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Una storia di EmanueleVisciglio

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BTK - Billy The Kid

Ep.1 Frammenti

Pubblicato il 30 giugno 2014

1. Adrenalina

Onestamente non riconosco il motivo per il quale ho iniziato a trascrivere le cronache del mio vissuto.

La risposta andrebbe forse ricercata nella totale assenza di una mia vera e propria identità.

Ho passato notti inutili a ricercare quale fosse il mio albero genealogico o quale fossero le radici che in un frammento del mio passato mi hanno legato ad un luogo, ad una famiglia.

Eppure una famiglia una volta l'ho avuta, come una casa che non è la stessa in cui vivo adesso.

Ricordo a malapena le tende che davano su di un golfo, il continuo baccano per le strade ed un dialetto meridionale che oggi non saprei nemmeno comprendere. Probabilmente era Napoli il mio primo nido ed io evidentemente ero il figlio di un noto boss della zona.

Non rimembro il suo nome ma come tutti adoravano chiamarlo il Ghisa, sì!

Un uomo tutto d'un pezzo, con la mania dell'onore e del rispetto. Insegnò di sicuro a me ed ai miei due fratelli che il rispetto fa il rispetto ma che il timore fa molto più rispetto.

Adorava picchiarci per il semplice fatto che credeva in un'armatura astratta che ti crei solo con la rabbia e le ossa forti. Se non era lui a farlo, i suoi scagnozzi ci malmenavano con piacere, e se calci e pugni non bastavano entravano in gioco prove di resistenza in cui in ballo c'era semplicemente la nostra vita.

Di mia madre ho potuto raccogliere giusto una serie di immagini sfocate: i suoi capelli biondi infiniti, il profumo della sua pelle ed il suo corpo raggomitolato colmo di sangue il giorno dell'assalto.

Perché il timore a volte non basta per regnare su tante teste; il rispetto ti mette sulla bocca di tutti e di tanti che diventano nemici.

Nemici che ad un semaforo non hanno la pietà di risparmiare un caricatore di MP5K sui corpi dei miei genitori che in completo da sera avrebbero voluto vedere l'Otello all'opera.

La tragedia però venne compiuta prima dell'inizio del primo atto.

55 i colpi in totale di cui non so di preciso come vennero divisi fra il Ghisa e sua moglie piegata per la paura.

Dei miei fratelli conosco qualcosa solo di uno poiché l'altro si arruolò nell'esercito quando io avevo appena 8 anni. Per certo so che entrambi erano più grandi di me.

La Furia, -se non erro- era chiamato così per il suo modo di risolvere determinate situazioni. Ricordo bene il suo braccio, la forza immane dei suoi polpastrelli a contatto con la pelle.

La sua passione indomita era il rumore delle ossa che scricchiolano, che si schiacciano e che si rompono.

Con le conoscenze che aveva non ci mise tanto a scovare i mandanti del Ghisa. Li nascose in una grotta per picchiarli per tutta una notte. C'è chi racconta che all'inizio di quel macabro spettacolo ci fosse una platea di innumerevoli persone che dopo due ore scappò per cercare di dimenticare quelle scene. Furia iniziò con i legamenti per poi rompere le loro falangi una ad una, scompose le loro vertebre per poi bruciare le loro gambe mentre gli staccava il collo.

In poco tempo marchiò il suo cartellino di innumerevoli cadaveri, ma il suo metodo inequivocabile lo rese una pedina appetibile per la giustizia.

Genitori ricoperti di piombo, un fratello fuggitivo ed un altro nel gabbio; l'incantevole scenario dei miei 10 anni, il silenzio dietro una finestra di un orfanotrofio.

Il silenzio è la mia arma migliore per nascondere la rabbia, mi nascondo da essa per non creare qualcosa di cui non ho controllo. La sensazione di una mano tremante capace di creare il terremoto senza avere la coscienza di una scossa di avviso.

Ho percorso per tre anni il lungo corridoio di questo istituto senza scambiare mai un cenno di parola con qualcuno ma osservando ed ascoltando ogni singolo loro movimento. Come se fossi stato un cecchino delle loro identità senza mai sparare un colpo che potesse rivelare la mia presenza.

Nessuno conosceva chi fossi, di che tonalità fosse la mia voce, quale fosse la mia storia o quale fosse il motivo del mio ininterrotto silenzio.

Paura? Può darsi. Il coraggio di certo non era una qualità tanto contesa fra quei ragazzini dalle catastrofiche infanzie. Tra tutti però ce n'era uno che si faceva notare per l'evidente coraggio di mostrare la sua spavalderia. Lo chiamavano Cordone. La cicatrice che circoscriveva il suo collo era l'emblema del suo soprannome. Si narrava che qualcuno tentò di strangolarlo con un filo di nylon ma che non riuscì a finire il lavoro.

Ama vantarsi di quella cicatrice, come intimidire ogni elemento più debole dell' istituto. Con il tempo è riuscito a crearsi anche un piccolo gruppetto di bulletti con la passione di trasmettere il culto del branco in quella occlusa realtà.

Cordone però aveva qualcosa di diverso tra tutti quei bambini, egli non giunse all'orfanotrofio per giuridiche cause, egli fu portato proprio dai suoi genitori. Mi sono sempre chiesto per quale motivo un padre o una madre avrebbe avuto l'idea di lasciare il proprio figlio in custodia delle suore all'età di dodici anni. Un dubbio che mi ha sfiorato la mente pochissime volte, sono sempre stato molto rude e concreto nei ragionamenti e facilmente arrivavo al raggiungimento dei miei quesiti tramite vie semplici e dirette.

Da quando sono anch'io qui dentro, cioè già ben tre anni, Cordone non hai mai tentato un accenno di discorso ne uno sguardo più lungo di un incrocio. Fino al giorno in cui l'ho ucciso.

Siamo in mensa e come ogni giorno prendo il mio piatto per accomodarmi nell'angolo più opposto alla massa meno composta. Lungo il tragitto come sempre incontro per un attimo lo sguardo di Cordone che seduto in punta di un tavolo ride a squarciagola con la sua gang di bambocci. Mi guarda per troppo tempo, forse il tempo che serve ad un essere umano per ricordare uno volto o per di più per scambiare una parola. Uno di loro si avvicina all'orecchio per suggerirgli qualcosa e lui si attiva per venirmi in contro. Mi è davanti e si nota il suo sguardo perso, sa perfettamente di non sapere ciò che sta facendo.

Lui però è il capo e deve dimostrare quanto vale: un capo che si rispetti, anche se fra le mura di un orfanotrofio, deve far valere il proprio coraggio, le proprie palle.

Ormai è tardi per pensare ciò che è o non è più giusto da fare, ora che sei mezzo metro da me per dirmi << Dammi il tuo pranzo o ti farò del male!>>

Mai sentita prima di allora una minaccia e soprattutto una minaccia che ha il sapore di un imprecazione. Decido di alzarmi immediatamente per tornare in camerata. Voglio salvargli la vita poiché non sembra un ragazzino che ha serie intenzioni di rischiarla in queste parole.

Non appena cerco di scansare la discussione però Cordone mi afferra per il collo da dietro per rinfilarmi nuovamente la sua unica battuta da pseudo minaccia.

<<Ho detto: dammi subito il tuo pranzo. Non capisci? Vuoi farti male?>>

In silenzio lo guardo, dritto negli occhi, cercando di penetrare la sua bacata idea, tentando di sviare il suo pensiero verso un'altra direzione. Si avvicina però e mi restituisce lo sguardo penetrante firmando la sua condanna. Costringendomi così a fare qualcosa che non avrei fatto fino alla fine dei giorni in quel istituto: Parlare.

<<Certo, ti do il mio pranzo. Prima però ti uccido!>>

Il suo sguardo è pietrificato. Dalla fronte una goccia di sudore si stacca dai pensieri assomigliando ad una lacrima repressa. Ha paura ma non può mostrarla ne ai suoi compagni ne a sé stesso.

Non puoi tornare indietro, non puoi rinunciare alla tua minaccia. I nervi trasformano le tue lacrime da fronte in una grassa risata ed un attimo dopo hai pronunciato le tue ultime parole

<< Provaci figlio di nessuno! >>

Occhi neri e raptus di follia. Mano destra aperta aggancia il collo mentre la sinistra chiusa come una fortezza sferra ganci in sequenza: prima il naso, poi la mascella ed infine il volto,e volto e ancora volto.

All'indietro,immediatamente cade all'indietro in una pozza del suo stesso sangue e sul pavimento trema mentre ancora riceve la mia oscura reazione. Il suo volto è come il suo cuore e pompa sangue che fuoriesce in ogni direzione. Gli occhi seguono giusto per qualche altro secondo il contorno del mio volto per poi lentamente spegnersi in due direzioni opposte. 20, forse 25 secondi ma non di più, la distanza fra la sua ultima parola ed il suo ultimo respiro.

Afferro il piatto ancora caldo dal tavolo per riversarlo sul suo corpo e la zuppa va ad amalgamarsi fra il rosso tepore di quel massacro. Non cerco lo sguardo di nessuno dei componenti ammutoliti dalla scena ed immediatamente torno in camera per stendermi sul letto.

Il raptus è terminato ma le mani ancora tremano, non le ho neanche sciacquate, voglio che siano la prova evidente di quando verranno a cercarmi. Di sicuro mi scaricheranno in qualche carcere minorile o in qualche riformatorio ma non trovo alcun problema. Come un canarino mi stanno semplicemente cambiando la gabbia e l'unico mio pensiero è "Mantengo sempre le mie promesse stronzo".

Pochi attimi e l'eco di urla disumane fra i corridoi mi informano che la governante e le sue sorelle hanno scoperto l'evento come dopo un po' le sirene mi avvisano della condivisione della notizia con la polizia. Due uomini in borghese stanno effettuando il mio arresto, uno di loro mi punta una Colt 1911 urlandomi

<< Metti immediatamente le mani sulla fronte, non esiterò a spararti piccolo figlio di puttana>>

Ho le mani ancora ricoperte di sangue fresco e ne sento subito l'odore a contatto con i miei capelli.

In ginocchio davanti alle guardie ho uno sguardo perso tra l'incoscienza del gesto appena compiuto e la gioia di aver scaricato un minimo di adrenalina.

Corridoio in manette e facce assenti per ogni presente che mi stesse osservando. Nessuno ha il coraggio di riconoscere il volto di chi sappia uccidere veramente o forse di chi ha dimostrato di non aver alcun timore a farlo.

Sarà una lunga notte per il sottoscritto ma molto meglio una vera gabbia di ferro che arrugginire in questo istituto.

<< Per l'ultima volta, chi ti ha mandato ad uccidere il figlio del Brigante?>>

Sono più di due ore che sono chiuso in un quadrato di mura, l'aria è irrespirabile.

Ammanettato, su una sedia. Gocciolo sangue dalla fronte e dalla bocca.

Ebbene il dubbio è stato risolto: Cordone era il figlio del Brigante, il capo del clan della Macchia Nera.

Rinchiuso in un orfanotrofio dopo che un assassino ha tentato di ucciderlo. Timore, rispetto, nemici, una storia che mi è già familiare.

Ora queste merde sono convinte che io sia solo un altro carnefice a pagamento in questa guerra urbana.

Uno di loro è seduto di fronte e mi lancia accuse a raffica tentando di scoprire una verità che non esiste; gli altri due, meno composti, sono occupati a riempirmi di pugni graduati, proprio da sbirri contenuti.

<< Se non ti manda nessuno allora perché lo hai ucciso? >>

Mi chiede lo sbirro dalla mani pulite. Alzo gli occhi gonfi per intravederlo a malapena e gli dico

<< Perché glie lo avevo promesso! >>

A questa risposta l'infame si alza dalla sedia per schiaffeggiarmi. Sembra una checca isterica, le sue carezze mi fanno ridere, ma lo sto innervosendo, lo so bene. Estrae il manganello dall'astuccio laterale per poi colpirmi il retro del collo. Si interrompe la risata ed anche la lucidità. Svengo.

Il mio risveglio sa di piscio e segatura.

In una camerata in disordine vedo i profili di cinque ragazzi che urlano mentre giocano a carte.

Non appena mi alzo dal letto uno di loro nota la mia presenza e subito mi viene in contro

<< Ehi! Sconosciuto, si sono divertiti con te, non è vero? >>

Un altro dall'aspetto magrolino, con uno strano accento ed uno stuzzicadenti in bocca mi osserva da lontano e dice

<< Non sei di certo un canarino, da come stai di sicuro non hai cantato >>

Il biondino che mi è accanto subito prende le mie parti

<< Ma guardalo Lama. Questo qui non aveva proprio nulla da cantare >>

Un terzo ragazzo si alza dal tavolino di gioco, ancora con le carte in mano. Ha una stazza abbastanza larga. Mi guarda e si presenta: << Ciao sconosciuto! Ben tornato tra noi. Io sono Fagotto. Bel colpo uccidere Cordone dei Briganti, ma in questa camerata puoi stare tranquillo: Noi siamo Teste Bianche, la fazione opposta >>.

L'informazione sembra rassicurante ma ha anche le sembianze di un'arma a doppio taglio: ovunque mi trova ora, se c'è qualcuno che è contro la suddetta Macchia Nera di sicuro è prevista anche la presenza di qualche seguace.

Devo agire con astuzia e devo ottenere l'aiuto di questi ragazzi; devo mostrarmi disponibile

<< Ho ucciso Cordone perché ha tentato di minacciarmi. Prima di oggi però sapevo solo del suo nome e di quanto fosse lunga la sua cicatrice. Ma ditemi dove siamo? >>

Il biondo mi prende un bicchiere d'acqua e cerca di tranquillizzarmi

<< Questo è un carcere minorile, siamo nel padiglione est ed io sono il Biondo, quello con lo stuzzicadenti è Lama. Fagotto già lo conosci, e loro sono Netto e Patito. Tu come ti chiami? >>

Se potessi saperlo. Il Biondo comprende il mio sguardo dubbioso

<< Non importa; Panacea ti troverà un nome adatto >>

<< Chi è Panacea? >> Domando mentre mi sciacquo il volto pieno di ematomi e graffi

<< E' il saggio del nostro gruppo, gestisce il nostro padiglione ed è l'unica persona che può proteggerti qui dentro dalla Macchia Nera >>.

Interessante. Sembra che mi sia cacciato in uno scontro tra fazioni.

Come se importasse la mia posizione. Uccidendo Corone però ho scelto automaticamente il mio schieramento.

Non posso morire in carcere, sono troppo sveglio. Devo assolutamente guadagnarmi la fiducia di questo Panacea.

Una campana suona e le celle vengono sbloccate. Il biondo mi afferra per una mano << Andiamo è l'ora di cortile, ti porto da lui >>

Lo seguo e per i corridoi incrocio centinaia di sguardi, dalle diverse età, dalle differenti tonalità di cattiveria; è tutta un'altra storia in confronto all'istituto.

Scendiamo una scala per giungere nell'immenso cortile che dà sul mare.

Su di un muretto a lato ci sono tre ragazzi muscolosi, non hanno di sicuro quindici anni ognuno e dietro le loro ombre c'è un ragazzino che fuma una sigaretta e legge un libro con una data di Orwell.

Il biondo si ferma ad un metro di distanza dal gruppo e mi avvisa

<< Non possiamo parlargli oggi, odia essere disturbato quando legge >>.

Non lo ascolto e continuo da me giungendo davanti alla formazione a testuggine formata dalle guardie, mi osservano in maniera molto accigliata.

Restituisco lo sguardo e loro incrociano le braccia per incutermi timore.

Panacea alza lo sguardo e sotto gli occhiali rotondi riconosce il mio volto gonfio

<< Ecco il nuovo arrivato che viene a chiedere la mia clemenza >>

Lo guardo senza esitare mentre uno dei palestrati mi dà uno spintone.

Sono davanti al suo volto, mi scosta nuovamente, gli sono di nuovo di fronte. Prova a colpirmi, ma prende troppo tempo per dare carica allo schiaffo, lo evito e, colpendolo al labbro con la nocchia del dito medio leggermente alzata, riesco a spostarlo dalla traiettoria di Panacea.

Ora il saggio può guardarmi meglio e soprattutto ascoltarmi

<< Nessuna clemenza, solo appoggio >>

Il ragazzo colpito torna alla carica ma << Alt! >> Panacea alza una mano, chiude il romanzo e mi fa cenno con la testa. Ora ho la sua attenzione.

<< Ho ucciso Cordone solo perché mi ha infastidito il suo modo di parlarmi. Vorrei essere la tua ombra garantendoti la migliore protezione. Ma ho bisogno ancora di crescere, quindi devo sopravvivere >>

Panacea si alza, toglie gli occhiali e mi guarda

<< Quindi fammi comprendere: Io proteggo te adesso in modo che tu in futuro possa proteggermi? >>

Nelle sue parole c'è ironia ma anche tanta intelligenza, è uno che sa bene il fatto suo

<< In un certo senso, sì! >>.

Co una mano richiama i suoi ragazzotti e prima di andarsene mi lascia con il dubbio

<< Vedremo se avrai prima il mio di consenso o quello della morte >>.

Campanella del rientro e sospiro di tensione.

Occhi aperti, se starò attento arrivo anche a fine settimana, tanto mi basta per guadagnarmi la protezione di Panacea. Prima di vedermi morto questa gente deve uccidermi.

"Alle docce!" urla una guardia battendo il manganello sulle sbarre.

Strappo un pezzo di lenzuolo per fasciarmi la mano destra, in una delle pieghe del cotone nascondo la affilata che ho staccato da una vecchia forbice.

Appena la guardia nota la mano fasciata invece di dubitare e controllarmi preferisce prendermi in giro << Te le hanno date non è vero pivello? >>, fingo di acconsentire per farlo contento.

E' il mio turno e mentre mi spoglio osservo le facce dei cinque personaggi che condivideranno il turno di doccia con me.

In questo istante ognuno di loro può essere il nemico e per quanto mi riguarda potrebbero attaccarmi anche tutti e cinque insieme. Forse non aspetto altro.

Accendo l'acqua gelida e, mentre bagno i miei capelli, lentamente snodo la fascia, lentamente, aspetto la loro prima mossa. Alterno la chiusura dei miei occhi, sto fingendo di rilassarmi, ma li ho tutti e cinque sotto controllo.

alla mia destra: Un mingherlino prende dal tappo del suo bagnoschiuma una piccola lama e tenta di colpirmi il petto; scanso a malapena ma riesce giusto a sfregiarmi.

Alle spalle c'è qualcuno che mi afferra; gancio laterale sulle palle, afferro la lama dalla fascia e la conficco nell'occhio destro dello stronzo che mi ha sfregiato.

C'è un terzo che con un diretto prende in pieno il mio volte facendomi sbattere la testa alla parete della doccia, ed il mingherlino urla a squarciagola "Il mio occhio!".

Sotto l'acqua gelida riesco immediatamente a riprendermi ma so con certezza che se il quarto e quinto componente si inseriranno alla rissa sono palesemente spacciato, lo ammetto.

Cerco di chiamare una guardia, ma nessuna di loro verrà in mio soccorso. C'è qualcun altro al loro posto.

Il quarto colpisce alla mascella colui che avevo quasi castrato ed il quinto con un rasoio a molletta colpisce la schiena di chi mi aveva quasi steso.

Perdo ancora sangue dal petto e dal volto e i miei due angeli di corsa si rimettono l'accappatoio e scappano, lasciandomi solo all'arrivo delle guardie.

Altre manganellate per il sottoscritto ma almeno non ho un occhio in meno come il mingherlino, non sono svenuto come il quasi castrato e ne sono morto come chi mi ha colpito sul volto. Buona la prima.

Ora di cena con qualche medicazione in più. Riempo la ciotola con una sorta di pasta masticata ed il Biondo mi si avvicina informandomi all'orecchio << Panacea ti vuole al suo tavolo >>.

Lo seguo fra le tavolate della mensa, giungo al mio posto, di fronte al saggio che legge il giornale

<< Sei stato bravo, sei ancora vivo hai visto? >>

<< Il tuo consenso ha superato la morte>> Gli dico in cerca di risposte.

<< Lo sai perché mi chiamano Panacea? >> Mi domanda mentre volta una pagina del quotidiano << Perché la mia saggezza è come una pozione magica, cura tutti i mali. Nei tuoi occhi c'è un' ombra interessante, ed in questi tempi di battaglia non posso perdere un elemento come te. Sembri sveglio, e chi è sveglio è cattivo, oscuro. Allo stesso tempo però oggi ti ho dimostrato che se anche hai la mia protezione devi sempre contare in primis sulle tue spalle >>.

Chiude il giornale e si alza mentre lo piega per poi metterselo sotto il braccio. Mi osserva di nuovo

<< Da oggi è così che ti chiamerai : Oscuro. Ti piace? >>

Sorrido << più che piacermi rende bene l'idea >>

Restituisce il sorriso e conclude dicendo

<< Dopo vieni nella mia camerata. Biondo sa bene qual'è. Ho un lavoretto per te. Se vuoi portare il nome che ti ho affidato necessiti solo di una cosa: la mia fiducia. E la mia fiducia costa, costa parecchio >>

Pausa e poi di scatto sono in piedi davanti a chi tutti rispettano facendo calare nella sala un leggero clima di tensione e silenzio

<< Panacea puoi stare tranquillo. Io non baderò di certo a spese >>.

Panacea entra in una stanza privata, l'accesso è riservato solo al personale del carcere. Ad aspettarlo c'è un uomo dal profilo sconosciuto che preferisce non mostrare il volto e celarlo nell'ombra della stanza.

<< Cosa desidera un uomo nascosto in una stanza buia da me? >> Domanda Panacea dubbioso

<< Mi occorre la tua saggezza per avvicinarmi ad uno dei tuoi uomini più fidati >> Risponde l'uomo con un tono sicuro

<< Allora non abbiamo proprio nulla da dirci >> il saggio si alza dalla sedia << Il mio tempo qui dentro è quasi finito, manca poco al mio trasferimento ed onesto, se anche avessi ancora quindici anni non avrei mai consegnato nelle mani dello stato uno dei miei >>.

L'uomo sorride ed immediatamente esce dall'ombra per mostrare il suo volto che fuoriesce dall'oscurità. Ha una benda all'occhio destro ed una cicatrice di pelle bruciata sulla fronte. Prende di faccia Panacea e cambiando il tono della sua voce muta la sua richiesta cortese in un ordine

<< Reliquia di un mondo dimenticato; Non ti sto chiedendo nulla, questo è un ordine. Cerco solo di semplificare la situazione: quella del mio obiettivo e quella del tuo trasferimento >>.

