nobile pieno d'argento, che aveva elegantemente perso la vita nel duello.

Passò di città in città, raccolse ogni sfida e ne lanciò di altre: divenne un eccellente schermidore e la sua fama viaggiò più veloce di lui fino agli angoli scuri della terra, dove vivono i demóni.

Alla fine di ogni duello, aveva preso l'abitudine di chiedere al condannato la vita o la morte. Ogni duellante gli rispondeva "La vita!" e lui -sgraziatamente- ne approfittava, e gliela prendeva. Corsero le voci fra quelli armati e abili di spada, che a uno a uno cominciarono a rispondere ben "Morte!" alla domanda: fu in tale maniera che si costruì un esercito, e crebbe in gloria e potenza.

Ogni guardia sui torrioni riconosceva gli stendardi all'orizzonte, perché si avvicinavano con giganti e bestie fantastiche in testa all'armata, ed ogni loro passo percuoteva i cuori fino a ghiacciarli.

Uno ad uno prese ogni regno e, quando trascorse un giro di clessidra, l'Iperboreo divenne re, e in ogni città dalle colonne bianche e dalle mura di cristallo si ergevano statue alla sua forza, ed ogni voce ne parlava con terrore.

Il nuovo sovrano pensava alla guerra: eseguì ogni condanna per sua mano, punì gli imprudenti e i traditori, ma venne per questo odiato, perché fra i colpevoli v'erano degli innocenti, e pure questi persero la vita.

Divenne col tempo il fantasma di ciò che era: portava luce, allora; solo il buio custodiva, adesso, ed era malato. Prese un aspetto orribile perché vegliava ad ogni notte, quando nessuno lo guardava e poteva piangere. Niente gli portava sollievo, perché il suo malanno era un tormento; una notte perse infine il senno, perché non riusciva più a ricordare cosa significasse avere una stella.

IV.

Aveva usato i Predoni delle Saette per scolpire la montagna; se ne servì per aprire il cuore della roccia e, trovatolo, ne creò stanze e impalcature. Sulle creste più alte del mondo forgiò la sua Cittadella, laddove le altitudini avrebbero permesso ai suoi Osservatori di dispiegare il cielo a piacimento, in una cerca che durò centenni ma dalla quale non venne fuori alcunché di buono.

Al re crebbe la barba: le sottili sabbie del tempo, che fino ad allora l'avevano ignorato, presero a vorticargli intorno e a lasciare profonde cicatrici lungo tutto il volto. Ebbe in sposa diverse mogli, che furono rapite dai loro giorni intorno alla vecchiaia; così il re ebbe chiaro che si confondeva, e l'amore per le donne non era lo stesso che nutriva per la stella, quindi rimase da solo.

Poiché parlava la lingua degli uccelli, al mattino andava sulla torre più aguzza del regno, che aveva fatto uscire dalle costole della montagna per meglio osservare: lì si radunavano a stormi gli emissari che volavano attorno al mondo, per dirgli quello che vedevano e sentivano. Gli dicevano che il suo nome veniva pronunciato con paura e disprezzo presso gli uomini, e che pii e malvagi s'erano adunati a contrastarlo. Il demone della paura albergava tuttavia nei loro cuori, e non ebbero mai coraggio di sfidarlo, giacché le sue mura erano impenetrabili.

La sua guerra aveva creato pace fra la gente, ed ebbe presto notizia dei suoi Maghi: avevano trovato la stella, dicevano, e che era troppo lontana per mandare i demoni a rubarla o gli angeli a trascinarla. Gli dissero ch'era necessario un sacrificio, giacché nessun drago aveva le ali abbastanza grandi per volare fin là sopra; pieno di speranza, il re era disposto a qualunque cosa, e quando udì che avrebbe dovuto restituire il proprio corpo, spogliarsi di esso e renderlo alla terra donde il quale esso proveniva, pianse e nulla riuscì più a consolarlo. Gli si spezzò il cuore in mille pezzi, avvertí la sabbia scorrere nella clessidra d'oro e lo Spirito della Vita gli fece visita. Parlarono tutta la notte del bene e del male, della vita che scorre e di quelle che il cielo si riprende, e che trasforma in stelle. Parlarono di errori e di ingenuità, di come si formano i metalli nella miniera allo stesso modo che succede nello spirito dell'uomo, e delle scelte grottesche e sagge.

Si scambiarono parole sull'amore e sulla memoria, dopodiché furono concordi nel cercare il male all'interno di ogni felicità scappata via, e trovarono assieme la soluzione nel perdono.

Corsero ruscelli salati lungo le rughe del sovrano, e diede congedo al mondo e al suo corpo per l'ultima volta. Prese la mano dello Spirito ed insieme andarono via verso le stelle.

S'accese la luce in ogni dove e gli uccelli portarono la notizia agli uomini e alle bestie: il re era partito per le stelle.

Quel glorioso giorno ogni maestro portò con sè i propri strumenti, e le genti d'ogni terra, spinte dai canti, si ricongiunsero al centro del mondo per suonare tutti assieme una grande canzone: ballarono e cantarono per giorni, e tornò per sempre la pace sulla terra.

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