Panacea si accomoda di nuovo e per la prima volta sente il disagio di abbassare la fronte ed obbedire

<< Ti sto ascoltando >> dice mentre sente un'energia negativa pervadergli il corpo.

L'uomo bendato prende una cartella gialla con su scritto " N.3 " e la mette sulla scrivania davanti a Panacea che esita per un istante e poi la apre.

Nella cartella ci sono centinaia di foto di una sola persona. Confuso cerca di rispondere ai suoi dubbi che percorrono strade senza uscita.

<< Perché lui? >> domanda cercando un barlume di chiarezza

<< Perché è giunto il suo momento di servirci >>.

Panacea comprende che una risposta seria non può averla quindi si appoggia all'idea di una piccola speranza: Colui che cercano non rischia la vita.

<< Fra 7 giorni, alle 17 in punto, durante l'ora di cortile dirai al tuo uomo di restare con te nella tua camerata. Verrò a prenderlo ed entro 7 minuti sparirò con lui >>

Panacea si gratta il mento, solo quando non riesce a concentrarsi lo fa. Consegna la cartella allo sconosciuto e gli mostra la mano in attesa di una stretta di accordo.

L'uomo la stringe e con una forza immane lo avvicina a sé, si avvicina al suo orecchio

<< Ora devo darti un motivo valido per spiegare ai tuoi uomini perché il loro capo non è con loro in cortile >> l'uomo afferra Panacea per una spalla e agitando la mano velocemente lo scaraventa sulla scrivania e lo colpisce al volto con un montante dall'alto, per ben tre volte, in meno di tre secondi. Lo solleva di nuovo e lo sbatte al muro con una sola mano. Dalla tasca prende un fazzoletto umido e gli pulisce il viso dal sangue in eccesso. Lascia la presa e gli apre la porta << 7 giorni Panacea, 7 giorni per decidere la tua sorte >> e lo lascia andare.

Esce dalla stanza Panacea e stando attento a non incontrare nessuno corre nei bagni per sciacquarsi il volto. Nei corridoi nessuna delle guardie lo ferma o gli fa domande, vede il sangue nel lavabo e sente la sua mano tremare. Esiste la paura, lo sta ammettendo a se stesso, capisce che il suo potere al di fuori di quella prigione è paragonabile ad una formica che uscendo dal suo formicaio affronterà leoni.

Non ha uno specchio per guardarsi e questo lo alimenta di una mollica di sollievo. Deve tornare dai suoi in cortile ed improvvisare la sceneggiata, l'unica speranza che ha per salvarsi la vita.

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Sono passati due anni da quando sono in questo carcere e nei 727 tagli sul muro che raccolgono i miei giorni riesco a rivedere le cicatrici che indossano la mia pelle. La Macchia Nera è svanita sia dentro che fuori da queste celle. Giornali raccontano di una guerra urbana conclusa con un'autobomba che ha ucciso il Brigante ed il resto dei suoi seguaci, qualcuno si è lanciato nella latitanza e qualcun altro ha preferito consegnarsi alla giustizia per salvaguardare le proprie famiglie.

15 anni, tanto dovrei avere, anche se le mie mani sembrano molto più malvissute.

Il cortile è diventato una vera e propria ora di libertà. Conosci le persone, ascolti con piacere i loro racconti, riesco a dare tutta la mia attenzione alle amicizie. Non c'è più tensione nell'aria, ora posso scontare la mia condanna in questa quiete apparente dopo un'interminabile tempesta.

Ecco giungere Panacea, è stato richiamato dall'altoparlante per un colloquio privato ed urgente.

Sembra ferito, non porterà di certo buone notizie. Mi alzo dal muretto, gli vado in contro

<< Chi è stato? >>

<< La mia lingua lunga che non riesco a fermare neanche per un semplice test psicologico >> mi risponde e ride

<< Non riesci proprio a dialogare con queste guardie >> poi gli tocco il volto ferito << Questa merda però sa come colpire, pulito e violento. Da quanto le guardie carcerarie sono addestrate? >>

Scansa la mia mano e subito mette i suoi occhiali << Ma quale addestramento? Avrà avuto fortuna quel pezzo di merda. Non preoccuparti però ho un piano di risposta. Devo fare un regalino a questa gente prima di andarmene >>, alza la testa e chiama Patito con la mano.

Arriva di corsa il più piccolo del gruppo e domanda << Panacea ditemi >>

<< Patito devi farmi una cortesia, tu lavori ancora nella biblioteca del carcere? >>

<< Certo capo, le serve qualche nuovo libro? >>

<< No sono apposto, devi far presente che ti serve un ausilio perché non riesci a gestire tutto da solo. Ti farai dare una mano da Oscuro d'accordo? >>

<< Certo Panacea, qualsiasi cosa. Dopo la doccia ho il turno e vado a fare le carte ed il tesserino per lui >>

<< Perfetto puoi andare >>.

Patito ritorna nel suo gruppo e Panacea riprende con me il discorso << Ascoltami bene Oscuro, se devo lasciare questo carcere con il pensiero tranquillo devo comprendere se tu sei o non sei la mia scelta giusta >>.

Sbigottito lo guardo in cerca di spiegazioni << Quale scelta? >>

<< Voglio che tu diventa il nuovo capo del padiglione est >>.

Io? Il nuovo arrivato? << Sono onorato ma non pensi che potrebbe nutrire gli altri di discordia? >>

<< Nessuna discordia >> risponde con un tono più accentuato << Ogni capo che si è rispettato qui dentro è diventato tale tramite il passaggio di un testimone. Stesso io sono stato la scelta di un boss mentore.Però per un'ultima volta devi dimostrarmi che sto facendo la scelta giusta. Ora come ora io mi fido di te ma non basta questo per il rispetto degli altri. Devo capire dove può arrivare la tua oscurità >>.

Lo guardo con sicurezza << Cosa devo fare? >>

<< Devi uccidere una guardia >>.

Compito complicato, ma del resto cosa finora è stato semplice per me? Ma ciò di cui necessito non è il coraggio ma solo qualche informazione in più << Posso uccidere qualunque io voglia? >>

<< Per nulla. Da domani inizierai a lavorare per la biblioteca. Conoscerai subito le due guardie che la sorvegliano. Colui che voglio morto è quello più giovane. E' lui che mi ha colpito al volto e di conseguenza lo voglio morto. Ti voglio discreto, silenzioso come solo tu sai essere >>.

Sembra un compito abbastanza semplice, stringo le labbra per pensarci un attimo, ma accetto volentieri. Sono giusto 2 anni che aspetto di uccidere un secondino.

<< Perfetto. Quanto tempo ho? >>

<< 7 giorni. Per il lunedì che verrà dovrà giungermi la notizia che è morto un secondino >>.

Campanella e rientro in camerata avendo la serenità di avere un altro compito.

La pace dopo un clima nero è una pagina di vita che riesce a farti gustare al meglio la libertà, anche se in prigione la libertà non esiste a priori. Dopo un po' occorre voltare quella pagina per riassaporare il gusto dell'azione, l'ansia, la paura, tutti fattori che ci renderanno di nuovo "liberi" o semplicemente morti.

<< Ragazzino prendi immediatamente quel carrello e rispetta la lista dei libri che ora ti consegno. Prova a sbagliare qualcosa e ti darò tante di quelle manganellate al culo che stasera non avrai il coraggio neanche di sederti per cagare >>.

Primo giorno di lavoro, la suscritta è la presentazione della guardia più bastarda che abbia mai conosciuto. Sembra un sergente che vive in una realtà differente tipo il Vietnam. Ha gli occhi azzurri penetranti da tedesco e l'infamia di una macchina prodotta solo per rovinarti l'esistenza.

Seccato dei suoi modi, cerco di trattenermi in tutto per non dare nell'occhio; si tratta di resistere per sei giorni e poi potrò staccargli quegli occhi con le mani.

Come un falco segue ogni mio movimento cercando di mettermi tensione, mi conosce veramente poco il tizio. Appositamente faccio cascare l'ultimo libro della lista dal carrello ed il secondino sta per avere un orgasmo: ha trovato il pretesto per picchiarmi.

Afferra il manganello e mi colpisce le gambe facendomi cascare << Ti avevo avvisato puttanella >> conclude guardandomi dall'altro con sguardo fiero.

Lo guardo intimorito, voglio proprio che creda che ho paura di lui << La prego, mi spiace, non si ripeterà più >>.

I suoi occhi diventano ancora più azzurri per la gioia, ripone il manganello e si allontana.

Mi alzo mentre sorrido ed ecco che da dietro arriva un'altra guardia, più giovane, mi sta aiutando ad alzarmi.

<< Non farci caso. Il superiore non ha per nulla tatto.>> poi sottovoce << Secondo me lo fa perché in realtà ha paura di tutti voi. Capisci cosa intendo? Psicologia inversa >>

<< Non sono un esperto nel campo >> rispondo dubbioso.

<< Lascia stare, comunque cerca di stare attento, almeno quando è lui ad osservarti >> mi restituisce il libro che ho fatto cadere poco fa << Per qualsiasi cosa sono qui a lato.>> poi conclude << Comunque mi chiamo Giacomo >>

<< Piacere Oscuro! >>

<< (ride) Panacea trova nomi sempre più originali.>> guarda l'orologio << Oscuro devi riattivarti sei in ritardo per le consegne >>.

Non è possibile, questo secondino ha colpito alla faccia Panacea. Non avrà neanche 20 anni, e non ha proprio nulla delle qualità di una guardia bastarda.

<< Ti ho detto che è lui! >> Panacea risponde adirato.

<< Se è lui allora recita benissimo la parte dello sbirro buono >>

<< Sei un critico teatrale Oscuro? Ti ho creato per scrivere recensioni di spettacolo su di un giornale? No, sei un galeotto che fra poco prenderà il mio posto. Non devi avere ne dubbi ne pensieri contorti. Devi agire e basta! Come puoi pretendere che quei ragazzi ti rispettano? Hai altri sei giorni per pensare al miglior modo. Per fartene una ragione. Voglio quella guardia morta. E adesso vai, ho bisogno di restare solo >>. Non c'è spiegazione, ma per quanto mi riguarda non deve esserci. Un ordine è un ordine e chi si pone troppi dubbi muore inculato.

Passo il resto dei giorni a studiare l'identità di Giacomo mentre continuo a prendere botte dal Tedesco. Nessun errore, nessuna piega negativa, mostra tanta disponibilità e mentre mi aiuta a mettere a posto le mie consegne mi racconta della sua famiglia, di sua figlia Gaia: la gioia della sua vita.

Sono passati già 5 giorni e porto in volto i segni di una mezza sconfitta. Riconosco di non avere la testa di uccidere qualcuno che non è una minaccia per la mia vita. Giacomo è una persona che riconosce la difficoltà del passato infame dei ragazzi come me e vuole essere nostro amico. Lo ha studiato all'università di psicologia che frequenta. Gli mancano giusto due esami per laurearsi. Vorrebbe aspirare ad un corso da criminologo e mi ha raccontato che stare in questa merda di prigione è stata una sua scelta.

Mi saluta prima di andare via oggi << Ci vediamo domani. Mi raccomando con quello lì ( riferendosi all'altra guardia- il Tedesco), non farlo innervosire anche se è difficile. Quello c'è nato nervoso. >> sorride e se ne va.

Questo è il momento giusto per pianificare ciò che accadrà domani in questa biblioteca.

Samuel Taylor Coleridge, La ballata del vecchio marinaio: il libro adatto dove inserire il rasoio a molla costruito da Patito. Parte terza:

Tempo grave. La gola era bruciata

e l'occhio di ciascuno fatto vitreo.

Un tempo grave fu, un tempo grave!

Come vitreo a ciascuno l'occhio grave

quando, volto a ponente, all'improvviso

vidi alcunché nel cielo.

Mi piace come nascondiglio. Lo attirerò in questo angolo e gli chiederò di passarmi un libro che non riuscirò a prendere per la mia altezza. In quel momento lo ucciderò, un momento prima del cambio di guardia. Patito tratterà l'attenzione dell'altra mentre io sarò già svanito portando in groppo un cadavere che in realtà non voglio.

E' già mattino e mi sento meno pronto. Riempio in fretta il carrello osservando l'orologio che oggi è troppo veloce per i miei gusti. Patito attira la mia attenzione con un fischio: è l'ora.

Prendo il rasoio e lo metto in tasca, lo vedo mi è davanti e gli chiedo un aiuto

<< Mi scusi, non riesco a prendere quel libro. Non è che potrebbe cortesemente prendermelo? >>

<< Figlio di puttana non solo sei un criminale pezzente sei anche basso e inutile. Questo piacere ti costerà lo sai? >> ridacchia il Tedesco mentre allunga la mano, non cosciente del fatto della fine macabra che sta per fare.

La prima coltellata nel fianco, pancia, petto, collo, faccia. Cade ma non può parlare, sono riuscito a colpire la carotide e non ha più fiato. Il Tedesco non parla più, neanche reagisce. Voglio il suo occhio destro, me lo prendo in una maniera per nulla professionale e lo appoggio sul suo petto così può guardarsi mentre va via dal Padre Eterno che lo prenderà a calci in culo a sua volta. Giacomo entra ed assiste alla scena finale della tragedia. Dovrebbe arrestarmi ma non vuole farlo, non per paura, non vuole proprio. Riesce soltanto a dirmi << Scappa più veloce che puoi, io non ti ho visto >> .

Mi alzo e cerco di andarmene ma prendendomi per una spalla mi blocca << Dammi l'arma, non vorrai mica farti scoprire? Hai seriamente pochi posti dove nasconderla >>. Un grande, un uomo che non meritava di stare al posto di quel bastardo senza un occhio, giacente sul pavimento per la mano mia veloce.

Torno da Panacea velocemente, pronto per subire le conseguenze. Mi guarda seduto sulla sua braga ed ha un volto adirato. Si alza e mi affronta << Patito mi ha raccontato una storia due minuti fa, parla di te. Vuoi ascoltarla? >>, Annuisco.

<< Oscuro doveva uccidere una guardia, perché Panacea glie lo aveva ordinato. Doveva farlo entro oggi ma che è successo? E' morta una guardia sbagliata? Come è possibile? Spiegami come è potuto accadere? Perché io non so proprio da dove cominciare per spiegarmelo >>

<< Non c'è alcuna spiegazione. Doveva morire un secondino ne è morto uno infame. Il tuo momento finisce con oggi con io che decido chi deve o chi non deve morire. Di ordini non ne prende più. Da oggi il padiglione deve obbedire solo alle mie di scelte, ed io sono la prima mano che obbedisco a me stesso>>.

Mi guarda sconvolto, ma nemmeno tanto, sorride e lentamente batte le mani.

<< Sapevo che eri quello giusto. L'ho sentito dal primo giorno che ho incrociato il tuo sguardo due anni fa. Hai imparato tutto ma oggi sei riuscito ad insegnarti qualcosa di più importante: Le tue braccia devono seguire solo la direzione della tua di mente>>.

Confuso, ma ora comprendo tutto. Stimo la figura di questo mentore che mi ha insegnato tutto su come essere ed agire nelle situazione più estreme che possano presentarsi in futuro.

Si avvicina e mi abbraccia mentre mi implora nell'orecchio << Perdonami, ho fatto ciò che potevo >>.

Le porte della cella si aprono e 4 uomini entrano nella stanza, hanno una divisa che non ho mai visto prima, nera, mimetica ed uno di loro ha una benda ed una faccia da moicano affamato.

Panacea lascia la presa e prende le distanze da me, è l'ultima volta che lo vedrò, e tutto ciò che riesce a dirmi con voce tremante è: << Non opporre resistenza! >>.

Qualcosa colpisce il mio capo ed all'impatto il suono mi ricorda il ferro su di un'incudine. La vista prende una via sconvolgente, sto per perdere i sensi e non solo: fiducia,rispetto,saggezza,coraggio, ho perso tutto. Perché Panacea, perché...

4. Arte

Scavo fra i sogni la sequenza degli unici ricordi che posseggo: Nemici, timore, rispetto, oscuro.

Un flashback di immagini collegate alle frasi che hanno tramortito il mio vissuto: << Il rispetto fa rispetto...dammi il tuo pranzo...mantengo sempre le promesse, stronzo...la mia clemenza...ti chiamerai Oscuro...Panacea perché,perché... >>.

Sveglio, intravedo poco e nulla nei fori di qualcosa che copre il mio volto. Vorrei liberarmi ma ho le mani legati da una corda bagnata. Sento dei passi in vicinanza, qualcuno mi è di fronte, riesco a scorgere solo i suoi piedi e il loro passo leggero. Una mano, afferra dalla fronte la cappa che non mi consente di vedere ed i raggi del Sole di impatto ostacolano la mia vista. L'uomo resta fermo ed attende che riacquisti la vista, si piega sulle ginocchia ed inizia a parlarmi

<< Ben tornato San >>.

Tra le labbra e la gola sento la necessità di bere assolutamente qualsiasi cosa; Ho sete, chissà da quando ho perso i sensi e non bevo.

L'uomo estrae da una fodera dal polpaccio destro un coltellino thai e taglia le corde. Afferra poi una brocca con dell'acqua e mi porge un bicchiere.

L'acqua ha un sapore diverso e soprattutto rigenerante, l'uomo mi aiuta ad alzarmi dicendomi << Ho sciolto nell'acqua semi di ginseng, una pianta rigenerante, tra poco sarai in grado di rimetterti in forze, sono due giorni che dormi >>.

Due giorni? Che cosa sarà accaduto? Cosa importa? Per ora è fondamentale sapere dove sono e chi o che cosa mi ha costretto di giungere a questo punto. In piedi finalmente riesco a guardare l'omino che sta tentando di aiutarmi: ha sembianze orientali, è più basso anche di me ed indossa una tuta che mi ricorda i maestri di kung-fu che recitavano nei film di Bruce Lee che ogni tanto ci permettevano di vedere in prigione.

La mia testa è pesante, sul collo ancora sento l'impatto della staffa di ferro che mi è stata scagliata con violenza. Sfioro il capo; i miei capelli sono stati rasati.

<< Chi è lei? >> La prima domanda che ha improvvisato la mia mente

<< Sono il maestro Zhao Yun >> Mi risponde l'orientale che resta ad osservarmi mantenendo una postura dirigente, con le mani posizionate una sull'altra

<< E' giapponese? >>

<< (sorride) In realtà sono cinese, lo so gli orientali ti sembrano tutti uguali, ma non sbagliare mai con un Nippo che potrebbe adirarsi >>.

Nell'aria c'è un odore forte speziato ma piacevole, la porta a soffietto spalancata dà su un giardino di pesco mosso da un vento leggero. Il suono dominante è il silenzio.

<< Maestro cosa ci faccio qui? >>

<< Sei qui per imparare l'arte >> Mi risponde voltandosi e mettendosi le braccia dietro la schiena << Seguimi, scommetto che hai fame >>

Lo seguo fino ad arrivare in un atrio dove c'è una grossa pentola sul fuoco. Il maestro prende una ciotola e la riempe di una zuppa calda

<< Non ti sembrerà il massimo ma ti rimetterà in forze >> Mi dice mentre mi fa accomodare a terra davanti ad un piccolo tavolo.

In un'altra ciotola versa del riso bianco, un goccio di olio di soia e due bacchette di legno per poter mangiare

<< Prima imparerai a non usare le posate prima sfrutterai le qualità delle tue dita al massimo >>.

Neanche lo ascolto ed in pochi minuti finisco la zuppa ed il riso usando le bacchette in un modo del tutto inusuale ma personale.

<< Sei un ragazzo sveglio? >> Mi dice mentre finisco il mio riso

<< Non posso non esserlo. Ma da quel che può notare questo valore spesso non è capace di agevolarmi >>

<< Il tuo linguaggio è pulito. Hai letto tanto in prigione? >> Mi domanda mentre prende una pipa strana

<< Ho dovuto. La noia può ucciderti e i libri per la maggior parte del tempo è un'ancora di salvezza che ti permette di viaggiare con la mente >>.

Accende la pipa e dopo un paio di tiri me la offre. Ha proprio un buon sapere questo tabacco che tabacco non sembra.

<< E' una mescolanza di tè grigio e tabacco. Apre le vie respiratorie e rilassa i muscoli >> Racconta il maestro mentre in un minuscolo bicchiere versa un po' di grappa di rose.

<< Che ci faccio qui maestro? >> Gli domando mentre assaggio la grappa << Cosa intendeva prima con insegnarmi l'arte? >>

<< L'arte di gestire la tua rabbia. Resterai qui per un anno e sarai il mio unico allievo. Assimilerò la tua forza per trasmetterla nella totalità del tuo corpo >>.

<< Per quale motivo? >> Domando immediatamente nella speranza di conoscere chi o che cosa stia cercando di gestire la mia forza, la mia vita

<< Non lo so San. Io sono solo un nobile maestro delle arti proibite shaolin. I miei insegnamenti costano caro e c'è qualcuno che ha tanto pagato affinché tu diventassi un vero e proprio guerriero >>.

Quanto è strana la situazione in cui mi trovo. Dal carcere minorile ad un giardino zen da qualche parte della Cina a dialogare con un maestro Shaolin sulla mia forza.

Potrei continuare il mio interrogatorio, ma a che pro? Questo uomo è semplicemente un maestro mercenario e di sicuro i suoi clienti non devono avere un'identità.

<< Perché mi chiama San? >> è l'ultima domanda che forse può avere risposta

<< Perché nella mia lingua San vuol dire tre e questo numero è l'unica informazione che ho su di te...San >>.

Le mie curiosità non giungono di certo al termine. Ma per il momento, per quello che vale, non ho più domande. E quando non ho domande di solito agisco.

Mi verso un goccio d'acqua, la bevo e non appena lascio il bicchiere sul tavolo tento di sorprendere il maestro con un gancio destro preciso al centro dei suoi occhi a mandorla. Pam! La sua mano sinistra come acciaio schiva il pugno ed il maestro non distoglie lo sguardo dai miei occhi. La chiude e come una tenaglia afferra la mia di mano ancora serrata. Gira intorno al mio polso con le dita con una velocità assurda e solo con l'indice ed il medio schiaccia il mio avambraccio sul tavolo. Il dolore è inspiegabile. Nessun tentennamento, ho un sinistro più violento e veloce, ma nulla da fare: i miei pugni neanche sfiorano la sua pelle. Non contrattacca, resta ferma nella sua posizione di quiete, evitando e deviando ogni mio colpo dinamico e violento.

Ho l'affanno solo dopo il quarto tentativo di colpirlo mentre il maestro, neanche si è degnato di alzarsi dalla sedia.

<< Fantastico! >> è la prima cosa che dico mentre cerco di riprendere le forze. Il maestro nel frattempo prende le ciotole vuote sul tavolo le mette in una bagnarola a sciacquare, poi apre un armadio di legno antico e prende delle asciugamani e dei vestiti, li appoggia sulle mie braccia ancora in tensione in una stentata posizione di guardia, e mi dice indicandomi il giardino << Dietro quel enorme albero di pesco c'è la tua stanza. Fai una doccia, cambiati e poi torna da me, dobbiamo iniziare il tuo percorso >>.

Mi sento un pò stupido ma allo stesso tempo mi affascina l'idea di dover allenarmi con un uomo che con noncuranza ha sminuito la mia forza.

***

Vento e silenzio, una cascata scorre violentemente sulla mia testa, la concentrazione rallenta il tempo e le forze della natura poiché proprio ogni elemento che ti circonda è controllabile. Sono trascorsi undici mesi da quel famoso primo giorno in cui giunsi nella proibita accademia del maestro Yun.

Ho perso ogni traccia delle mie abilità incontrollabili. Il mio corpo è diventato un cumulo di energia che riesce a propagarsi nella sua completa forma.

I muscoli hanno equilibrato la forza, è diminuita di certo la massa a causa del cibo poco proteico ma ne ho guadagnato soprattutto in forza, velocità e controllo.

L'arte del Wing Chun: uno stile di combattimento di difesa e di letale attacco.

In quel pomeriggio di primavera mentre il vento soffiava docile spostando il pesco profumato iniziai il mio addestramento. Il maestro suddivise il mio percorso in cinque progressioni: Resistenza, Udito, Osservazione, Equilibrio e Forza.

Nei primi giorni curai il mio esterno, il corpo e il migliore sfruttamento di quest'ultimo: Dieci chilometri al giorno di movimento alternato fra trasporto di acqua tra sorgenti e sorgenti, e percorsi colmi di trabocchetti oltrepassabili solo con l'ingegno e la pazienza.

Per accrescere il mio udito ho vissuto per più di due mesi senza vedere luce: bendato agli occhi e proibito della parola, ho dovuto obbligatoriamente entrare a contatto con ogni suono che mi circondasse per poter eseguire al meglio anche i gesti più semplice ed abitudinari.

Tolte le bende fu il momento di concentrarsi sulla vista. In questo percorso studiai i movimenti del shaolin kung-fu. Osservare lo spostamento dell'aria di ogni singola mossa per rallentarne lo spostamento in modo di aumentare la velocità dei riflessi per una difesa indomabile.

Unite le prime tre discipline iniziò la fusione e l'equilibrio: Vista, udito e resistenza insieme alla concentrazione Reiki per stimolare ogni parte del corpo e controllare la circolazione sanguigna per disporre con equilibrio l'energia personale.

Dopo aver raggiunto un giusto equilibrio passai il resto dei miei giorni a ripetere ogni singolo allenamento, unendo ad esso due ore al giorno di combattimento.

L'ultima volta che sono stato sotto questa cascata dovevo resistere venti minuti per superare il primo livello di resistenza. Rimasi per tutti e venti minuti ma poi svenni immediatamente. Sono due ore che l'acqua tempesta la mia mente ma il sangue ora non smette di percorrere il cervello.

Mi alzo e vedo il maestro venirmi in contro e con le dita della mano destra mi fa cenno di raggiungerlo. Mi rivesto in fretta ed immediatamente gli sono accanto.

<< Maestro Yun? >> Mi inchino in posizione shaolin aspettando suoi comandi

<< Il tuo livello ha raggiunto la fine del percorso prestabilito. Ora manca solo un piccolo passo per renderti un vero guerriero delle arti proibite >>

<< Cosa? >>

<< Devi superare il tuo maestro >> Mi dice mentre si mette in posizione di combattimento

<< Un normale combattimento maestro? >> domando impostando immediatamente anche la mia di posizione

<< Certo San ma con una sola differenza: Devi uccidermi! >>.

Il mio cuore esplode in un boato estremo << U-ucciderla? Maestro ma io? >>

<< Nulla. Non esiste ma per un guerriero. Questo è un ordine. Noi maestri del Wing Chun proibito possiamo insegnare la nostra arte solo ad un unico alunno. Se riuscirai ad uccidermi anche tu allo stesso modo dovrai scegliere il tuo unico allievo, colui che sarà degno di avere la tua vita >>

<< Sono il primo che ci prova maestro Yun? >> Domando per guadagnare un po' di tempo

<< No! Tu però sei quello che ha le caratteristiche giuste per essere l'ultimo >>.

Siamo distanti pochi passi ed il suo sguardo mi suggerisce che l'incontro sta per cominciare. Entrambi abbiamo la posizione di difesa elementare ed iniziamo a combattere ad armi pari. I colpi velocissimi del maestro iniziano a rompermi le difese del volto: destro, sinistro, sinistro e destro a raffica mentre schivo, devio e indietreggio.

Distacco di un metro dalle sue braccia per tentare una scivolata; nulla da fare, parata clamorosa. Capriola all'indietro e di nuovo sull'offensiva: Destro in tre sequenze e direzioni diverse, velocissimi ma inutili per il movimento del tronco del maestro Yun che non usa neanche le mani per schivare.

L'incontro prende un piega duratura e la stanchezza inizia a farsi sentire nelle braccia e nelle gambe. Tento di attaccarlo nuovamente con tre colpi laterali chiamati "Pinna Squalo", per la forma che assumono le mani rigide. Nulla da fare, poi la rabbia prende il sopravvento e per istinto con un gancio violento scopro il suo volto e metto a segno un colpo fortissimo. Il maestro cade per poi rimettersi immediatamente in piedi sanguinante.

Inizio a comprendere le sue parole: è la rabbia ciò che mi differenzia da chi mi ha preceduto, una rabbia che ora ha un controllato equilibrio.

Distraggo la sua difesa con altri attacchi veloci e a fine sequenza inserisco ganci e montanti a sorpresa e il maestro è di nuovo al tappeto.

<< Fermiamoci maestro la prego >> Ho tanta paura di come possa concludersi questo incontro e cerco di cambiare la fede del maestro Yun.

Di nuovo in piedi mi ordina nuovamente con tono rabbioso << Ho detto è un ordine! >>, e continua ad attaccarmi.

Irrompo nuovamente nelle sue difese e lo colpisco di nuovo al volto, poi al petto ed infine un destro al centro dei suoi occhi che, a differenza del nostro primo incontro, questa volta lo colpisce perfettamente facendolo catapultare in maniera brusca per terra.

Steso mi guarda e sorride mentre perde parecchio sangue << San, la tua rabbia ora è la tua forza. Sono fieri di te. >> sputa sangue dalla bocca mentre respira con affanno a causa del mio colpo al petto. Prende poi dalla tasca una piccola pergamena timbrata e me la consegna << Dopo avermi seppellito con amore, resterai qui ad allenarti da solo per altri venti giorni. Quando ti sentirai pronto cerca in questa pergamena la tua prossima destinazione. Conoscerai le persone che hanno voluto che tu diventassi il mio erede. Ed ora...finiscimi! >>.

Prendo la pergamena e piegandomi nelle gambe mi avvicino al suo corpo, unisco le mani in segno di rispetto << Grazie di tutto maestro Yun, non la deluderò mai >>

alzo il sinistro chiuso e lo sferro per due volte a quel che rimane del volto del maestro Yun: Prima sul naso e poi sulla tempia.

Sciacquo le mani e anche il sangue dal corpo del maestro. Cambio i suoi abiti sporchi per vestirlo come lui vorrebbe. Poggio il suo corpo morto nel tempio della famiglia Yun e per la prima notte resto a vegliare sulla sua tomba per tutta la notte.

Per i restanti venti giorni resterò ad allenarmi costantemente. Il mio corpo, il mio spirito e la mia energia in equilibrio, nella natura della mia solitudine.

Faccio le valigie, prego per l'ultima volta alla tomba del mio maestro ed è proprio ora di conoscere la mia prossima destinazione. Nella carta arrotolata ci sono vari dollari ed un indirizzo con delle coordinate equatoriali ed una nazione : Costarica.

Costarica, foresta ad ovest del vulcano Turrialba, è qui che mi portano le coordinate. In mezzo al nulla praticamente, tra l'ininterrotto cantare delle 800 e passa specie di uccelli che popolano la fauna ed il perturbante rumore del magma in ricircolo di un cratere ancora attivo.

Fra gli immensi alberi tropicali, immediatamente però, inizio a sentirmi osservato. Una sensazione che gratta la testa, testimonianza della presenza di qualcosa che un attimo prima non c'era.

Ho esperienza nello spostamento di un suono e di ogni tipo di elemento che lo rappresenta e non ci sono dubbi: chi mi osserva è un uomo molto silenzioso.

La sua energia aurica si sposta in maniera così veloce che inizio a pensare che c'è ne sia più di uno. Devo chiudere gli occhi devo concentrarmi e non farmi prendere di sorpresa da colui o coloro che mostra di avere un certo talento nella mimetizzazione.

I suoni si spostano in maniera circolare seguendo quattro punti che circoscrivono la mia posizione. I movimenti non cambiano ne di pressione nell'azione ne di energia nello spostamento, non ho più dubbi: c'è solo un uomo in più a parte me in questa foresta.

Il cerchio si stringe, si avvicina, in posizione di difesa ed apro gli occhi e di fronte allo sguardo c'è qualcosa di inaspettato: una lince.

Non credevo che le linci facessero parte di un habitat tropicale, e la prova determinante è il collare che indossa. Questa è proprio una bella forma di distrazione, perché l'energia che avevo individuato poco fa mi sta per attaccare alle spalle. Scanso ed inizio a difendermi da una serie di colpi veloci e sinergici che mirano prima il volto e poi scendono all'altezza del diaframma. Paro tutto e con grande fretta per poi distaccarmi con un colpo d'anca per studiare meglio l'avversario.

L'uomo ha gli occhi verdi ed indossa una bandana nera sulla bocca, le sue mani fasciate sono in una posizione che non avevo mai visto prima: aperte ed incrociate.

Che stile è questo? La lince da parte ed immobile resta ad osservarci entrambi come se avesse avuto in precedenza l'ordine di non immischiarsi. Fantastico, non pensavo potessero esistere felini del genere ammaestrati.

L'uomo immediatamente cambia posizione di attacco mettendo la mano destra in avanti e l'altra appoggiata sull'avambraccio come se improvvisasse una sorta di pistola con le mani.

Mi attacca di nuovo, adesso con colpi molto più potenti ma meno precisi. Vuole rompermi la difesa perché ha già appreso qual è la mia tecnica, e forse sa ancora meglio che nel Wing Chun la difesa è l'asse portante della disciplina proibita. Ma ciò che caratterizza il mio di stile è bene altro: oltre a difendermi al meglio, ho una maggiore resistenza e forza di un classico guerriero che studia la mia arte marziale.

Lo sconosciuto non riesce a rompere le mie difese dall'alto allora cambia nuovamente posizione d'attacco per provare con un altro stile. Stavolta si piega nelle ginocchia, chiude le mani ed alza le spalle, ora è il busto il suo obiettivo. Colpi in sequenza e con mano ferma e potente cercano dei punti liberi sul mio corpo, ma nulla da fare le mie mani hanno troppa reattività nei confronti di qualsiasi altra disciplina. L'uomo indietreggia due passi per poi mettersi in posizione muay thai: l'arte delle otto armi thailandesi, il kick-boxing più violento di tutti.

Il mio avversario ora vuole puntare alle gambe, non sa proprio più che pesci prendere. Devo arrestare le sue idee, è proprio il mio turno di attaccare allora mi avvicino al suo corpo senza alcuna posizione di difesa, come un semplice vandalo pronto per scatenare una rissa per strada. Lo sconosciuto indietreggia poi con una minima rincorsa sferra un calcio atomico che mi colpisce in pieno volto.

Ora un uomo normale sarebbe o svenuto o almeno barcollato. Ma lo riconosco la mia resistenza è qualcosa di sovraumano, almeno nel momento dell'azione non riesco a sentire nulla, l'adrenalina in circolo rende ogni colpo avversario solo colpi e basta. Solo quando le mie mani lo avranno ucciso la lucidità mentale ridarà al mio corpo l'adito di sentire dolore. Il calcio preciso però mi ha solo spostato la faccia di novanta gradi, di sangue ne inizio a perdere e come, ma per quanto riguarda il dolore, niente, non sento niente.

Sono ad un metro di distanza e proprio ora è il momento di accelerare e con tre passi in corsa e poi un placcaggio da campioni lo spiazzo e lo metto al tappeto. Il bastardo però subito colpisce il mio orecchio destro provocandomi un leggero sbandamento di forza e riesce a liberarsi dalla mia presa. Poi si rialza e mi porge la mano per aiutarmi.

Accetto il suo insolito invito e domando << Che cos'era una sorta di battesimo? Sono l'allievo del maestro Yun posso sapere che ci faccio qui? >>

L'uomo non risponde, secondo la mia opinione non sa neanche parlare, questo sarebbe anche la strana soluzione al quesito: perché indossa una dannata bandana sulla bocca?

Con la mano mi fa cenno di seguirlo mentre la lince si disperde fra i cespugli, l'uomo inizia a correre ed io a malapena riesco a starci dietro. Conosce questa foresta anche meglio degli animali che ci sono nati, eppure questi boschi sembrano tutti uguali e di riferimenti neanche l'ombra, come diavolo fa ad improvvisare una strada?

L'uomo poi di scatto si ferma davanti ad un'apertura che dà su di un immenso albero. La lince lo osserva a due metri di distanza in posizione da sfinge. Allora mi avvicino a lato dell'uomo per cercare di comprendere il motivo della nostra improvvisa sosta << E' successo qualcosa? C'è qualcuno? >>.

L'uomo mi guarda per un istante poi mi afferra e spingendomi ad un passo avanti da lui cado in un finto cespuglio che nasconde un immensa fossa.

Dopo aver rotolato per almeno trenta secondi ,mi ritrovo in una sorta di stanza vuota con un piccolo rubinetto al centro,un cesso di lato e due uomini che rappresentano la mia stessa sorte.

Uno dei mi nota immediatamente e cerca di darmi il benvenuto << Anche tu qui? Io sono Raphael e lui è Miles. Come ti chiami?>>

<< Piacere San e non so che cazzo ci faccio qui. Prima mi hanno sequestrato dal carcere minorile poi ho dovuto addestrarmi nelle arti marziali ed ora qui in Costarica a dover accettare le condizioni di un'altra trappola>> .

L'uomo seduto, presentatomi come Miles, nell'udire la mia storia si alza immediatamente mostrandomi il suo volto sorpreso da vicino << Anche io! Sono irlandese e sono stato rapito dal mio osservatorio per essere addestrato in Giappone da dove poi sono dovuto andar via dopo un anno. A Raphael è accaduto lo stesso tranne il fatto che lui è messicano >>.

Che storia ambigua. Tre uomini dallo stesso fato prescelto da qualcun altro nella stessa trappola.

Fin ora la mia vita come quella dei due ragazzi che mi sono accanto è stata una continua prova di resistenza. Una sorte di videogioco a livelli dove più avanti vai e più complessa diventa la difficoltà.

Ed ora cos'è che mi aspetta in questa fossa? E se questi due stessero inventando tutto? Ci ho pensato ovviamente. Se volessero farmi semplicemente fidarmi di loro solo per poi uccidermi? Ma perché uccidermi solo ora quando avrebbero potuto già farlo da un bel po'. La situazione si fa realmente strana ma di certo non mi lascio trascinare dalle paranoiche domande. Qualcuno mi vuole vivo, ne sono certo, ma per qualche strano motivo mi sta ancora mettendo alla prova. Prima il carcere,poi l'addestramento, poi uccidere il mio maestro, arrivare fin qui, sfidare l'uomo imbavagliato ed ora questa fossa senza uscite ma solo un rubinetto ed un cesso. Tocca solo aspettare ed osservare.

***

Sei giorni passati con acqua fresca e niente cibo. Due giorni fa dallo scivolone da dove sono cascato qualcuno ha fatto scivolare un pacchetto di sigarette con un accendino. Amo fumare,si può dire che forse è l'unico vizio che ho per il momento. Ma non posso farlo a differenza dei due uomini che cercano di consolarsi con le sigarette.

La nicotina crea dipendenza e assuefazione, quando quel pacchetto finirà i due coioni avranno il doppio della fame, proprio come quando cerchi di smettere di farlo e non fai altro che voler mangiare.

Oggi le sigarette sono finite già da un paio d'ore e i nervi dei ragazzi iniziano a trascinarsi nella peggiore sorte dove la fame può condurti: il cannibalismo.

Sono di fronte ed iniziano a squadrarsi come due belve, al contrario loro resto fermi ad osservarli e a concentrarmi al meglio. Ho già vissuto il digiuno. Il maestro mi ha costretto a resistere alla fame, per lui solo un corpo senza liquidi è costretto a morire.

I miei spostamenti sono stati veramente pochi e brevi in questi sei giorni. Con concentrazione massimo e poco movimento il corpo riesce a conservare le giuste energie per resistere alla fame ciò mi ha permesso di dimezzare del tutto la sensazione della fame del mio organismo invece di questi due che non hanno fatto altro che allenarsi e fumare.

La fame trasforma gli uomini nella loro vera natura di belve. La metamorfosi è vicina, lo si sente soprattutto dal silenzio che echeggia nella stanza sotterranea, indice del fatto che ormai manca ogni pensiero nel cervello di questi due elementi che stanno per sfamarsi uno dell'altro solo per poi pentirsene a vita.

La sopravvivenza in questo momento è tutto e lo è anche per me che ho conservato le forze fin ora solo per un semplice motivo: la loro stanchezza e la fame letale è la scorciatoia per ucciderli entrambi.

Raphael prende Miles per la gola ed inizia a mordergli l'orecchio destro. La scena è patetica ma in un certo senso ha del sensato dal momento in cui il pensiero di mangiare l'altro orecchio non mi fa tanto ribrezzo. Ho più lucidità in questa fase quindi meglio utilizzarla per altro. Ho sviluppato una teoria in questi sei giorni e voglio proprio vedere se è quella giusta, se non lo sarà allora pazienza, morirò tentandoci.

Mentre il messicano continua a mangiare il piatto irish del giorno lo colpisco alla testa per tre volte mettendolo subito knockout. Miles sanguinate si alza d'impatto riacquistando frammentaria lucidità almeno per ringraziarmi.

Mi dispiace ma ho porzioni di botte anche per lui ed in pochi minuti, con le poche forze rimaste li ho uccisi entrambi.

Bevo un goccio d’acqua per riprendermi dalla tensione dell’atto compiuto e qualcosa di inaspettato accade: la parete all’angolo lentamente si sposta dando vita ad un passaggio segreto.

Mi avvicino e lo oltrepasso, giungo in un lungo corridoio finché non sono davanti ad una porta di acciaio che si apre elettronicamente. Ad attendermi c’è colui che sicuramente, dal momento che mi ha colpito alla testa l’ultimo giorno in cui ho visto Panacea, ha voluto che io fossi qui: il moicano bendato.

A braccia conserte con una sigaretta in bocca accesa mi dà il benvenuto che non mi aspettavo

<< Finalmente numero 3. La tua avventura può avere inizio >>

La mia avventura? Ma a che gioco stiamo giocando?

<< Penso che avrai fame, seguimi! >> mi dice gettando la sigaretta.

Sì! Lo ammetto, ho davvero troppa fame. I miei dubbi possono benissimo attendere.

Vengo condotto in un ascensore enorme ed il mio accompagnatore preme il numero due fra i dieci bottoni disponibili. All’apertura delle porte mi ritrovo in uno stanzone che ha tutte le sembianze di una mensa composta da tre tavolate unite, composta da quattro posti ciascuna.

In attesa, seduti comodamente, ci sono altre dieci persone che indossano una divisa nera –a pensarci è la stessa che indossavano gli uomini che mi catturarono-. Nessuno parla, immobili con disciplina aspettano il pasto giornaliero che possa far affrontare al meglio il resto della loro giornata da soldatini.

Il moicano con l’indice della sua mano sinistra ricoperta da un guanto nero di pelle indica il posto a me riservato e, con le poche forze che ho a disposizione, mi accomodo dando giusto un paio di secondi di sguardo ai miei commensali.

Hanno di sicuro la mia stessa età: la poca presenza di peluria sui volti, le linee lievi che compongono le facce. Tutto sommato ai segni permanenti delle sfide affrontate e alle teste rasate.

Il tizio seduto alla mia destra, a differenza mia, è un armadio a due ante ed ha una testa ricoperta di bruciature.

Nessuno parla ne osserva, restano tutti sugli attenti fino all’arrivo del pranzo.

A quanto pare questo posto non è una galera: il cibo qui è di pregiata materia ed inoltre c’è un catering al nostro servizio che indossa una divisa verde militare.

Vengo servito con una porzione maggiore di quella degli altri, se ne accorge immediatamente la bestia seduta al mio fianco che, fra il frastuono delle posate in movimento, rompe il ghiaccio con un sorriso dicendomi << Primo giorno. Devi rimetterti in forza. >>

<< A quanto pare >> rispondo a bocca piena, poi sottovoce gli chiedo << Avete tutti affrontato…>>

<< La serie di sfortunati eventi? >> mi risponde interrompendomi << Sì! Io sono già da tre giorni qui. Sono stato proprio il primo ad arrivare in questa mensa >>

<< Tutto questo sangue per giungere ad una mensa? >> gli chiedo un po’ confuso

<< Ma ti pare? Certo che no! Diventeremo soldati >>.

Soldati? Di quale esercito? Beh! Se prima ero confuso ora realmente non so come immaginare un filo logico di tutta questa situazione.

D’altronde sto formando pienamente il callo di tutto il caos che ha voluto trascinarmi e per quanto mi riguarda non ci faccio neanche più caso. Il presente si sta mostrando come una puttana difficile? Ben venga, io sono qui, sono pronto a tutto!

Partendo inoltre dal fatto che non ho mai capito chi sono, grazie a questo percorso, riesco finalmente a conoscere pienamente me stesso.

Mentre finisco la seconda fetta di manzo una voce urlante richiama l’attenzione di tutti nella mensa << NUMERO 12 IN ARRIVO! >>, si apre nuovamente l’ascensore alle mie spalle ed un altro ragazzo dallo sguardo sconvolto si aggiunge alla tavolata ed immediatamente viene servito anch’egli di porzione doppia.

L’uomo bendato si avvicina al mio compagno di banco per bisbigliargli qualcosa all’orecchio che assomiglia ad un ordine.

<< Sì Signore! >> risponde il ragazzo e poi guardandomi << Se hai finito numero 3 ti porto nella nostra camerata >>.

Bevo l’ultimo sorso d’acqua e poi lo seguo lungo la scalinata a chiocciola che porta alle stanze.

La camera non ha proprio nulla di militare, spaziosa e dipinta di bianco con due letti singoli ma enormi ed il soffitto dipinto con una grafica astratta. Ha più le sembianze di una camerata da college di cui ho potuto leggere in qualche opera di Allan Ginsberg o di Bolen.

<< Riposa, puoi farlo fino all’ora della cena. Poi dopo mangiato abbiamo il giuramento quindi non dimenticare di indossare la divisa che è sul tuo letto >>.

Non faccio domande. Lo ringrazio e dopo essermi dato una lavata abbastanza duratura e meritata mi getto a capofitto sulla mia branda per rilassarmi. Necessito di riprendere energie. Energie che solo un buon riposo è capace di rigenerare.

***

Al mio risveglio indosso la divisa e lungo il corridoio cerco di scoprire il metodo per fare il nodo alla cravatta.

A cena: Un filetto finissimo accompagnato da verdure iperproteiche come bietole e spinaci.

Non appena la cena giunge al termine veniamo tutti condotti in una sala enorme. Ad attenderci una riga precisa di sei uomini in divisa sugli attenti. Fra i sei riconosco anche l’uomo bendato che, non appena nota la mia presenza, non fa altro che osservarmi con il suo unico occhio sorridendo.

Una voce dal solito altoparlante urla << IN POSIZIONE! >>, ed imitando impacciatamente i miei compagni mi inserisco nella loro riga dritta. La voce di nuovo << ATTENTI! >>, tutti irrigiditi con la mano destra sulla fronte. Mi sembra un po’ strano tutto questo.

Dall’ingresso laterale entra un uomo con una divisa particolare grigia e le spalline in acciaio. Indossa una maschera nera sul volto che incute timore. Si avvicina di fronte alla nostra riga scortato da due uomini tra cui uno ha una fasciatura laterale che gli copre il naso e l’altro è proprio lui: l’imbavagliato che sette giorni fa mi ha gettato in quella dannata fossa.

Il capo mascherato prima ci osserva tutti, uno per uno, come se fosse una telecamera a 180 gradi. Studia i nostri volti dalla sua posizione e poi comanda << Riposo soldati! >>, ed inizia il suo discorso

<< Benvenuti nella base militare M.o.W, che sta per Man or Warriors. Questa corporazione segreta nasce dai tempi della guerra fredda. Da allora l’antiterroristica internazionale preleva in ogni parte del mondo ragazzi come voi: senza famiglia, senza identità, senza casa, senza futuro. Per donargli un ruolo, una vita al servizio della pulizia del mondo contro il terrorismo >>.

Incrocia poi le sue mani dietro la schiena e continua nel suo discorso alquanto improvvisato << Da domani inizierà il vostro addestramento. Sarete divisi in gruppi da due, ogni gruppo avrà un maestro ( indicando fra i sei disposti in riga di fronte a noi ) >>.

Al grande capo poi si avvicina una delle due guardie per suggerirgli qualcosa che ha dimenticato nell’orecchio << Ah sì! Giusto >> dice dopo aver ricevuto tale suggerimento << Ebbene ragazzi, come ho già detto da domani inizierà il vostro addestramento che durerà ben sei mesi. Alla fine di questo non sarete più un numero, ma avrete un identità e diventerete un MOW >>.

Prende infine un piccolo foglio ed inizia ad elencarci:

<< Numero 1 e 2 con il maestro Golhem >>.

Il primo maestro ha le sembianze di un eschimese pompato, indossa una canotta con le iniziali della MoW ed il resto del corpo, compreso la faccia, è una coperta di tatuaggi che nascondono le linee dell’intero corpo.

<< Numero 3 e 4… >> il mio turno e quello del mio compagno di stanza << …con Seven >>.

Ad avvicinarsi è proprio lui, il mio caro amico bendato. Un po’ me lo aspettavo e nella mia stessa linea d’onda è numero 4 che non appena riconosce il nostro maestro mi si avvicina ad un orecchio bisbigliandomi << Per caso con la sua spranga ha quasi ucciso anche te? >>.

<< Numero 5 e 6 con il maestro Trouble >>

Chiamato così sicuramente per i 3 astucci che indossa alla cintura, contenenti pugnali KS GEOCAMO, il suo sguardo è un po’ perso ma non lascia intravedere nulla di buono.

<< 7 e 8 con Deja-vu , 9 e 10 con Makimba e 11,12 con Trak >>, la divisione è fatta.

<< Ora ragazzi miei potete tornare nelle vostre stanze per poter provare la sorpresa che ho riservato per la vostra prima notte da MOW >>.

Fa un sorriso mentre con lo sguardo ci osserva di nuovo uno ad uno per poi, per qualche secondo in più, resta fisso a guardarmi. Si avvicina anche di un paio di passi e poi finalmente distoglie lo sguardo e finalmente conclude il discorso dicendo << Buon lavoro >> e dopo un attento per saluto io ed il mio compagno torniamo in camera per conoscere la nostra sorpresa. A quanto pare le nostre.

Ad attenderci ci sono due ragazze seminude che parlano spagnolo, non appena notano la nostra presenza iniziano a sorridere con malizia chiamandoci << Guapos >>.

Una delle due, quella comoda sul mio letto si avvicina e mi chiede << Corazoncito ¿Quieres follar conmigo? >>.

La guardo un po’ stranita mentre mi bacia il collo in un modo un po’ selvaggio ma piacevole. Numero 4 che conosce lo spagnolo mi aiuta un po’ nella comprensione << Dice se vuoi scopartela >>

<< Claro! >> riprende la ragazza << Vuoi fare l’amore con me? >>.

Fino a questo giorno forse avevo pensato veramente poco al sesso. Ho dovuto affrontare un’adolescenza completamente improntata nella salvaguardia e nel crimine e soprattutto rinchiuso in una cella.

Le donne che ho conosciuto durante i miei giorni di galera mi guardavano tutte dalle loro pose nelle riviste e le mie seghe le hanno avute quasi tutte protagoniste.

Durante il mi soggiorno in Cina poi, quando in paese svolgevo le mansioni giornaliere per il caro vecchio maestro Yun conobbi Xiahou: una giovanissima cuoca di ravioli.

Con lei condivisi parecchie giornate e ricordi; il maestro era contento che avessi compagnia perché diceva che per concentrarsi al meglio bisogna vivere la serenità. Quante sere dopo l’allenamento infatti sgattaiolavo per la periferia di Xinjiang per stare un po’ con Xiahou per scambiare due chiacchiere e ridere per il mio cinese alle prime armi.

Una sera, lungo le rive del fiume Aksu lei improvvisamente mi baciò. Fu un impatto stranissimo quanto piacevole.

Si irrigidirono tutti i muscoli e quando presi scioltezza con i baci più lunghi, conobbi l’onestà delle erezioni.

Baci, carezze, abbracci e poi gli ormoni presero il sopravvento. Un paio di sere dopo venni martellato dalla curiosità di conoscere le forme del corpo di Xiahou, quelle forme così ben nascoste dai suoi vestiti di seta. Ci toccammo sotto una Luna straordinaria ed il canto dei grilli furono il coro dei nostri ansimi puerili.

Ora che ci penso non l’ho neanche salutata prima di andarmene, chissà se si dimenticherà di me…

<< E’ la prima volta? >> mi domanda la puttana mentre mi abbassa i pantaloni

<< Sì! Lo è >> rispondo mentre guardo il suo seno scoperto e tonico.

Peccato che una ragazza così bella debba vendere il suo corpo stupendo. Oddio! Di certo se non lo avesse fatto non avrei mai potuto perdere la verginità con lei.

<< Allora riserverò un trattamento speciale per te Cariño >>.

Mi lecca dappertutto e poi sceglie il momento adatto per infilarmi il profilattico.

Come prima volta la trovo stupenda: ho fatto realmente poco ed ho goduto alla grande.

Il risultato sono io steso e rilassato e lei sudatissima mentre si riveste e mi saluta con un bacino sulla guancia dicendomi << Adiòs Chico! Desde hoy tù eres un hombre>>.

Ed esce dalla porta mentre le sbircio il culo perfetto che si ritrova.

Prima la gabbia e poi la libertà. Prima la fame e poi la soddisfazione. Prima la morte e poi la voglia di vivere è questo che sono: un ragazzo senza passato ,dal presente complicato e il futuro…spero che abbia il sapore del sudore dopo il sesso. Quello caldo ma accogliente e che calza a pennello con il fisico soddisfatto ed il cazzo ancora dritto. Stanco e sorridente, compiaciuto già del ricordo di ciò che è appena accaduto, è proprio così che vorrei il mio futuro. E magari morire con questo cerchio sulla fronte di stanchezza, pura, di una giornata iniziata di merda ma finita con un orgasmo di chiusura.

Penso che vorrei che tornasse la mora costaricense di poco fa, ho voglia di rifarlo. Mentre lo penso ho già gli occhi chiusi, sbarrati dal sonno.

<< Muoviti Marshall, sparalo! >>.

Una pistola puntata sulla tempia e la mente lontana mille miglia. Cosa sto facendo? Chi è questo uomo che, con uno sguardo superbo, sto per uccidere. Non è un problema mio, continuo a ripetermi, non lo è mai stato.

Ucciderlo, devo semplicemente ucciderlo. Il dito tremante accarezza il grilletto ma l’intenzione non riesce a finalizzare la mia azione. Come se la mente non riuscisse a guidare la mano destra.

<< Marshall! Arrivano i rinforzi. Dobbiamo muovere il culo da qui! Spara! >>.

Sean cerca di risvegliare il mio lato oscuro. Dietro una finestra in mille pezzi spara colpi di Ak-47 per coprire la nostra zona. Ora però le difese avversarie stanno aumentando mentre i caricatori della sua automatica iniziano a diminuire.

<< Cristo Marshall! Uccidilo! >>.

Il bersaglio immobile è contro il muro ed ha le mani alzate. Non impreca resta fisso a guardarmi mentre continua a chiamarmi “terrorista”. Una situazione che ha del buffo: un terrorista che sul punto di morte accusa il suo sicario di essere uguale a lui. Non ha tutti i torti ora che ci penso.

Amico mio, gli direi, se comprendesse la mia lingua, è l’essere umano che nasce a priori per generare terrore.

PUM! E la canna è già fumante. L’uomo si accovaccia a peso morto con un foro sulla fronte. Sangue fresco pennella la parete e Sean tira un filo di sollievo mentre mi afferra per una spalla << Dobbiamo andarcene ora o faremo la sua stessa fine >> poi controlla le sue munizioni << Ascolta là fuori ci sarà l’inferno dobbiamo fare il più in fretta possibile. Io avanzo mentre tu che sei più veloce fuoco di copertura e mi raggiungi. Capito? >> annuisco mentre con la manica della divisa mi tolgo il sangue sul volto.

Improvvisamente ho l’affanno.

Adrenalina, è proprio adrenalina al sapore di azione compiuta: un mix euforico che copre l’ansia nel fare qualcosa solo e soltanto dopo averla fatta.

Prendo l’M16 e tolgo la sicura. Guardo Sean << Andiamo! Se sei veloce quanto grosso riuscirò a coprirti il culo! >>

Lui mi sorride << Eccolo il mio uomo, dove cazzo eri finito? >>

<< Ero qui. Mi sono solo preso una pausa nel momento sbagliato >> rispondo mentre so di essere tornato pienamente in me.

Siamo davanti alla porta. Sono 700 i metri da percorrere, e quanti proiettili dovrò schivare, ahimè! È un po’ difficile da calcolare.

Sean mi guarda e respira velocemente come una donna che sta per partorire, lo fa sempre, dice che è utile per darsi carica. Mi guarda ed annuisce senza interruzione guardandomi << Andiamo amico mio! >> .

<< Ehi amico cos’è stato? >> numero quattro domanda mentre mi sveglio completamente sudato.

<< Un incubo. Un maledetto incubo che non smette di apparire >> rispondo mentre mi sfilo la maglia per mettermi sotto la doccia.

<< Ti va di raccontarmelo? >>

Lo guardo per un attimo <<Magari dopo. Ora voglio andare al poligono >>

<< Ancora non hai scelto l’equipaggio? >> mi chiede mentre intanto l’acqua gelida come per magia mi sveglia

<< Mi manca la pistola. Sono ancora indeciso >>.

Esco dalla cabina e numero 4 mi lancia il pantalone della divisa mentre continua a parlarmi << Io non ti capisco. Perché distruggersi la vita per una pistola? A malapena la prenderai >> si alza dal letto << quello che conta è l’arma primaria. Spero che almeno quella l’hai scelta bene >>

<< Sì! Ho preso un M16 >>

Mi guarda stupito ed inizia a ridere << Il buon vecchio marines. Sei rimasto nel Vietnam amico mio. Perché non prendi spunto da me? Il vero fucile d’assalto si chiama solo “Kalasnikova” >>

<< Ognuno ha i propri gusti. Per quel che mi riguarda l’automatica deve avere carattere. Un’arma non è semplicemente un’arma ma è molto di più dal momento in cui rende noi uomini fonte di distruzione >>

Il mio compagno continua a ridersela << Vedi quanto fa male leggere? Sei confuso. Vorresti fare della filosofia dove l’arte non esiste. Impara dal piombo amico mio, non dai libri >> poi diventa serio mentre rilascia un sospiro << quando domani saremo lì sarà solo la tua freddezza a farti sopravvivere non la tua intelligenza. Dovrai prendere decisioni immediate e se temporeggi ci sarà qualcuno che deciderà al posto tuo e “pum”…nulla potrà salvarti. Ora libera la mente, vai al poligono e scegli la giusta pistola. Domani però nulla dovrà meritare il tuo tempo numero 3. Rapido, sarai rapido >>

<< Hai finito di sparare cazzate? >> lo rispondo mentre indosso la giacca.

Esco dalla stanza e vado dritto al poligono dove c’è Seven ad attendermi.

<< Allora ragazzo sei pronto? >> mi chiede mentre accende la solita sigaretta

<< Devo esserlo per forza >> rispondo mentre apro il mio armadietto per prendere le cuffie insonorizzate e gli occhiali coprenti.

<< Sulla mensola ci sono tre gioielli che ho selezionato per te. La creme de la creme >> si avvicina alla mensola ed inizia a descrivermi “i gioielli” << Colt 45- Gold cup, semiautomatica con i controcoioni >> passa poi ad un’altra << Beretta M9, la perfezione made in italy che non dispiace alle forze armate USA >> indica infine l’ultima << E la distruzione umana: 41 Magnum Revolver. Questa non è una semplice arma questa è il caos. Vuoi provarla? >>.

Afferro la pistola e subito una forza estranea, adrenalinica mi assale. E’ molto pesante quanto possente. Indosso la cuffia e gli occhiali e carico la “bestia”. Giro il rullo e metto il colpo in canna. Miro la testa ed accarezzo il grilletto. “PUM”. Esce fumo dalla canna come se avessi sparato da un mortaio. L’ inculo è stato di una prepotenza immane quanto affascinante. L’obiettivo di cartone ha un buco grosso quanto una fronte umana.

Mi piace! E’ proprio quello che cercavo: una belva di piombo.

E “PUM” di nuovo, “PUM, PUM, PUM…PUM” ed il caricatore è già vuoto ed il bersaglio non esiste più.

<< Hai trovato la tua anima gemella >> dice Seven

<< Penso proprio di sì! >> rispondo mentre continuo a riguardarmela come una scollatura mozzafiato.

<< Questa cucciola non lascia buchi nella fronte, la fa esplodere come una bomba che viene innescata nel cervello. Sapevo che era questo che cercavi. E domani avrai il tuo momento magico? Innescherai la bomba numero 3? >>

<< Lo spero vivamente Seven! >> rispondo mentre la ripongo sulla mensola.

Non appena esco dal poligono, io e i miei compagni, siamo convocati nella sala conferenze al terzo piano per il briefing della missione di domani.

Nella mega hall tutti i componenti MoW sono seduti intorno al tavolo rotondo. Di fronte noi il Tenente Sheppard è stato incaricato alla spiegazione della missione dal nome in codice “ Justice “. Accende un proiettore mentre automaticamente scende un telo bianco ed inizia il briefing :

<< La missione Justice ha due semplicissimi obiettivi : Uno liberare l’ostaggio americano David Rose (foto) e due uccidere il terrorista Garricio Cortis (foto). Per eseguire questa missione ci divideremo in due gruppi da sei. I gruppi si chiameranno Alfa e Beta in cui Alfa intendo soldati da numero 1 a 6 e Beta da 7 a 12. Il gruppo Beta si occuperà del lato ovest della foresta pluviale del Rio Coco (guida con una bacchetta la zona da coprire su una cartina satellitare). Seguendo le coordinate prescritte arriverà in un nascondiglio segreto pattugliato da una ventina di uomini armati ed addestrati. In questo rifugio, al secondo edificio a destra (immagine)troverete l’ostaggio che dovrete riportare qui vivo a qualunque costo.

La vostra azione Beta sarà guidata dal maestro/ sergente Trouble.

Per quanto riguarda il gruppo Alfa sarete spediti nel lato ovest della foresta. Seguendo il corso del fiume troverete l’edificio di commando del gruppo terrorista. Secondo le nostre ricerche Cortis risiede in questa palazzina ( immagine). La zona è colma di soldati e soprattutto è circondata da un sistema di allarme collegato con alleanze honduregne. Fate un passo falso e siete finiti. La foresta del Rio Coco è giusto al confine con l’Honduras. I rinforzi, e stiamo parlando di criminali esperti, arriveranno rapidamente e vi faranno il culo a strisce. Entrati nel luogo dell’obiettivo stanatelo ed eliminatelo. La parte ovest sarà guidata dal maestro/ sergente Seven. E’ tutto. Domande? >>.

Silenzio tombale. Sguardi persi. Nessuna paura, è solo voglia di iniziare. Tanti cani affamati e davanti ai nostri occhi foto di obiettivi come bistecche. Abbiamo ancora le catene al collo e quindi in silenzio attendiamo di essere sciolti.

Il tenente Sheppard spegne il proiettore concludendo << Ottimo! E’ tutto. Ora andate a cena poi il grande capo vi attende nella sala riunioni per il battesimo. Rompete le righe >>.

Durante la cena nessuno ha emesso fiato. Dritti e composti con la testa nei piatti e la mente già sul campo di battaglia. Quanto è strano tutto questo? Eppure ho solo vaghi ricordi di ciò che sono stato prima di entrare nella MoW. Sembra quasi che abbia fatto sempre e solo questo nella vita. Come se domani non fosse la prima volta. Ho già ucciso, l’ho già fatto per la mia sopravvivenza.

Voglio ammazzarlo io quel Cortis. Lo farò con la mia Magnum. Gli farò esplodere la testa a quel figlio di puttana.

Improvvisamente l’altoparlante << Soldati della MoW immediatamente nella sala riunioni >>.

Lasciamo i nostri piatti a metà ed in riga ci dirigiamo nella sala. Ad attenderci c’è il grande Capo. L’uomo mascherato che non vedo dal primo giorno che giunsi in questo edificio.

L’altoparlante di nuovo << In riga e sugli attenti! >> e subito eseguiamo gli ordini.

Il grande capo si avvicina con la sua solita camminata con le braccia incrociate dietro la schiena.

<< Oggi è un grande giorno. Oggi è il giorno in cui finisce la vostra formazione. Da domani sarete MoW. Da domani dimenticherete tutto ciò che siete stati e come una fenice rinascerete per servire la patria. Voi piccoli uomini consegnerete la vostra identità per proteggere il mondo. Io ve ne darò una nuova che rispetterete ed onorerete fino alla morte. Siamo intesi? >> domanda ad alta voce

<< Sì! Grande Capo! >> rispondiamo in coro.

E riprende il discorso << Ora vi chiamerò uno ad uno. Verrete dinnanzi a me. Io vi domanderò vuoi essere un MoW? Chi mi dirà sì avrà un nuovo nome, un nick di riconoscimento e scioglierà le proprie impronte con l’acido. Siamo intesi? >>

<< Sì! Grande Capo! >> di nuovo in coro.

<< Ah! Chi risponderà no…verrà ucciso. Iniziamo: numero 8 >>

Il ragazzo mulatto si avvicina al grande Capo. Con sé porta sempre la sua spada giapponese. Dicono che sia fenomenale ad usarla.

<< Vuoi essere un MoW? >> gli domanda il grande Capo

<< Sissignore! >> lo risponde a voce alta

<< Tu da oggi sei Mattheus Twain detto The Katana >> e gli consegna un documento.

Numero 8 poi va verso il tavolino dove tenta di trattenere il dolore mentre l’acido brucia le sue impronte.

<< Numero 1…vuoi essere un MoW? >>

<< Sissignore! >>

<< Tu da oggi sei Alfred Bishop detto The Claymore >>

E la scena si ripete.

<< Numero 4…>> E’ il momento del mio caro compagno di stanza

<< Vuoi essere un MoW? >> questa volta con voce più pacata.

Numero 4 sorride e risponde << Certo signore! >>

<< Tu da oggi sei Sean Williams detto The Wall! >> .

Il grande capo va avanti con le chiamate e fortunatamente finora nessuno si è tirato indietro.

Sono proprio io l’ultimo della lista. L’uomo mascherato mi vede, resta fisso con lo sguardo su di me per qualche secondo e poi mi fa cenno con la mano di avvicinarmi.

<< Numero 3…vuoi essere un MoW? >> la voce del grande capo è quasi amichevole

<< Sissignore! >> rispondo a tono.

Mi consegna poi il documento e mentre tento di aprirlo urla il mio nome

<< Tu da oggi sei Billy Marshall detto The Kid >>.

Billy. Billy è il mio nome. Io ho un nome. La cosa mi dà un’ immane piacere. Due secondi fa sono stato chiamato con un numero ed ora…ora sono Billy.

Resto un attimo a guardare, riguardare, leggendo e rileggendo il mio nome poi vado verso il tavolino ed appoggio le dita su una superficie acida giusto per due secondi. Spruzzano poi un cicatrizzante e le mie dita tornano a respirare ma non hanno più una linea che le contorna.

Ho un’identità nuova, per ottenerla però ho rinunciato ad un passato che non ricorderò mai.

<< Allora vuoi raccontarmelo adesso Billy? >> Sean cerca di perdere tempo mentre siamo sull’anticarro che ci condurrà sulla linea iniziale del percorso della foresta di Rio Coco.

<< Cosa? >>

<< Il sogno. Quello ricorrente. >>

<< Ah! Ti sembra il momento? >>

<< Ci vorrà ancora qualche minuto prima di arrivare >> dice guardandosi l’orologio

<< D’accordo: sogno spesso una donna bionda, di mezza età, ricoperta di sangue che chiede aiuto. Io però invece di aiutarla…>>

<< Te la scopi? >> mi interrompe Sean ridendo

<< No! Coione…la finisco >>.

<< Hmm! E cosa c’è di strano in tutto questo? >> mi domanda

<< Che quella donna una volta era mia madre >>.

L’anticarro si ferma e Seven ci dà l’ordine di alzare le chiappe. Ci dividiamo dal gruppo Beta e ci dirigiamo al punto d’interesse seguendo una fila scomposta per non dare nell’occhio.

I soldati di guardia lungo il percorso vengono mandati in gruppi al massimo di due. Troppo semplice come situazione. Sean e Alfred sono equipaggiati di M9 dotate di silenziatore mentre tutti gli altri o effettuiamo sommosse di distrazione o semplicemente sfruttiamo l’addestramento CQC (tecnica di combattimento militare ravvicinato) per bloccarli ed ucciderli.

Siamo giusto al limite del perimetro assegnato e Seven prende un binocolo per tracciare il punto della situazione.

<< Ho avvistato il palazzo chiave e di guardia all’esterno c’è solo una guardia armata. Buntler puoi pensarci tu? >>

<<Mi posiziono signore>> risponde Richard il nostro caro e buon vecchio numero due. Nostro unico cecchino addestrato.

<< Inoltre all’esterno ho avvistato solo altre sei guardie >> prende poi una pausa Seven e poi ci mostra il piano

<< Ecco come ci divideremo Io, Othis e Bishop libereremo l’area esterna. Tuck resta qui in posizione per coprire Buntler dal suo angolo e stare di guardia in caso di rientro di qualche altro soldato. Marshall, Williams : quando darò l’ordine a Buntler entrate nell’edificio e cercate Cortis. Siamo d’accordo? >>

<< Sissignore >> rispondiamo con un coro sottovoce

<< Perfetto. Posizionatevi! >>

Buntler nell’angolo carica il colpo in canna mentre io e Sean raggiungiamo il cespuglio più vicino all’entrata.

Seven divide Othis e Bishop in due lati mentre Tuck resta di guardia a coprirci il culo.

Il sergente dà un ultima occhiata alla situazione << Ora Buntler >>

Il colpo parte e perfora la testa della guardia che cade senza emettere cenno. Io e Sean corriamo verso l’entrata mentre sentiamo altri spari sulla nostra destra.

Siamo dentro. L’edificio è di giusto due piani e al primo, a parte un insieme di scartoffie non c’è nemmeno l’ombra di una guardia. Saliamo le scale ed intravediamo una porta chiusa. La circondiamo da entrambi i lati. Le appoggiamo la testa vicino per ascoltare una voce, un movimento, la presenza di qualcuno oltre quella stanza…niente.

Improvvisamente però suona l’allarme e rimbomba per tutto l’edificio

<< Marshall Ora! >> Sean sfonda la porta con un calcio ed oltre un uomo che si alza di scatto, ci chiama “Cabron” e mentre tenta di estrare la pistola dal fodero Sean gli ha già trivellato il petto di proiettili.

Dietro lo sfortunato c’è lui: Cortis.

Sean mi guarda e poi si affaccia alla finestra

<< Billy arrivano i rinforzi. Avanti finiamola subito >> punta la sua pistola alla tempia dell’uomo

<< No! Lo faccio io! >> lo fermo immediatamente

<< D’accordo, hai ragione: ne ho fatti fuori troppo oggi >> dice mentre sorride << A te l’onore >>.

Estraggo dal fodero di pelle la mia Magnum e mi avvicino all’uomo che mi guarda dritto negli occhi.

<< Muoviti Marshall, sparalo! >>.

Una pistola puntata sulla tempia e la mente lontana mille miglia. Cosa sto facendo? Chi è questo uomo che, con uno sguardo superbo, sto per uccidere. Non è un problema mio, continuo a ripetermi, non lo è mai stato. Ucciderlo, devo semplicemente ucciderlo. Il dito tremante accarezza il grilletto ma l’intenzione non riesce a finalizzare la mia azione. Come se la mente non riuscisse a guidare la mano destra.

<< Marshall! Arrivano i rinforzi. Dobbiamo muovere il culo da qui! Spara! >>.

Sean cerca di risvegliare il mio lato oscuro. Dietro una finestra in mille pezzi spara colpi di Ak-47 per coprire la nostra zona. Ora però le difese avversarie stanno aumentando mentre i caricatori della sua automatica iniziano a diminuire.

<< Cristo Marshall! Uccidilo! >>.

Il bersaglio immobile è contro il muro ed ha le mani alzate. Non impreca resta fisso a guardarmi mentre continua a chiamarmi “terrorista”. Una situazione che ha del buffo: un terrorista che sul punto di morte accusa il suo sicario di essere uguale a lui. Non ha tutti i torti ora che ci penso.

Amico mio, gli direi, se comprendesse la mia lingua, è l’essere umano che nasce a priori per generare terrore.

PUM! E la canna è già fumante. L’uomo si accovaccia a peso morto con un foro sulla fronte. Sangue fresco ha pennellato la parete e Sean tira un filo di sollievo mentre mi afferra per una spalla << dobbiamo andarcene ora o faremo la sua stessa fine >> poi controlla le sue munizioni << ascolta là fuori ci sarà l’inferno dobbiamo fare il più in fretta possibile. Io avanzo mentre tu che sei più veloce fuoco di copertura e mi raggiungi. Capito? >>Annuisco mentre con la manica della divisa mi tolgo il sangue sul volto.

Improvvisamente ho l’affanno.

Adrenalina, è proprio adrenalina al sapore di azione compiuta: un mix euforico che copre l’ansia nel fare qualcosa solo e soltanto dopo averla fatta.

Prendo l’M16 e tolgo la sicura. Guardo Sean << Andiamo! Se sei veloce quanto grosso riuscirò a coprirti il culo! >>

Lui mi sorride << Eccolo il mio uomo, dove cazzo eri finito? >>

<< Ero qui. Mi sono solo preso una pausa nel momento sbagliato >> rispondo mentre so di essere tornato pienamente in me.

Siamo davanti alla porta. Sono 700 i metri da percorrere, e quanti proiettili dovrò schivare, ahimè! È un po’ difficile da calcolare.

Sean mi guarda e respira velocemente come una donna che sta per partorire, lo fa sempre, dice che è utile per darsi carica. Mi guarda ed annuisce senza interruzione guardandomi << Andiamo amico mio! >> .

Ci arrivano comunicazioni dal sergente mentre usciamo << Squadra Alfa ripiegare sul lato Sud dell’edificio. Ripeto ripiegare sul lato sud. L’anticarro per il ritorno ha tagliato la strada per venirci in contro. Marshall, Williams qual è la vostra posizione passo>>

<< Sergente siamo fuori l’edificio. L’obiettivo è stato appena eliminato passo >> risponde Sean mentre spara e ricarica senza sosta ed io lo stesso

<< Perfetto ragazzi vi vedo ora copritevi dietro quel muro alla vostra sinistra passo >>

<< Subito signore. Che cos’ha in mente? >> domanda Sean mentre mi afferra e mi getta dietro un muro

<< Lo scoprirai presto soldato. Claymore ora! >> il sergente dà ordine ad Alfred ed improvvisamente un altissima dose di plastico collegato esplode intorno l’area distruggendo due dei loro anticarro. Riprendiamo a respirare per un attimo, l’esplosione ha rallentato i loro passi e possiamo facilmente raggiungere tutti e sette il nostro di anticarro.

A bordo ci sono già tutti i componenti della squadra Alfa insieme all’ostaggio ancora imbavagliato. L’anticarro parte e Seven si accomoda davanti all’uomo salvato e gli strappa il nastro sulla bocca.

L’uomo prima muove le labbra poi inizia a ridere guardando il nostro sergente.

Seven gli dà una sberla ma l’uomo non smette di ridere finche si ferma per un attimo ed inizia a parlare.

<< Dimmi quanto ti sono mancato…Papà! >>

Sean è in posizione. Si guarda alle spalle mentre conclude l’affare con un certo Abye detto Leone Libero. L’obiettivo secondario è concludere la trattativa: ottenere il carico di diamanti puri a qualunque costo. L’obiettivo primario è uccidere il “leone”.

La transizione si evolve in una discussione inglese.

Sean visiona la merce mentre contesta il comportamento del mercenario africano:

<< Avevamo detto face to face >> dice con tono severo mentre indica le tre guardie armate in compagnia del leone.

<< Io non faccio affari senza certezze. Non mi fido dei bianchi >> risponde a tono Abye mentre controlla la merce di scambio: un tir pieno di armi americane e munizioni.

Sean poi chiude la 24 ore colma di diamanti dal valore indecifrabile e mentre sorride sotto i baffi ordina agli uomini del leone di scaricare il tutto.

Abye gli si avvicina guardandolo dritto negli occhi

<< I miei uomini ascoltano solo i miei ordini >>.

I due si guardano per secondi senza battere ciglio, c’è tensione nell’aria. Sean, però, sa perfettamente che il magnate africano lo sta mettendo solo alla prova. Testa il coraggio di the Wall che immagina già di cavargli entrambi gli occhi.

Il leone finalmente si volta verso i suoi soldati indicando il tir << Scaricate! >> e gli uomini si attivano.

Sean resta immobile osservando la velocità delle tre guardie nelle movenze, nel passaggio delle merci. Calcola acutamente l’istante giusto per reagire.

Abye apre la sua giacca ed afferra un sigaro. Guarda Sean

<< Ne hai mai assaggiato uno di questi? >>

<< Può darsi però non l’ho mai fumato in compagnia di un leone >> fa del sarcasmo ma di quello giusto per far calare la tensione che si respira nei lunghi silenzi.

Il leone glie ne offre uno. Taglia la punta e con una zippo arrugginita li accende entrambi.

Sean dopo il primo tiro abbassa il sigaro e lo osserva mentre ne assaggia il sapore e la fragranza. Sorride e guarda Abye << Ha proprio il sapore di questa terra >>

<< Arido, forte è la Sierra Leone >> restituisce il sorriso il magnate.

Di nuovo un cenno di silenzio e Abye si avvicina all’orecchio di Sean rindossando nuovamente lo sguardo diretto: << Dimmi la verità e ti lascerò sopravvivere. Per chi lavori e qual è la tua missione >>

<< Il tuo sospetto fa solo perdere tempo ad entrambi. Sono un mercenario. Faccio questo per campare. Finiamo questa transizione e nessuno si farà del male >>.

<< Male? Chi dovrebbe colpirmi in questa foresta? Tu? >> Ride il leone mentre ascolta finte minacce del buon Sean che continua ad osservare sott’occhio i movimenti degli uomini che scaricano il tir.

Sorride di nuovo. Fa un ultimo tiro di sigaro e poi lo spegne nell’occhio destro del leone. Dalla fodera interna alla giacca afferra una Desert Eagle e spara a tutte e tre le guardie nel preciso istante in cui hanno le mani occupate contemporaneamente. Di scatto verso Abye per finire l’opera ma il leone è più veloce e colpisce la sua mano destra in direzione delle falangi. Il sangue schizza sulla canna della Desert e Sean sa di aver toppato alla grande nel selezionare la sequenza di uccisioni in questo contesto ed urla “Cristo!”.

Abye è pronto di nuovo per finire l’impostore bianco ma un proiettile 6mm gli perfora la tempia e l’uomo è a terra.

Sean si nasconde dietro al tir. Confuso dalla presenza di una terza autorità. Guarda il proiettile che ha trapassato il cervello del leone e riconosce il proiettile di un fucile di precisione americano.

Da dietro gli alberi si sentono passi e poi una voce…la mia.

<< Williams sapevo che non potevo fidarmi di te! >>

Sean esce allo scoperto non appena riconosce la mia voce e corre ad abbracciarmi ricoprendo la mia divisa di sangue.

<< Maledetto! Copriti la mano con una fascia >>

<< Non posso il colpo è ancora dentro. >> risponde mentre continua a baciarmi

<< Dobbiamo tornare immediatamente alla base. Potrebbe colpire qualche arteria >>.

Poi senza preoccuparci minimamente delle armi scaricate prendiamo la valigetta con i cristalli e corriamo più velocemente possibile.

Sean esce dall’infermeria con una benda alla mano destra dopo quasi due ore di operazione. Il proiettile fortunatamente si è fermato all’altezza dello scafoide senza interferire il passaggio del sangue. Fortunato come sempre.

Mi offre una sigaretta, mi guarda negli occhi e dice << Se non ci fossi stato l’ultima cosa che avrei fumato in questa vita sarebbe stato quel sigaro che sapeva di piscio >>

<< Sono contento di vedere ancora il tuo culo tutto intero >> gli rispondo mentre accendo una Marlboro rossa.

<< Sai questa di oggi è stata…tipo la tredicesima missione? >> mi domanda

<< Più o meno…io ne ho contate quattordici >> rispondo << dimentichi sempre di calcolare l’avamposto in Brasile >>

<< Dio quello è un ricordo che ho voluto demolire. Quanto sangue c’era in quelle favelas? >>

<< Ci rimisero la vita tanti innocenti quel giorno >> sottolineo mentre guardo nel vuoto spirando fumo dal naso

<< E anche il nostro caro Richard ci rimise le penne >> Dice guardando l’M40 appoggiato sul muretto accanto a me.

Dietro le porte dell’accampamento Seven nota la nostra presenza e raggiunge la nostra postazione << Billy, Sean…in ricognizione. Nella mia tenda, ora! >>

Il volto del maestro non è dei migliori. Di sicuro ha pronto per noi non delle buone notizie. Immediatamente lo seguiamo nel suo dormitorio.

Ci fa cenno di accomodarci intorno alla scrivania. Ci osserva entrambi per un attimo con fare infastidito mentre respira con affanno come un vulcano in eruzione

<< Sean a quanto pare il tuo addestramento non ti ha formato minimamente per quello che mi riguarda >>

Sean tenta di giustificarsi << Signore io…>>

<< Sto parlando Williams! Parla solo se te lo concedo! >>

<< Sissignore ! >> risponde con voce bassa

Seven riprende fiato e continua << Quattro terroristi con zero addestramento. Criminali senza alcuna dimestichezza con le armi stavano per farti il culo. Marshall…>> Urla voltandosi verso di me << La posizione che ti era stata assegnata? >>

<< Litorale quattro, alla guardia della base criminale del Leone Libero in caso di controffensiva nemica durante l’estrazione dei diamanti >> rispondo con chiarezza

<< E invece tu dov’eri? >>

<< Litorale 1, luogo di scambio per una prerogativa assoluta >>

<< E quale sarebbe? La salvezza di Williams…e quella di Pierce? Non l’avevi messo in conto? Erano solo ottocento metri di distanza e i colpi di Desert sparati dal nostro genio come hanno attirato la tua di attenzione ha attirato anche quella degli uomini del Leone >>

<< Pierce è morto? >> domanda Sean schiarendosi in volto

<< 22 proiettili di Ak-47 come lo dichiareresti? >> Risponde il maestro freddandoci entrambi.

Poi accende una sigaretta ed inizia con un altro discorso

<< Adesso dobbiamo immediatamente indietreggiare. Prendete il vostro equipaggiamento precisamente fra un’ora salirete a bordo di una macchina per l’Etiopia. Domani avete un’altra missione >>

<< L’Etiopia? >> Domando << Signore ma Williams è ferito >>

<< E quindi? Ha ancora la sinistra a disposizione! >> risponde con tono aggressivo Seven

<< Quali sono gli ordini? >> domanda con sicurezza Sean

<< Verrete aggiornati domani. All’accampamento ci sarà David Rose, mio figlio, che alle 8:00 del mattino terrà un briefing per voi quattro >> ci informa il maestro

<< Noi quattro? >> chiedo confuso

<< Nella missione parteciperanno anche Rublin e Twain da supporto. Ci siamo detti tutto. Rompete le righe >>.

Inutile è tentare di parlare dopo che il sergente Rose dice “rompete le righe”. La mia azione di salvataggio ha ucciso uno dei nostri.

Pierce Byron ( The Slam ) un membro selezionato dall’avanguardia catalana dall’età di dieci anni. A soli tredici conosceva e praticava perfettamente tre delle arti marziali più letali con base di attacco : Defendu, Krav Maga e Seema Rao.

Durante le ore di allenamento corpo a corpo quel figlio di puttana ci ha quasi messi tutti al tappeto, compreso il nostro Williams che è una roccia senza impari.

Le armi da fuoco però, sono tutta un’altra storia. Ho lasciato la mia postazione non appena ho sentito la pistola di Sean esordire fra le foreste della Sierra. Mi sono fidato delle sue qualità nella difesa. Ho pensato che non avrebbe avuto alcun problema a respingere pochi uomini inesperti.

Sean avrebbe dovuto attendere la fine della transizione per partire all’attacco e solo dopo la fine di questa avremmo dovuto fare piazza pulita e prendere la totalità del carico. L’iniziativa di Sean ha modificato l’esito della missione, anticipandone il corso e la fine. La fine di una missione studiata e curata nei minimi particolari che non ha rispettato la completezza negli obiettivi e Pierce è morto, non come uno dei migliori.

<< E’ tutta colpa mia! >> ripete da quasi cinque minuti il mio compagno di stanza che sa perfettamente di essere la causa di tutta questa fretta nel dover lasciare la Sierra << La mia maledetta testa. E’ così facile eseguire gli ordini. Cosa c’è di sbagliato in me? >> Mi domanda con un volto spento e deluso da se stesso

<< Il problema è che non riesci a fidarti di nessuno di noi. Hai preso come al tuo solito l’iniziativa errata perché credi solo in te ed in quello che sei capace >> gli rispondo mentre chiudo la borsa con il necessario.

<< Fiducia. Maledetta fiducia >> urla poi mi guarda << Se avessi avuto la sicurezza che eri lì, fra quelle frasche, pronto per salvarmi le chiappe, non avrei reagito in quella maniera >>

<< Stai dicendo che allora di me ti fidi? >> gli domando sorridendo per cercare di sdrammatizzare all’accaduto

<< Sì! Ciecamente…>> mi risponde senza pensarci su.

Lo guardo come si possa guardare un amico che fino a quel giorno non ha mai mostrato un cenno di beatitudine o gentilezza. Lo guardo e penso che da quando sono dentro la corporazione dei MoW è proprio l’umanità che è andata a fottersi, chissà a quanti accampamenti fa. Tra le armi, il sangue e gli obiettivi in corsa, giorno dopo giorno, ciò che sono venuti a mancare sono proprio i gesti più semplici.

Non ho neanche raggiunto la maggiore età e non ho mai conosciuto un luogo che abbia avuto le sembianza di una casa. Un letto, una branda, una tenda, una cella, una camerata, una fossa ma una casa no.

Avrei da ridire su tutto ciò, ma non lo faccio. Fin quando ho un obiettivo non lo faccio. Fin quando ho un compito, una missione…non lo farò.

Fin quando devo coprire le spalle di un amico come Sean, non lo faccio.

In silenzio lo guardo mentre chiudo la cerniera del mio borsone. Vorrei dirgli che tutto si sistemerà per il meglio, che un giorno tutto questo dovrà avere una fine ed anche noi due avremo una vita normale.

Non lo faccio. Non posso. Sarei un bugiardo ed un illuso nel rincuorarlo, non farei altro che mentirlo. Non esiste una vita normale per quelli come noi. Siamo come linfa per tutto ciò che fa parte dell’esterno. Siamo parte integrante di un complotto segreto. Siamo le dita senza impronte che non fanno altro che sporcarsi le mani per gli interessi internazionali.

Non siamo terroristi ma scacciamo il terrore con altro terrore.

Non posso essere bugiardo con chi sta iniziando a mostrarsi agli occhi miei per quello che c’è sotto la dannata divisa.

Tutto quello che faccio è dargli una pacca sulla spalla e dirgli << Io sono con te! >> .

La bestia indomabile ha gli occhi di un cucciolo. Afferra la mia mano e mi guarda negli occhi annuendo con la testa. Sa per certo che finche saremo insieme la speranza ha le spalle coperte.

Saliamo su un land rover blindato insieme a Twain e Rublin.

I due compagni accennano al saluto mentre Sean guarda in alto e si accende l’ennesima sigaretta.

Mike Twain detto The Katana è un elemento della Mow che non sono riuscito mai ad inquadrare. Il classico soldato che fa ciò che deve fare senza oltrepassare mai la linea tra l’errore e l’eccesso. Una macchina creata per eseguire; spesso ho sentito di lui in quelle poche volte in cui se n’è parlato. Silenzioso e per nulla socievole, a testa alta è riuscito a sopravvivere con le sue mani, la sua M1918 BAR ( Browning Automatic Rifle) e la sua katana. Un maestro della spada, dalla velocità spaventosa.

Twain nel corpo a corpo è l’unico uomo sulla faccia della Terra che non vorresti mai trovarti perché se sfodera la sua spada, non hai neanche il tempo di avvisare il padre eterno che stai per raggiungerlo. Eppure il suo volto inganna: gli occhi chiari, i capelli raccolti di un castano quasi biondo. Sembra il migliore della classe, il figlio del pezzo grosso che apre bottiglie di Don Perignon al compleanno nella sua mega villa.

Tra le mani ha sempre una moneta che lascia scorrere fra le dita con agilità. La moneta corre dall’indice al mignolo in meno di un secondo e so per certo che è capace di farlo anche con la spada.

Spark Rublin detto The Crocodile invece è l’opposto del suo compagno. L’uomo più prolisso e vivace che abbia mai conosciuto. Fra le camerate è famoso per le sue barzellette che fanno ridere anche il sergente Seven, ed il più delle volte strappano un sorriso ance al sottoscritto. Il coccodrillo, però, sul campo non fa ridere nessuno.

Da dove provenga la sua pelle mulatta ci è del tutto sconosciuto. Dai suoi racconti sappiamo che il cibo, fin da quando ha memoria, se lo è sempre procurato da solo. Il timore non esiste nei suoi occhi, nascondendosi tra gli alberi, tra i cespugli, tra tutto ciò che può mimetizzarlo nell’ambiente, osserva e trae in trappola le sue prede. E’ un esperto delle armi affilate e dell’anatomia del corpo umano ed animale. Conosce ogni sistema scheletrico che faccia parte di questo pianeta. Quindi scomporre un osso per Rublin è un po’ come spezzare un grissino per il resto dell’umanità, me compreso.

<< A cosa pensi? >> la domanda di Sean interrompe i miei pensieri

<< A cosa ci attende domani >> rispondo mentre cerco il mio pacchetto di Winston blu nella tasca della giacca

<< Cosa può attenderci Marshall? Solo altra merda >> si introduce nel discorso Spark

<< Questo era ovvio Rublin, il fatto che mi sconvolge è che a dirigere la missione sarà Rose >> mi giustifico della sensazione d’ansia che ha tutta la mia attenzione in questo momento

<< Rose, un altro, non fa tanta differenza. Il loro compito è solo darci ordini. A dire qual è la nostra missione. Intanto la gente muore per mano nostra. Quindi…non pensarci e continua a fare ciò che fai >> poi il coccodrillo guarda Sean e aggiunge sorridendo << attento solo a Williams che quando decide di fare una strage non guarda in faccia a nessuno >>

Sean prima sorride poi si giustifica << lascia stare già sono troppo in colpa per quello che ho combinato >>

<< In colpa? >> Twain entra nella discussione rompendo il suo silenzio << un soldato con le palle è stato trivellato di piombo per la tua cazzata. E tu ti senti in colpa? Per quello che mi riguarda a quest’ora dovevi esserci tu sottoterra e non Pierce. Sei un fottuto di malato Williams >>.

Sean si alza di scatto e tenta di colpire Twain che, mentre continua a fare girare la moneta sulla mano destra, con la sinistra afferra la sua katana di cui la punta affilatissima già sfiora il naso di the Wall.

<< Sean siediti e tu abbassa quella spada >> dico per rimettere ordine alla situazione un po’ degenerata.

Mike continua a fissarlo mentre lentamente reinserisce la sua arma nel fodero dietro la schiena mentre Sean trattiene il fiato tentando di placare il suo respiro preso dalla adrenalina di colpire il suo compagno.

Il viaggio verso l’Etiopia è ancora lungo e non è iniziato neanche nel migliore dei modi. Domani ci aspetta una missione, quindi, la miglior cosa da fare in questo momento è riposare. Bisogna rifocillarsi di energie utili per continuare a sopravvivere.

La sveglia è un colpo violento sulla carrozzeria ed il capitano David Rose che urla <<Principesse l’incantesimo è finito, tornate alla realtà >>.

Maledetto figlio di puttana. Più stronzo del padre, il che rende bene l’idea.

Mentre scendiamo lentamente, il Sole entra con aggressività negli occhi.

Rose, a braccia conserte, in compagnia di altri due ufficiali, ci osserva dal basso indossando uno sguardo di ribrezzo. Guarda i nostri occhi che faticano duro per mantenere un contatto visivo con la luce. Scruta i nostri sguardi nel vuoto, pronto per sentenziarci con i suoi ordini.

Gira e rigira la nostra piccola riga finché non si ferma davanti alla mano fasciata di Sean << Erano girate voci sul tuo modo di fare Williams. Di solito un soldato che ha iniziativa è un eroe. Per me però un soldato che ha iniziativa ma non esegue gli ordini è solo un coione. Sei d’accordo con me? >>

<< Sissignore >> risponde cercando di schivare lo sguardo del capitano

<< E guardami negli occhi quando ti parlo. Sei un fottuto cieco Williams? >>

<< No signore >> questa volta urlandolo dritto in faccia

<< Stammi bene a sentire. Spiegherò i dati relativi alla missione una sola volta, quindi, apri bene le orecchie ed ascolta ciò che dovrai fare tu…>> poi voltandosi anche verso noi altri << …e voi altri. Siamo intesi? >> domanda

<< Sissignore >> il solito coro di risposta da soldato semplice.

Poi si prende un attimo per respirare, guarda l’orologio e dice << Andate a posare la vostra roba. Il Caporal maggiore Wiggs vi mostrerà il vostro accampamento.

Vi voglio tra un’ora qui davanti per il briefing.

<< Capitano? >> chiedo attenzione

<< Cosa non ti è chiaro Marshall? >> mi risponde bruscamente la merda come meglio sa fare.

<< Volevo solo chiedere un’informazione per la missione capitano >>

<< E ti sarà data non appena verrai a fare il briefing testa di cazzo. D’accordo? >>

<< Sissignore >> rompiamo le righe mentre avrei voluto rompergli la faccia a quello stronzo fomentato.

David Rose è un fottuto soldatino che avrà subito così tanto da suo padre, dai corpi speciali, e da chiunque gli abbia dato un ordine nella vita che, non appena ha guadagnato il titolo per comandare, ha iniziato a rompere il cazzo, a qualsiasi essere, fino allo sfinimento. Il problema è che il sottoscritto, fondamentalmente, non ci tiene più di tanto a spaccargli quel muso da fanatico. Nel mio gruppo , però, non c’è tanta gente sana mentalmente. Per quel che mi riguarda quel cazzone farebbe meglio a darsi una calmata, la stima che nutriamo per suo padre un giorno, prima o poi, non basterà a contenere i nostri nervi.

Sean, davanti qualche passo dal mio, mentre seguiamo il Caporal maggiore nel enorme accampamento riservato alle nostre truppe, respira affannosamente.

Gli capita spesso di farlo, è l’adrenalina che sale al cervello quando desidera di ammazzare qualcuno. Penso sia una cosa normale quando un tappetto con le braccia conserte riempie di merda uno di quasi due metri. E’ giustificabile.

Rublin da dietro subito spara una battuta << Williams sai la scena di prima cosa mi ha fatto venire in mente? >> domanda mentre già sghignazza

<< A cosa Spark? >> ridomanda Sean mentre sbuffa perché non ha proprio voglia di scherzare

<< Alla parabola di Davide e Golia. Hai presente? >>.

Sean si ferma un attimo e poi inizia a ridere. Si gira verso Spark per guardarlo, come se voltandosi verso lui lo stesse ringraziando. Spark poi gli dà una pacca sulla spalla e conclude dicendo << Mi sa che questa volta Davide non faceva una bella fine>>.

Questo piccolo attimo di serenità fu l’ultima parentesi che mi ha collegato ai Mow. L’ultima missione. L’ultima volta che vidi Sean e la sua ombra gigante.

Harar, Etiopia ore 1:00 p.m.

Seguendo il percorso ferroviario per Gibuti siamo giunti nell’epicentro commerciale dell’Etiopia, Harar.

Da quanto ci è stato detto questa notte, Addis Adal, un noto mercenario internazionale, entrerà con un plotone terroristico Oromo nella città per fare un attentato. La nostra missione è quella di salvaguardare l’incolumità dei civili e delle abitazioni.

Per rendere tale servizio il nostro battaglione è stato formato da venti uomini selezionati disposti lungo tre palazzine adiacenti al punto d’incontro dei terroristi. A trecento metro di distanza, io e Sean, davanti all’entrata del Beylaneh Hotel per eseguire un obiettivo secondario:

<< Qui Marshall, siamo davanti all’entrata del Beylaneh Hotel, attendiamo ordini passo…>>

<< Marshall qui Commando. Abbiamo appena decriptato il server dell’albergo. L’obiettivo preselezionato, Jan Harbe, è nella camera 211, al secondo piano passo…>>

<< Commando qui Marshall, l’obiettivo ha compagnia armata? Passo…>> domando mentre metto il silenziatore davanti alla Colt in dotazione

<< Negativo…l’unica compagnia potrebbe essere femminile…passo e chiudo >>.

<< Perfetto. Almeno morirà mentre scopa quel bastardo figlio di puttana >> dice Sean mentre dà un occhiata al secondo piano con il binocolo

<< Non iniziare a fomentarti. Lascia che vada avanti io questa volta >> dico mentre lo afferro per un braccio

<< Bingo! >> dice sottovoce mentre con una mano metà alzata cerca di zittirmi << C’è una scala antincendio che porta direttamente al secondo piano…>> poi mi guarda mentre ripone il binocolo << prego mademoiselle. La seguirò con piacere >>.

Attraversiamo la strada con molta velocità e saliamo le scale antincendio senza farci notare dal personale all'entrata. Giunti al secondo piano forziamo la porta dell’ingresso al corridoio con una chiave elettrica universale capace di aprire ogni porta di sicurezza.

Percorriamo il corridoio avendo gli occhi aperti, armati fino al collo, non passiamo per nulla inosservati.

Ci siamo. 211…è la nostra stanza. Serratura elettrica. Prendo la Smart card la faccio scivolare nella fessura e la lascio immobile. La carta cripta il codice della porta, lo rigenera ed infine lo usa per aprirla. Due secondi e la luce rossa diventa verde e la porta è aperta.

Entriamo lentamente e Sean richiude la porta dietro di noi. La porta che abbiamo aperto dà ad un salone con tanto di mega-divano, finestra spalancata ed un televisore acceso su un notiziario. Sulla sinistra c’è una porta chiusa e si sentono delle voci provenire dall'interno.

Prendo dalla tasca interna un piccolo microfono ricettatore per ascoltare meglio la conversazione.

E’ confermato, dietro quella porta c’è un uomo, cioè il nostro ipotetico obiettivo, ed una donna. Per quello che dicono sembra che stiano flirtando, e per quello che so, non continueranno a farlo.

Con un calcio sfondo la porta e trovo Jan Harbe nudo con accanto una donna che indossa solo una maglietta mentre fuma una sigaretta. L’uomo, non appena vede le nostre armi e le nostre divise, non tenta neanche per un attimo di fuggire ma afferra la donna accanto a lui per tentare di proteggerla con il suo corpo.

La mia Colt mira alla testa di Jan che a peso morto si accascia sulla ragazza. Sean invece spara alla ragazza tre colpi, di cui non capisco il senso. Mi volto per incrociare il suo sguardo e lui si giustifica dicendo << Si sarebbe messa ad urlare lo sai >> ed infine non ha tutti i torti.

Voltiamo le spalle per uscire velocemente da lì quando ad un certo punto dalla radiotrasmittente Rublin inizia ad urlare << Uomo a terra, uomo a terra mi occorrono rinforzi…Twain è stato colpito >>.

Twain? Colpito? E da chi? Cerco di creare un contatto con Spark, mi volto verso la finestra del salone che dà proprio sul punto d’incontro…e poi un proiettile attraversa il mio corpo.

Mi volto di scatto e la canna della Beretta di Sean è fumante. Cado per terra e mentre tento di afferrare la mia arma, un altro colpo fa un buco nella mia mano.

Lo guardo, mentre lotto per continuare a respirare.

Sean si abbassa verso di me e inizia a parlare << Mi dispiace così tanto Marshall…ma gli ordini sono ordini >> si rialza mentre ridacchia

<< Figlio di putt…>> tento di dirgli, però, ogni parola potrebbe rubarmi qualche respiro in più.

Nel mio ultimo ricordo di lucidità vedo le enormi spalle di Sean fare ombra al mio corpo steso, si allontanano lasciandomi perire al suolo mentre perdo sangue dalla bocca, dalla pancia e dalla mano. Prima di andarsene si volta l’ultima volta, stacca la sicura da una granata e prima di lanciarla verso la mia direzione dice << Buonanotte Marshall! >>.

8. Protezione

Respiro. La prima cosa che sento echeggiare nella mente. Il primordiale atto antecedente perfino al pensiero dell'atto stesso. Vivo, sono ancora vivo.

Il corpo è del tutto incontrollabile ancora. Chissà da quanto tempo sono fermo in questa posizione.

Il suggerimento proviene soprattutto dalle gambe che iniziano a provocarmi dolore. Le dita tremano, e le mani iniziano a seguire i miei ordini. Distacco lentamente gli occhi, e non appena riacquisto la vista, dallo scuro inizio a scrutare i profili di una camera.

Dove cazzo sono? Lungo un bivio gioisco mentre vado nel panico. Sono ancora vivo però qualcuno ha avuto l'ordine di condurmi al sicuro. Il mio problema adesso è comprendere chi è quest'ultimo.

Maledette gambe! Avanti, concentrazione, non dovrebbe essere così complicato. Quanto tempo dovrebbe metterci il sangue a tornare in quella zona. Cristo...fa male! Respiro affannosamente e penso a tutte le volte in cui ho trovato divertente una parestesia, magari durante un turno di guardia in cui, fermo immobile sempre nella stessa posizione, il formicolio causato dall'errata circolazione del sangue, diveniva una sorta di passatempo.

Maledette! Inizio a sudare freddo, ma devo immediatamente contrastarlo: afferro prima il piede destro ed inizio a massaggiarlo e lo stesso faccio con il piede sinistro.

Avanti muoviti! Dai non fare il cazzone proprio ora. Muoviti!

Fuori dalla camera inizio ad udire vari movimenti e passi, quasi come se dietro quella porta bianca ci fosse un lungo corridoio.

Cristo! Torna a muoverti, fottuti piedi. Saranno passati più di trenta minuti ma sangue e cervello non hanno ancora pieno potere sugli arti. Finché il pollice del piede sinistro prima vibra e poi si muove. Rido come un coione, che scena patetica. Contento di far muovere un fottuto pollicione.

Prima il sinistro e poi la destra ed in men che non si dica sono già in piedi. Ogni passo è un pizzico di dolore contornato dalla completa ed estenuante stanchezza che rallenta il mio corpo. Fare due passi è quasi un successo.

Mi affaccio alla finestra sul lato del letto e noto di non poter fuggire da quest'ultima: sono troppo in alto.

Dal corridoio i passi si avvicinano sempre più alla porta della mia camera, poi una chiave nella serratura e tre mandate. Mi avvicino al muro, lo prenderò alle spalle chiunque esso sia.

Entra lentamente un profilo di bassa altezza. Chiudo la nocca della mano destra, lo colpisco all'altezza del collo, facendolo cascare al pavimento senza sensi.

Cazzo! È una ragazza. Portava un vassoio con dell'acqua ed alcuni medicinali. Qualcuno sta tentando di curarmi...

<< Allontanati immediatamente da lei e metti le mani in vista >>

Un uomo sulla trentina, di colore, con un camicie bianco ed una piccola revolver nella mano destra è entrato nella stanza, sicuramente attirato dal boato causato dalla damigiana d'acqua in mille pezzi al pavimento. Alzo le mani lentamente e tento di avvicinarmi almeno di tre passi per rubargli l'arma con un elemento di CQC.

<< Non muoverti figlio di puttana. Credi che non conosca il tuo addestramento? So tutto sui cani come te e dei tuoi ammaestratori del cazzo. Indietreggia immediatamente o ti farò un buco alla fronte scordandomi totalmente di averti salvato la vita >> .

Il dottore sa come parlare. Alzo le mani e mi accomodo lentamente sul letto << Mi spiace. Non volevo colpirla. Ma risvegliarmi in un luogo sconosciuto dopo che hanno tentato di uccidermi. Ho avuto un attacco di panico >> cerco di giustificarmi guardandolo dritto negli occhi.

Arrivano altri due uomini nella stanza ed assistano alla scena e mi guardano con ansia. Uno dei due si rivolge al dottore con il braccio ancora in tensione.

<< Dottore cosa facciamo? >> domanda quasi balbettando.

Il dottore mi guarda in silenzio per qualche secondo e poi abbassa l'arma <<Prendete Silvie. Portatela in guardiola. Buttatele un po' d'acqua in faccia, si risveglierà >> i due uomini prendono la ragazza ancora incosciente e la portano fuori dalla stanza.

<< Conosce il protocollo di demolizione? >> domando al dottore

<< Certo! E so anche che in questo poco spazio, con questa poca luce, potevi colpire soltanto la fascia del muscolo del trapezio >> lo guardo con stupore, pensando che il dottore ha proprio le palle. Sento di aver acquistato la totale lucidità e controllo del corpo, e solo in questo momento mi accorgo di avere il busto fasciato.

<< Ti starai domandando cosa ti è successo? >> mi domanda dopo aver notato il mio sguardo confuso

<< So cos'è successo. Ciò che non so è come sono riuscito a salvarmi >> mi domando mentre cerco risposte da lui

<< Adrenalina! >>

<< Cosa? >> domando ancora più confuso

<< L'adrenalina ti ha salvato. A quanto pare sei più attaccato alla vita di quanto credessi. Disteso sul pavimento con due proiettili in corpo. Il tuo cuore è andato in standby, ma il cervello, non ha voluto cedere. Ha reagito alla visione della granata e ti sei fiondato dal balcone del secondo piano. L' onda d'urto ti ha spedito in meno di un secondo al pavimento scheggiandoti il volto e fratturandoti un paio di costole per l'impatto >> poi prende una pausa mentre si avvicina al mio busto. Inizia a togliermi la fasciatura, probabilmente per cambiarmela.

<< Ti ho trovato senza sensi tra le piante dell'entrata di quell'hotel, e non ci crederai, il tuo polso era ancora presente. Estratti i due proiettili e la scheggia sul volto ho dovuto immobilizzarti per non permettere che la frattura ti immobilizzasse poi su una sedia a rotelle. Durante la guarigione, però, l'adrenalina ha smesso di compiere il suo compito ed il cervello si è spento, alla ricerca di energie. Tre settimane di coma...>> dice mentre mi infila un ago intra carne nella spalla.

<< Tre settimane? Cristo! >> dico quasi sospirando

<< Però meglio così. Il coma ha permesso che rimanessi immobile e risanassi la frattura >> mi tranquillizza il dottore e dopo un controllo veloce alla schiena mi cambia la fasciatura.

Poi afferra la sedia e mi suggerisce di stendermi. Prende un attimo di pausa per poi parlare d'altro

<< Era mio figlio...>> dice << quello che avete sparato al volto era mia figlio >>.

Penso – Cazzo! Ho ucciso il figlio di colui che mi ha salvato poi la vita -, se avesse saputo chi premette il grilletto forse non avrebbe perso tempo a ridonargli la forza di tornare a respirare.

Il dottore però non fa domande ma continua con il suo discorso << Era un membro della MoW. Un soldato dalle alte qualità e dal grande fiuto per l'azione. Ha servito la cospirazione antiterroristica fino al giorno dello “smembramento” >>

<< Smembramento? >> domando

<< Sì! Durante una missione, il suo compagno tentò di ucciderlo ma fu addirittura meno fortunato del tuo. E subito dopo, comprendendo di non poter tornare alla base, non poté far altro che tornare qui: in Etiopia, a casa sua...>>

<< Perché ciò? Quale interesse ha la MoW ad uccidere i suoi membri? >> chiedo con affanno

<< Semplicemente perché non è una cospirazione antiterroristica >> mi risponde il dottore mentre apre la finestra e mi offre una sigaretta.

Parole che hanno le sembianze di un tasto con su scritto “reset”. Ed ora? Dove lo trovo un senso di tre anni buttati a fare tutto ciò che ho fatto. Guardo nel vuoto e fumo la sigaretta con disperazione. Il dottore continua a parlare, ma sento realmente poco: la mente è un esplosione di ricordi di distruzione che fino a poco tempo fa avevano come obiettivo antiterrorismo, ed ora, hanno come significato solo caos.

<< Billy? >> il dottore tenta di attirare la sua attenzione

<< Come sa il mio nome? Non le ho mai detto il mio nome? >> domando aggrottando lo sguardo

<< Rilassa la fronte...durante l'operazione, prima di collassare, le tue ultime parole sono state: nessuno può uccidere Billy Marshall...nessuno! >> la cosa mi fa un po' ridere, ma ridere di amarezza.

Il dottore si alza ed appoggiandomi una mano sulla spalla mi dice << So come ti senti. Però, ora devi pensare solo a guarire e farlo al più presto. Finché sei qui non sei proprio al sicuro. Conoscendo i tuoi vecchi compagni, torneranno presto per assicurarsi di aver fatto un buon lavoro. Cerca di riposare, torno più tardi per il controllo...e cerca di non mettere nessun altro dei miei al tappeto cortesemente >> gli ricambio il sorriso e poi gli dico << Doc...grazie! >>, il dottore sospira in silenzio, e invece di prendersi i suoi meriti mi risponde semplicemente << Chiamami Kibrom! >> e dopo avermi lasciato un pacchetto di sigarette sul letto va via chiudendo la porta dietro sé.

Adesso cosa cazzo mi invento? Un uragano ha demolito il castello di carte che reggevano la mia vita ed ora mi tocca ripartire con un “gratificante” nulla.

Potrei starmene steso a riposare. Qualcuno mi troverà e sarà la volta buona, spero, che mi faccia fuori sul serio.

Maledetto figlio di puttana. Ti sei mostrato debole solo per raggiungere la mia debolezza. Io sono ancora vivo però, come la mettiamo?

Accendo un’altra sigaretta cercando di mandare in fumo il tuo cadavere; un giorno ci passerò sopra e farò finta di credere di aver avuto fortuna pestando una grossissima merda.

No, no! Non posso restare steso neanche un secondo di più. Meglio cercare il dottore. Mi brucia la carne, quasi il respiro diventa incontrollabile. Un fuoco sta per pervadermi. Ho bisogno di un po’ d’aria fresca e di una birra gelata magari, giusto per placare questa sete di incontestabile vendetta.

Indosso una maglia e le scarpe riposte nell’armadietto, esco lentamente dalla porta ed inizio a camminare completamente seguendo l’istinto.

A prima occhiata questo posto, più che un ospedale, mi sembra un vero e proprio appartamento. Corridoio immenso e porte chiuse da entrambi i lati, contrassegnati ovviamente da numeri in ordine.

212, 213, non ci vuole tanto per capire che due sta per secondo piano. Allora cerco una scala e per la solita sfiga che ho, la dannata si trova solo in fondo al corridoio.

Scendo con attenzione, e sento la schiena pizzicare: ho fatto meno di 100 metri e mi sento come se avessi appena concluso una zavorrata.

Arrivo al primo piano e la scena risulta essere la stessa, a differenza della seconda porta posta sulla mia destra: senza numero e semi aperta.

Mi avvicino con passo laterale e calibrato tentando di comprendere se ci fosse qualcuno all’interno. Scruto la fessura e noto un lettino affiancato da un comodino. Apro leggermente e mi introduco all’interno senza un valido motivo.

La stanza ha le sembianze di una camera di albergo da quattro soldi: un letto da una piazza e mezzo, un comodino, una lampada, un tavolo con un specchio ripiegabile ed una porta chiusa che sicuramente dà al bagno.

Non appena sono dentro da dietro la porta del bagno sento l’eco dello sciacquone. Cristo! C’è qualcuno qui dentro. Cerco di nascondermi dietro la parete armadio che non dà visibilità dal bagno e poi vedo lei: la ragazza che ho steso poco fa.

Due sono le cose che posso escogitare in un nanosecondo: o cerco di tranquillizzarla subito tentando di improvvisare una giustificazione della mia violazione o la colpisco nuovamente per poi avere più tempo a disposizione per formulare un discorso migliore.

Esco allo scoperto ed inizio a parlare usando la classica frase da assassino : Non voglio farti del male.

La ragazza presa dal panico cade all’indietro sbattendo il culo per terra. Inizia poi ad urlare << Cosa cazzo ci fai nella mia stanza? >>

<< Ti prego calmati, stavo solo cercando il dottore >> cerco di giustificarmi

<< Vuoi farci fuori tutti, vuoi iniziare con me? >> la paura le fa dire cose senza senso, si rialza e cerca di chiamare qualcuno urlando << Jerome! Jerome! Je…>> , la afferro per il collo e le blocco momentaneamente il flusso circolatorio del sangue, la voce le si strozza in un silenzioso lamento, finche’ non sviene di nuovo.

Mi dispiace un po’ ma non potevo fare altrimenti.

La prendo con forza sotto una spalla e la faccio accomodare in posizione laterale sul letto. Guarda cosa mi tocca fare, penso. Non appena la respirazione riprende il regolare processo la ragazza sembra riprendersi. Riapre gli occhi e mi trova seduto lì accanto. Mi accorgo di avere la sua completa attenzione ed inizio a confortarla

<< Mi spiace. Non volevo farti perdere i sensi un’altra volta. Volevo spiegarti che non ho la più pallida idea di perché mi sono introdotto nella tua camera. Cercavo il dottore, avevo bisogno di parlare con qualcuno per sbollire un po’>>, la ragazza mi guarda con i suoi occhioni color sabbia, solleva il busto dal letto e si siede incrociando le gambe. Guardandola bene, mentre si aggiusta i lunghi ricci quasi per riprendersi dallo shock, penso proprio che sia una bella ragazza.

<< Mi chiamo Billy >> e le porgo la mano destra.

Mi sorride << Giuro di non aver mai conosciuto una persona che mi ha steso per ben due volte. Comunque io sono Silvie >>

<< Sei una parente del signor Harbe? >> le domando cercando di comprendere la sua posizione in questo appartamento << Si e no! >> mi risponde << Ero l’ex ragazza del figlio Jan >>

<< E non comprendo. Perché vivi qui? Anzi, mi spiego meglio, che cazzo è questo posto? >> domando improvvisando un sorriso nervoso.

Silvie ricambia il sorriso << Ok…ti spiego meglio >> afferra un pacchetto di sigarette da una tracolla e ne accende una poggiandosi sul bordo della finestra aperta << Noi lo chiamiamo il rifugio Shusa >>

<< Il rifugio che? >>

<< Shusa è il soprannome del dottore che creò questo stabilimento e vuol dire “mago”. Dieci anni fa il chirurgo Sebastièn Harbe, nonché padre del signor Kibron, mise su questa struttura per salvare i feriti dell’ultima guerra civile.

Quando la guerra finì però lo shusa decise di trasformare questo posto in un rifugio, dove chiunque : criminali, pentiti, latitanti, avrebbero potuto avere un luogo dove nascondersi e continuare a vivere con decenza >>.

<< Wow! Quindi questo non è altro che un rifugio per criminali? >> domando mentre le rubo la sigaretta dalle mani per fare un tiro

<< I criminali pagano bene per nascondersi. Inoltre non è proprio così: in questo palazzo c’è tanta gente sfortunata…>>

<< Da quando i criminali inteneriscono la gente? >> la interrompo immediatamente

<< Allora tu cosa sei? Un criminale o uno sfortunato? >> mi risponde quasi freddandomi << Noi cerchiamo soltanto di dare una seconda opportunità a tutti. Senza sapere quante persone hai ucciso o chi fosse il mandatario >>

<< E tu che ruolo hai in tutto questo? >> le chiedo

<< Io sono un’infermiera ed anche se lasciai il figlio del dottore non appena seppi che si arruolò nella MoW, lui non volle licenziarmi ed ancora sono qui, per prendermi cura di questa gente >>.

Geniale. Trovo geniale tutto questo.

<< Però ci sono tanti rischi…>> penso ad alta voce

<< Più di quelli che immagini. Ma di certo non siamo dei dilettanti >> poi nota la mia smorfia nell’evidenziare il fatto che con una mano le ho fatto perdere coscienza per ben due volte e mi dice << Beh! Qui non è mai giunto un fottuto esperto di tecniche di demolizione. Prima di te l’unico che conoscevo di essere capace di fare determinate cose era il dottore >>

<< Come? Il dottore oltre a conoscere le tecniche di ravvicinamento sa anche praticarle? >> domando curiosissimo

<< Certo! Diciamo che la parte del dottore è stata la sua di seconda possibilità>> mi risponde mentre incrocia le braccia.

Interessante.

<< Puoi portarmi da lui? >> le chiedo cortesemente

<< Certo. A quest’ora pranziamo tutti alla mensa al piano terra >> mi risponde mentre si raccoglie i capelli in una fascia presa vicino alla specchiera

<< Tutti chi? >> domando un po’ titubante

<< Io, il dottore e i due ragazzi che danno una mano, non so se li conosci: Jerome e Facy >>. Probabilmente si riferisce ai due uomini che prima sono arrivati in soccorso della ragazza appena svenuta nella mia stanza.

Chiude la finestra e mi fa cenno di andare ma non appena faccio un passo in avanti la mia schiena produce un suono per nulla simpatico << Oddio! >> dice Silvie con tono di allerta << Ma tu non dovresti andartene in giro con una schiena ancora in questo stato >>, mi prende per un braccio e mi invita a stendermi un attimo sul letto <<Fammi un po’ vedere come stai >> e mi guarda come se stesse attendendo qualcosa, << Avanti togliti la maglia e fammi dare un’occhiata >> mi ordina in maniera del tutto professionale. Preso dall’imbarazzo della scena cerco di sdrammatizzare con una battuta da quattro soldi << Era da tanto che una ragazza non mi ordinava di togliermi la maglia>>, la ragazza mi risponde come forse una vera professionista sa fare <<Non so quanto ti conviene fare il simpatico visto che potrei tranquillamente mandarti su una sedia a rotelle>>.

Senza fare ulteriori battute poco simpatiche mi tolgo la maglia e la ragazza subito butta gli occhi sul marchio a fuoco che porto sul petto. I suoi occhi poi vengono attirati dalle tante cicatrici che porto sul corpo e, mentre dolcemente mi toglie la fasciatura, non può far altro di mirarne altre.

<< Non è stata una vita facile finora>> le dico con voce smorzata da una gran voglia di giustificarsi

<<Non lo è stata quasi per nessuno se vuoi saperlo>> mi sorride mentre guardando un punto morto della stanza inizia a maneggiare le mie ossa come parti di un meccanismo mal ridotto.

Ogni volta, nelle poche volte che hanno incrociato il mio cammino, le donne hanno sempre avuto quel perché in più capace di affascinarmi totalmente. Sempre a far la guerra, noi uomini, sempre a paragonarci nella potenza. Lo testimonia la differenza dei nostri corpi, dei nostri volti in questa stanza. Il mio sguardo sconvolto, la mia pelle secca e incessantemente in battaglia contro la sua pelle lucida, ricca di vita e bellezza.

Ognuno ha la sua croce eppure Silvie, a differenza mia, la trascina senza nascondere la serenità del suo essere donna. Quanto vorrei vederla nuda in questo momento e scoprire se magari anche lei, sotto la sua canotta bianca, nasconde qualche cicatrice di cui non va per nulla fiera. Come sono belle le ragazze di colore quando indossano capi chiari.

<< Ti faccio male così >> mi domanda mentre blocca i miei pensieri

<< Come? >> la prima cosa che mi è venuto in mente domandare

<<Ho detto ti faccio male se ti tocco qui? >> mi ridomanda aumentando la pressione dei suoi polpastrelli sulle mie costole

<< Purtroppo ho una soglia del dolore molto alta >> rispondo. Cambia costola e preme violentemente e…Cristo! Questo fa davvero male, ed emetto un sospiro con la bocca in risposta al dolore. Lei mi guarda con una faccia del tipo “lo sapevo” e mi dice <<Le fratture vanno ben oltre a quello che tu intendi per dolore. Durante uno scontro, o qualsiasi altra cosa facessi, ciò che non disponi in questo momento è la famosa adrenalina che l’ultima volta ti ha salvato la vita. Sei tranquillo, disteso su un letto, la tua soglia alta non può fare un cazzo >>.

Si alza e prende dall'armadietto una fialetta, poi dal comodino estrae una siringa usa e getta e dopo aver creato il composto mi ordina di abbassarmi i pantaloni

<< Allora vedi che sei tu? >> le dico mentre eseguo i suoi ordini. Sorride nuovamente e mi ricorda che tra le mani ha una siringa.

<<Potrei sapere almeno che cosa contiene ciò che poco delicatamente mi stai infilando nel culo?>> le domando cercando di non guardare la scena, perché, odio ammetterlo, ma gli aghi mi hanno sempre infastidito alla vista

<<E’ un antiinfiammatorio. Ti permetterà di dormire tranquillo stanotte>> finita la siringa, mentre mi alzo il pantalone e rindosso la maglia, l’infermiera mi fa una confessione un po’ scomoda: <<Non è la prima volta che vedo quel marchio>>

<<Per caso il figlio del dottore? Ne aveva uno pure lui?>> le domando mentre lentamente cerco di rialzarmi dal suo letto.

Un secondo di silenzio e poi mi guarda <<Che cosa sapevi di lui?>>

<<Intendi prima che morisse o dopo che il dottore mi ha chiarito un po’ le idee?>> domando restituendole lo sguardo <<Entrambe le cose>> mi risponde mentre getta la siringa in un cestino.

<<Quando era un mio obiettivo sapevo che era un mercenario filo-terrorista che aveva fatto accordi con fazioni criminali pronte ad attuare un blitz ai cittadini di questo paese. Dopo aver incontrato il dottore ho capito che Jan non era altro che una vittima di questo marchio…proprio come me>>.

Silvie prima resta un attimo ad osservare il mio sguardo sincero, poi va nel bagno a sciacquarsi le mani e quando torna da me mi porge la mano destra e mi invita a seguirla <<Vieni, andiamo a mangiare qualcosa. Dopo tre settimane di coma ci vuole una vera cena, che ne pensi?>> mi domanda mentre mi aiuta a camminare dritto <<Penso sia un’idea brillante>>.

Tre mesi e ventuno giorni. Il tempo passa ed io sono ancora qui. Il rifugio è diventato un po’ casa mia e le storie che contiene questo palazzo hanno colorato le mie giornate, fra amicizie nuove e legami rinforzati.

Il dottor Harbe è risultato essere la migliore persona che abbia mai conosciuto in tutta la mia vita. Ieri durante l’ultima terapia motoria mi ha fatto una domanda un po’ scomoda, la classica domanda che probabilmente mi faccio ogni giorno da quando ho memoria: <<Billy ma si può sapere quanti anni hai?>>.

Il silenzio ha colmato la scena, ho puntato gli occhi al cielo tentando di fare un po’ di conti. Lui invece non ha voluto insistere ed ha cambiato discorso <<Fondamentalmente a chi interessa? Facciamo una cosa: posso svelarti quanti te ne darei?>> l’ho guardato confuso per un attimo e poi ho annuito con la testa <<Io dico che ne hai appena diciotto, anzi, sono sicuro che domani è il tuo compleanno e compirai diciotto anni>>. Che bella cosa mi ha detto quel uomo.

Oggi compio diciotto anni e non so quanta valenza possa avere questa informazione: per me è una sorta di nuovo punto di partenza. Come se la vita si azzerasse da ieri e abbia la possibilità di ripartire dai miei diciotto anni.

Mi ha detto poi <<Domani non appena sei pronto passa in ufficio da me. Voglio mostrarti una cosa>>.

Ed ora preso dalla curiosità sono davanti la porta del suo ufficio.

Non appena nota la mia presenza mi fa cenno di entrare e di accomodarmi sulla sedia di fronte la sua scrivania.

<<Buon compleanno Billy!>> e mi consegna un pacco incartato rettangolare. Non appena nota la mia faccia sconcertata mi suggerisce <<Di solito ai compleanni si ricevono regali…avanti! Scartalo!>> tolgo la carta ed apro la scatola in alluminio e dentro c’è un pugnale affilato Rambo.

Lo afferro e mi specchio nella lunga lama poi cerco risposte <<Ha bisogno di una guardia del corpo?>>

<<Mi basta sapere che tu abbia tutte le capacità per difendere il tuo di corpo. Una volta che non ci sarò più io a difenderti>>.

Quasi sembra di rivivere un flashback. Quasi inizio a farci il callo, non vorrei farlo.

D’altro canto comprendo il dottore e le sue parole. Ora sono guarito e continuare ad essere ospite del shusa potrebbe mettere in grave pericolo sia lui che tutto ciò che insieme ai suoi avi è riuscito a creare.

Ognuno merita una seconda possibilità. I miei nemici, però, fanno paura a chiunque qui dentro.

<<Cosa ti preoccupa?>> mi domanda non appena nota il mio sguardo perso e pensieroso <<Non so dove andare dottore>>, lui sbuffa quasi incredulo di ciò che dico <<Billy ma cos’hai capito? Io non voglio che tu faccia le valigie oggi. Non ti ho mica curato per poi darti un calcio in culo e mandarti in mezzo ad una strada. Voglio soltanto che tu inizi a progettare qualcosa: una partenza, una vita nuova, un posto dove puoi finalmente sentirti a casa e mettere radici>>.

<<Questo un po’ mi spaventa dottore>> gli confesso mentre continuo ad osservare il pugnale <<Ed è giusto che sia così…>>.

Fa poi un grosso respiro come se cercasse un punto di partenza per raccontarmi una storia <<Quando sono arrivato qui, ricordo a malapena che avevo la tua stessa età. Mio padre mi odiava e sai perché? Per questo…>> si alza la manica della maglia per mostrarmi un tatuaggio con su raffigurato uno scorpione blu <<…questo marchio rappresenta essere dalla parte del torto. Essere dalla parte di chi vuole la guerra per il bene del proprio popolo. Questo tatuaggio ha portato sulla mia coscienza decine di cadaveri, se non centinaia. Quando sono tornato qui, quel sant’uomo di mio padre poteva benissimo cacciarmi via. Consegnarmi alla legge. Ma non lo ha fatto. Mi diede un camicie e mi obbligò a stargli dietro ogni singolo secondo della mia vita…>>.

Prende una pausa e poi continua il suo racconto <<Ho avuto la possibilità di cambiare e l’ho fatto. Ho iniziato a pensare che il miglior modo per scontare la mia punizione era quella di salvare la vita alle persone. Ho iniziato a dimenticare i morti. I miei morti. Ho incominciato a credere nella vita e nella possibilità di aiutare le persone proprio come me…>> si accende una sigaretta, si alza e si appoggia sulla scrivania accanto a me <<…sai però quando ho finito di scontare la mia pena? Quando ho compreso finalmente le parole di mio padre in quel giorno in cui tornai al rifugio shusa. Sai che mi disse?>> con la testa improvviso un no << Mi disse che il suo rifugio aveva un nuovo componente da quel giorno ma che non era suo figlio>> confuso lo guardo e domando <<Per quale motivo Doc?>>, lui aspira un tiro di sigaretta, resta per un attimo ad osservare il pavimento e poi <<Perché suo figlio era morto quel giorno in cui si tatuò questo marchio. La mia pena fu rivivere quelle stessa scena in cui però il padre ero io. La mia punizione è stata perdere un figlio, ma non perché gli hanno sparato al volto, ma perché, proprio come mio padre, per aiutare il mondo, ho dimenticato di stare accanto a chi ne aveva realmente bisogno>>.

Fino a quel momento il dottore non si era mai aperto con me così tanto <<Sono stato io…>> gli dico a bruciapelo senza pensare <<…io ho ucciso Jan. Mi dispiace tanto e so di aver sbagliato nel dirtelo soltanto adesso…>> il dottore però invece di stupirsi blocca le mie parole con un lungo “shhh”.

Poi afferra il coltello dalle mie mani ed inizia a maneggiarlo con cura e professionalità <<Lo sapevo dal giorno in cui ti ho raccolto a terra sanguinante. Ho preso io il corpo di Jan. Ho estratto io il colpo della tua magnum nella poca parte di volto che gli era rimasta. Sapevo benissimo chi era e cosa rappresentasse il tuo marchio. Questo però non cambia nulla. Te l’ho detto mio figlio era già morto, ma solo per colpa mia>>.

Annuisco con la fronte, pensando vivamente a tutto ciò che il dottore mi aveva appena detto. Il dottore poi mi riconsegna il pugnale e dice <<Ora vai in camera tua Billy. Nascondi bene il mio regalo. Ci vediamo tra mezz’ora esatta in mensa per il pranzo, Silvie ti ha preparato una torta al ciocco…ops. Forse non dovevo dirtelo>> sorridiamo entrambi e poi cerca di tutelarsi <<Non fa nulla. Tu cerca di fare una bella faccia stupita quando la vedrai>>.

Chiudo il mio regalo per bene e torno in camera mia.

Ad attendermi però c’è il regalo più grande. Seduto sul mio letto mi guarda con il suo unico occhio e mi chiede cortesemente di chiudere la porta alle mie spalle.

<<Che cazzo ci fai qui?>> domando mentre afferro il coltello nella scatola

<<Chiudi la porta e ti spiegherò tutto. Non sono qui per farti del male>>.

Chiudo la porta ed attendo spiegazioni. Si alza dal letto ed inizia il suo discorso chiamandomi per nome <<Billy!>> ed io gli rispondo <<Seven! Hanno mandato te per controllare se il lavoro di Sean è stato fatto bene?>>

<<Sono stato io ad offrirmi volontario. Sapevo per certo che se fossi stato ancora vivo, l’unico posto in cui ti avrei rivisto era questo rifugio. Conosco il signor Harbe da tanto tempo e già da qualche mese mi aggiorna sulla tua salute>> mi confida mentre si avvicina alla finestra incrociando le braccia, come al solito, dietro la schiena.

<<Sì ma perché tutto questo interessamento?>> gli domando in cerca di risposte sensate

<<Perché te lo dovevo. Però prima di spiegarti ciò, voglio raccontarti un’altra storia>>

<<Quale?>> chiedo nervoso

<<La mia…>> confessa e continua a guardare fuori dalla finestra <<…la mia carriera, devi sapere, ha i suoi albori in un corpo che non ha nulla a che fare con la MoW, anzi. Solo a ventun anni entrai a far parte nella sezione investigativa dei servizi segreti internazionali. Proprio in quegli anni mi capitò sotto il naso il caso di un insolito gruppo terroristico che sfruttava minorenni per attuare azioni strategiche che come unico obiettivo aveva: rubare denaro e armamenti in vari arsenali e tesoriere sparse per il mondo. Dopo un anno di indagini riuscii a trovare una pista, e catturai un uomo di quel gruppo. In quel giorno conobbi anche il tuo dottore perché il criminale catturato in questione, ebbene sì, era suo figlio. Grazie a Jan inquadrai il loro sistema di reclutamento, al loro tipo di addestramento e soprattutto riuscii ad individuare la loro base. Tutti i pronostici per un gran successo che, purtroppo, non avvenne. Una settimana dopo la cattura di Jan Harbe, nel mio ufficio venne recapitato un pacco. In quel pacco c’era un video. Tornai a casa ed iniziai a vederlo. Da quel momento la mia vita cambiò totalmente. Scoprì che la MoW aveva catturato mio figlio, scoprì che egli stesso ne era membro dall’età di quindici anni. Mi minacciarono. Mi diedero quarantotto ore. Dovevo lasciare i servizi segreti. Rinunciare alla mia vita. Rinunciare al caso e bruciare le prove trovate. Ed infine giurare fedeltà alla loro fazione>>.

<<E tu hai mollato tutto come un vigliacco solo per aiutare quel cazzone di tuo figlio?>> gli domando con fare adirato

<<Sì! Oltretutto conosci la loro natura. La nostra natura. Non si sarebbero mica arresi. Avrebbero ucciso David e magari rovinato la mia carriera facendo arrivare ai servizi segreti un mio legame con loro. Mi avrebbero poi trovato in capo al mondo per togliere di mezzo anche me. A quel punto ho dovuto essere lucido, e presi la decisione più facile>>.

<<Una storia interessante ma non comprendo cosa c’entra la tua vita con la mia?>> chiedo ulteriormente confuso

<<E’ giusto che tu sappia che non sei l’unico. L’unico ad essere stato sparato alle spalle. Voglio solo che possa fidarti di me e di quello che sto per dirti>>.

Fidarmi di lui? E’ più probabile che mi tagli la gola in più punti da solo.

Dalla sua tasca caccia una busta e me la consegna <<Che cazzo è questo?>> chiedo volgarmente

<<La tua prossima destinazione. Se vuoi salvare la tua vita e quella delle persone a cui ti sei affezionato qui dentro devi fare in modo che non nascondono nel loro rifugio un criminale come te. Dentro ci sono tutte le informazioni necessarie per giungere alla destinazione. Ad attenderti ci sarà un mio contatto che potrà darti la chance, una vera opportunità, di ricostruirti una vita>>.

<<Quando dovrei ripartire?>> domando guardando la busta

<<Quando vuoi…fai la tua scelta. Puoi benissimo scegliere di restare qui, mettere in pericolo la vita delle persone che ti hanno permesso di continuare a vivere. Oppure hai la possibilità di ricominciare daccapo>>.

Quasi sembra un’alternativa invitante, eppure so con certezza, l’inganno deve pur esserci <<Dov’è la truffa Seven?>> domando senza peli sulla lingua

<<Non c’è nessuna truffa è solamente un insolito bivio tra bene e male>>, poi prende una sedie e mi si accomoda davanti, quasi come se volesse farmi una confessione <<Quelli come noi non nascono per accontentarsi di una vita tranquilla. E’ inutile attaccarsi all’idea utopica che il benessere, la felicità siano cose realizzabili. Finche’ siamo noi umani a governare questo pianeta nulla può essere sano. Quelli come noi sono costretti a fare il lavoro sporco per permettere alle persone ad esempio di questo rifugio di credere che questa felicità esiste. Tu sei una macchina da guerra, uno stratega dai mille volti; pratichi le arti proibite, conosci le armi meglio di chi le produce e pretendi di restare in questo rifugio ad improvvisare una vita serena che non hai mai voluto. Fammi il piacere. Da un momento all’altro avresti potuto afferrare quel pugnale nella scatola e farmi fuori in meno di trenta secondi, eppure non lo hai fatto…>>

<<Smettila!>> interrompo il suo monologo violento. Ho ascoltato, ho riflettuto nel durante ma ora sta a me parlare. Pensandoci però, la mia voce si strozza per un attimo e l’unica cosa che riesco a dire è <<Dove sono diretto?>>.

Seven si alza dalla sedia e quasi sorride sapendo che ogni sua singola parola aveva ragione <<Da dove tutto ha avuto inizio. Quando deciderai di partire, segui le istruzioni nella busta e nel giro di una settimana sarai a Napoli>>.

<<Perché di nuovo Napoli?>> domando mentre guardo ininterrottamente la busta

<<Il perché lo scoprirai da solo. Ora devo andare. Spero di rincontrarti in futuro Marshall. Magari nell’ultimo giorno della mia vita. Morire per mano tua sarebbe un onore>> poi mi guarda per l’ultima volta mentre piega la maniglia della porta per andarsene per dirmi soltanto <<L’umanità non merita il bene>> e voltandosi va via.

Ora di pranzo e le finestre della mensa sono totalmente chiuse e sembra non esserci nessuno. Mentre cerco di comprendere la totale assenza di tutti, nel buio inizio ad intravedere qualche profilo nascosto. Si accendono le luci e tutti saltano dalla gioia urlando “Auguri”.

<<Cosa significa?>> domando non trovando alcun senso alla situazione

<<Vuol dire che ti abbiamo fatto una festa a sorpresa>> risponde il dottore <<l’idea è venuta a Silvie. Voleva che per una volta festeggiassi il tuo compleanno. Ha preparato un pranzo completo ed anche una torta al cioccolato. Non sei contento?>> in questo momento proprio non so a cosa pensare. Le parole di Seven rimbombano nella mente come scariche di AK-47 nella nebbia.

Abbozzo un sorriso e tento il tutto per tutto per godermi un attimo di relax in questo presente. Abbraccio Silvie e la ringrazio sussurrandole in un orecchio un preparato “grazie, non dovevi”.

Finito il pranzo però il dottore prende dalla dispensa una bottiglia di vino. La versa nei bicchieri e offrendomi un calice mi dice <<A questo punto di solito il festeggiato dovrebbe dire due parole>> e tutti gli altri in coro iniziano ad urlare <<Sì! Meritiamo un discorso!>>.

Per rispetto del loro volere mi alzo addirittura in piedi e porgendo il calice verso loro cerco di improvvisare parole <<Sono felice di essere qui oggi. Anzi sono fiero di aver conosciuto persone come voi che, rischiando la pelle, hanno avuto tanto cuore nell’aiutare una persona come me…>>, inspiro lentamente e poi riprendo <<…domani parto. Voglio rimettere nuovamente la mia vita nelle mie di mani. Sento che se resto qui, non avrò l’opportunità di ricominciare, quella opportunità che stesso voi mi avete dato>>, poi abbasso lo sguardo e concludo dicendo <<Detto ciò…brindo a voi!>>.

Il dottore si alza e mi sorride e propone un altro brindisi <<Ad una nuova vita!>> e finalmente beviamo.

Silvie, immobile, non smette di guardarmi senza pronunciare parola finché il dottore non attira la sua attenzione <<Silvie! Perché non prendi la torta adesso?>> lei ancora sbigottita ritorna in sé e si alza con un volto più che deluso.

Finito in fantastico pranzo torno in camera mia. Il tempo di riposarmi un po’ ed è già tramontato il sole.

Prendo una sacca riposta nell’armadio e ci infilo quel poco che mi basta per sopportare il viaggio. Prendo poi la busta e la nascondo in una tasca posta sul lato destro della sacca.

Decido poi di ammazzare il tempo facendo una cosa che forse non ho fatto mai nella vita: scrivere una lettera. Voglio scrivere una lettera per Silvie; merita in un certo senso una spiegazione più approfondita.

La ripongo poi nel cassetto della mia scrivania e senza nemmeno cenare decido di andare a dormire direttamente.

Non faccio in tempo a prender sonno che la porta improvvisamente si apre.

<<Dormivi?>> mi domanda Silvie

<<Non ancora, entra!>>

Si avvicina al mio letto e si siede accanto a me <<Volevo solo dirti che iniziavo ad abituarmi alla tua faccia buffa>>

<<Sei venuta per dirmi solo questo?>> le domando immediatamente

<<No! In realtà volevo chiederti se posso dormire con te?>>

Il silenzio improvvisamente cala. Accendo la luce per guardarle il volto, poi la rispengo e nel buio la abbraccio. Non appena i nostri corpi sono stesi a contatto, le nostre labbra involontariamente si toccano per dare inizio alla generazione del caos.

Come umani primitivi sentiamo sui nostri colli l’eccessivo calore di indossare abiti. Ci spogliamo con la foga di incrociare i nostri corpi in continuo desiderio l’uno per l’altro.

Sopra di lei inizio a baciarle il seno ed il suo ansimo fa da sottofondo alle sue mani che impastano la mia schiena.

Belve tentano di fare l’amore riuscendo a dare tutto in un solo attimo.

Silvie si risveglia da sola con la testa sopra ad un foglio di carta posto sotto al cuscino.

Cerca di fare mente locale ed inizia a leggere lentamente:

Cara Silvie,

Se starai leggendo questa lettera vuol dire che io sarò alle prese del mio lungo viaggio. Ci sono tante cose che avrei voluto raccontarti: dal mio passato, ai miei interessi, fino all’ammirazione che ho sempre avuto nei tuoi riguardi.

Non puoi neanche immaginare quante volte, nascosto nella mia camera, ho immaginato di poter vivere una vita serena e facile, semplicemente avendo te al mio fianco. Perché a differenza di tante persone, tu sei sempre stata capace di vedere il meglio, anche se poco , che c’è in me.

Non posso però di certo continuare a nascondermi nella mia camera a fantasticare.

Merito di inseguire quello che sono anche se, per ora, vorrei solamente perseguire ciò che vorrei essere.

Mi hai insegnato tanto e spero un giorno di poterti ripagare nella migliore forma a mia disposizione. Non riuscirò a dimenticare mai il tuo profumo, come non scorderò mai la tua bocca che ha saputo far sorridere per un po’ la mia amara vita.

Ti abbraccio immensamente

B.T.K.

<<Signore dove la porto?>> un tassista prende la mia valigia mentre, io assolto dai pensieri, sento il profumo di una città che pensavo di non rivedere mai più.

<<Viale Margherita numero 66>> gli rispondo mentre leggo un indirizzo da un bigliettino da visita

<<Subito. Vi avviso...>> mi dice mentre si accende una sigaretta e con un occhio guarda verso di me e con l'altro è attento sulla strada <<a quest'ora ci sarà un traffico assurdo. Anche se conosco una scorciatoia che non "piglia" mai nessuno. Ma comunque ci vorrà una ventina di minuti.>>

<<Nessun problema. Colgo l'occasione, mi gusterò un pò le strade della città>> rispondo mentre mi affaccio al finestrino

<<La prima volta a Napoli?>> mi domanda il tassista, stavolta però guardandomi dallo specchietto retrovisore

<<No! Ci sono nato in realtà. Ma è da tanto che non tornavo>> rispondo mentre mi accendo una sigaretta

<<Eh! Allora conoscete già la magia?>>

<<Cosa intendete?>> domando al tassista

<<Dovete sapere che io oltre portare il taxi ho la passione di scrivere storie, e soprattutto sulla mia città. Una volta mentre ero seduto su uno scoglio a Via Caracciolo e vedevo tutta l'estensione del mare, nella sue perfezione, scrissi una storia sul perché, una città così, fosse costretta a convivere con le sue sfortune.>> interrompe per un attimo il suo racconto per urlare parole non dolci ad un'autista che gli taglia la strada in maniera molto pericolosa

<<Dicevo...(un attimo di pausa)...ah sì!>> mi guarda dallo specchietto retrovisore come se mi stesse raccontando una storia unica

<<Mi sono dato una spiegazione e mi sono convinto che Napoli è vittima di un sortilegio di qualche uomo oscuro. Invidioso della perfezione del nostro patrimonio, di questo popolo così ottimista. Questo sortilegio ha distorto le menti di alcune persone che hanno inventato la criminalità organizzata e che, ancora oggi deturpano la bellezza eterna del nostro paese>>

<<Non è un po' immaturo dare la colpa ad una figura fantastica come quella di uno stregone?>> domando mentre spengo la sigaretta in un posacenere posto vicino la portiera

<<Sì lo è! Ma fa anche meno male>> mi risponde mentre ora è lui ad accendersi una sigaretta

<<Se posso rincuorarla leggermente posso dirle che esiste un sortilegio in ogni piccola parte del mondo e se quello stregone tanti anni fa ha iniziato a lanciare un piccolo sortilegio per un piccolo paese come Napoli, il resto del lavoro lo hanno compiuto gli umani. Il mondo, amico mio, è vittima di un'epidemia che si chiama umanità!>>

<<Avete ragione amico mio! E scusatemi, cosa vi porta qui di nuovo?>> mi domanda mentre la radio del taxi inizia a dare delle coordinate

<<Affari>> rispondo mentre intravedo dal finestrino il lungomare in tutta la sua estensione

<<Dovete essere un uomo importante, se alloggiate al 66>> chiede il tassista curioso

<<In realtà il soggiorno mi è stato offerto, perchè cosa c'è al 66?>> domando

<<Una villa storica chiamata "Villa Ada". Apparteneva ad una famiglia aristocratica dell'ottocento, pensate un po’. Due anni fa però è stata venduta ad un associazione multimilionaria che organizza eventi di fama nazionale ed internazionale. Non siete il primo che accompagno nella residenza Ada. Di solito sono primari, giudici, attori importanti. Voi sembrate così giovane. Cosa fate nella vita?>>

<<Mi occupo di pulizia>>.

Il tassista per un attimo non comprende la mia occupazione e lo dimostra soprattutto il suo silenzio che però non dura tanto

<<In che senso scusate?>> mi domanda mentre cerca di superare il semaforo di un incrocio prima che si faccia rosso

<<Amico mio! Vorrei tanto illuminare la vostra curiosità. Comprendo il fatto che il vostro lavoro si basa su un principio di conoscenza delle persone. Conoscere tutto di loro nel minor tempo possibile e condividere questa conoscenza poi con i propri colleghi che poi lo racconteranno alle loro mogli, che lo diranno alle loro amiche, che lo diranno ai loro mariti. Oggi, però, non appena tornerà dai suoi colleghi, dirà loro che un giovanotto, come mi avete appena chiamato, non ha voluto raccontarmi la sua vita perchè è convinto che i segreti rendono gli uomini, uomini potenti.>>

Il tassista impietrito, preso dall'imbarazzo, si accende un'altra sigaretta nel tentativo di non mostrare tale imbarazzo.

Il resto del viaggio, circa una decina di minuti, lo passiamo entrambi in silenzio. Finché finalmente giungo a destinazione.

All’entrata della villa un uomo si avvicina alla mia valigia e mi chiede con tono sicuro << Ha un biglietto?>>

Gli porgo il bigliettino da visita, l’uomo lo volta e sottovoce legge un numero posto nell’angolo a destra del bigliettino. Afferra il walkie talkie, preme con forza il pulsante sulla destra e riferisce << il 1023 è qui>>.

All’improvviso il cancello enorme dell’entrata si apre ed il fantomatico guardiano dell’entrata con una manciata di soldi paga il tassista e poi mi invita a seguirlo.

Oltre il cancello c’è un lungo corridoio contornato da una fantastica cornice floreale. Querce, abeti, pini ed un silenzio tombale in cui gli uccelli possono esprimersi liberamente.

Il guardiano non parla. Porta il mio borsone in silenzio e muove solo il capo per controllare la villa in tutta la sua immensità. Mi fa poi un cenno con la mano indicandomi un gazebo bianco ad una cinquantina di metri da noi <<Signore! può attendere sotto quel gazebo l’arrivo di un mio collega che la condurrà alla stanza dell’incontro. Io sarò lieto di portare la sua roba al sicuro>> poi si allontana da me dopo avermi augurato <<Buona giornata e spero che il suo soggiorno qui sia dei migliori>> e va via.

Mi accomodo sotto al tendone del gazebo. Alla mia destra c’è una tavolata ricca di vivande. Accanto al mio tavolo, una coppia di anziani, consuma una pasta fresca in due sorseggiando lentamente un thè in una tazza di ceramica bianco perla. Su un altro tavolo un signore sulla quarantina taglia la punta di un sigaro, lo accende ed inizia a sfogliare un giornale. Notizia in prima pagina: "la guerra dei tre clan è iniziata".

Ad angolo, poi, della tavolata, un uomo vestito completamente di nero, ha un auricolare collegato all’orecchio destro ed ogni lasso di tempo preciso comunica -penso alla postazione centrale di guardia- che alla postazione 6 è tutto ok.

<< Sai cosa pensano le persone ogni volta che entrano in questa villa?>> un uomo improvvisamente, seduto dietro di me, mi rivolge parola e continua a parlarmi <<allora il paradiso esiste!>> e sorride leggermente.

L’uomo non avrà più di 25 anni ed ha una capigliatura disordinata bruna ed un ciuffo che gli copre quasi totalmente la lente destra degli occhiali da sole.

<< La seconda cosa che invece pensano è: per avere tutto questo il proprietario o è un boss mafioso o è un narcotrafficante o è un corrotto. Diventa una sorta di ossimoro esistenziale. Il concetto sta nel fatto che il paradiso per la gente si può costruire solo essendo diavoli…>> si prende poi una pausa per dare una boccata ad una sigaretta elettrica e conclude dicendo <<...ed hanno ragione!>> e sorride con la bocca chiusa, cacciando fumo dal naso.

Mi mostra poi una bottiglia di vetro << Whisky?>> e rifiuto agitando la mano destra <<Lo sa che il whisky si gusta meglio fresco, senza ghiaccio e di mattina? La luce del Sole gli dà compattezza e volume ed il gusto diventa acceso e intenso. La notte è fatta per mescolare e tracannare ma i veri intenditori gustano di giorno l’alcool>>.

L’uomo si sposta per accomodarsi alla mia destra e mi domanda << Sai perché sei qui...Billy?>> conosce il mio nome e, dalla sicurezza che mostra, conoscerà sicuramente anche chi me lo ha dato.

<< Onestamente no! Qualcosa, però, mi suggerisce che non è per nulla di buono>> rispondo mentre prendo il mio pacchetto di Lucky Strike rosso morbido.

<< Dettagli Marshall, dettagli. Io sono solo la persona che cerchi da una vita intera. Puoi vedermi come un potente, come un criminale, come un amico ma preferirei che mi guardassi come una guida>>

<< Una guida? Ne ho viste tante, ma una guida di sicuro non l’ho mai avuta>> rispondo

<< Tutti hanno avuto una guida: Alessandro Magno aveva Aristotele, Jung aveva Freud, persino Dante aveva il suo caro Virgilio>>

<< E chi è stata la tua guida?>> domando mentre spengo la sigaretta

<< La mia guida è stata la volontà >> risponde con un fare un po’ spavaldo e poi continua <<Quando avevo la tua età mi ero appena diplomato in uno dei migliori istituti scientifici della zona e avevo solo voglia di realizzarmi, di laurearmi in ingegneria e di trovare poi un’occupazione all’estero per costruire prototipi elettronici per salvaguardare l’ambiente. Bum! 110 con tanto di lode ed una borsa di studio per una fase di ricerca nei dipartimenti specializzati nella Silicon Valley in America>>

<<E poi cosa è successo?>> gli domando

<<Solo successi. Specializzazione a pieni voti, quattro brevetti finanziati da esponenti del settore, un’azienda di produzione con il mio nome con una filiale qui, nella mia città e per concludere il matrimonio dei miei sogni con la donna dei miei sogni>> all’improvviso si ferma guardando un punto morto alla mia destra e dà un’altra boccata alla sigaretta elettronica.

<<Quindi tutto questo è stato costruito con la tua volontà?>> la domanda sorge spontanea

<<No! Perché non fu questa la mia vera volontà. Ho realizzato la mia vera volontà molto più tardi>> prende poi dal tavolo un ritaglio di giornale e me lo mostra. Sulla prima pagina un titolo a carattere cubitali cita “Donna uccisa con 27 colpi d’arma da fuoco. Un’altra esecuzione della Macchia Nera”. Dopo aver letto qualche riga dell’articolo, l’ingegnere ricomincia con il suo racconto.

<< Un giorno, su appuntamento, si presentarono due uomini in giacca e cravatta dallo stile un po’ barocco, una sorta di eleganza costretta e volgare. Dissero di essere uomini d’affari. Di lavorare per una società egemone. Posarono due valigette piene di cash ed azioni bancarie. Una sorta di Re Magi che in cambio richiedevano la mia conoscenza e la mia fama. Feci un paio di ricerche, pagai qualche uomo per avere risposte e poi venni a conoscenza dell’amara verità: la Macchia Nera voleva rinascere attraverso l’imprenditoria e l’economia. Un uomo del mio calibro però non poteva cadere così in basso ed allearsi con persone del genere e rischiare anche la galera. Questi uomini, però, presero questo rifiuto come una vera e propria sfida ed iniziò un circolo vizioso. Iniziarono le lettere minatorie, le telefonate nel cuore della notte. Uomini senza timore picchiarono a sangue gran parte dei miei dipendenti e mentre imprecavano e chiedevano il perché di cotanta violenza, loro rispondevano: “ E’ colpa del tuo capo!”>> prende un’altra pausa e si toglie gli occhiali da sole mentre versa nel suo bicchiere un altro quarto di whisky.

<< Poche ore prima della pubblicazione di quel articolo di giornale che tieni tra le mani accadde l’impossibile: mi presero alle spalle nel buio di un parcheggio, mi riempirono di botte in uno stanzino abbandonato sul porto, ed infine, entrarono in casa mia, mi legarono ad una sedia e mi costrinsero a tenere gli occhi aperti mentre scaricavano un caricatore intero di una calibro 22 sul corpo sanguinante di mia moglie. Quella notte conobbi la paura ma anche il suo limite. Realizzai poco di tutto ciò che mi stesse accadendo. Dopo la mia squallida deposizione alla polizia entrai nel primo bar, ordinai un caffè e sfogliai un giornale. Stracciai la prima pagina e compresi che qualcosa stava nascendo in me. Dall’interno del mio organismo bruciava come lava e sobbalzava nella mente come una palla di piombo che volteggiava in ogni parete del mio cranio. La mia volontà in quel momento fu di utilizzare la mia conoscenza per aiutarli, per guidarli, per condurli verso una fine tragica.

La criminalità nasce dall’ignoranza e cresce in essa come un batterio, un parassita. La mia conoscenza, il fulcro del loro interesse, divenne il principio della loro distruzione.

Realizzai una mia tesi al riguardo: il mondo è retto da una massa ignorante che, nel terrore, trova l’unica via possibile per crescere ed evolversi. Eppure i veri criminali, i più letali, sono coloro che coltivano una conoscenza e crescono con essa. Gente come me potrebbe mettere in piedi un’azienda criminale basata sull’imprenditoria e la strategia ed in poco tempo spazzare via la merda che invece crede di tenere in mano città come la nostra. La mia volontà nacque proprio da questo concetto e tutto ciò che ti circonda è stato acquistato da essa. Il paradiso, amico mio, è di chi scaglia la prima pietra, ma lo fa con intelligenza>>.

L’uomo dopo tutto il discorso riprende l’articolo di giornale, lo piega e lo infila nel taschino a destra della sua camicia. Riprende gli occhiali da sole, sposta il suo ciuffo e poi mi chiede di seguirlo.

Percorriamo un lungo viale e giungiamo dinanzi una porta blindata nascosta dall’ombra di un enorme quercia. L’ingegnere alza lo sguardo verso la telecamera posta in alto e la porta si apre. Dietro di essa una scala a chiocciola che dà in un seminterrato. Entra in un cancelletto e dopo un piccolo corridoio giungiamo in una sala comune.

Ad attenderci ci sono tre uomini e l’ingegnere inizia con le presentazioni

<<Ragazzi! Vi presento l’uomo che stavamo aspettando, lui è Billy, e loro -parlando con me- sono Startup, Ammo e Zero Negativo. Ognuno di loro ti aiuterà durante il tuo percorso>> i ragazzi si alzano a turno per stringermi la mano e darmi il benvenuto.

L’ingegnere poi mi illustra le qualità di ognuno. Laureati con i massimi punteggi hanno scelto di lasciare i propri lavori per dedicarsi alla volontà del’ingegnere. Il primo è un’economista che gestisce gli affari dell’azienda in investimenti nazionali ed internazionali <<E se volesse -dice l’ingegnere- potrebbe fare affari anche con gli alieni>>. Il secondo è un ingegnere militare specializzato in armi da fuoco e di massa. Può vantarsi di ben venticinque brevetti finanziati da vari corpi speciali ed ha la passione di costruire accessori multifunzionali per le automatiche.

L’ultimo ma non ultimo è un ingegnere informatico specializzato nello spionaggio ed intercettazione. Nella sua area di lavoro gestisce ben ventidue computer per ottimizzare il lavoro e suddividere il materiale a fasce.

Un economista, un fanatico delle armi ed un hacker costituiscono il mio team. Il mio team? Io in tutto questo che compito dovrei ricoprire?

Prendo da parte la mente di tutto ciò e gli domando << Scusami ingegnere>>

<< Ingegnere? E’ così che vorresti chiamarmi per tutto il tempo che lavorerermo insieme?>> mi domanda con lo sguardo accigliato che intravedo da sotto gli occhiali da sole

<< Purtroppo tu conosci il mio nome ma io, oltre la tua volontà, non conosco nulla di te>> rispondo dubbioso

<< Il mio nome è Paolo ma tutti qui mi chiamano Hashtag!>>

<<Hashtag?>> domando

<< Sì! come un cancelleto collega i vari codici telematici del web io sono colui che gestisce e collega la mia volontà in tutti i settori che essa occupa>> poi si ferma un attimo e prende un mazzo di chiavi dalla tasca con un telecomando e me la consegna

<< Queste sono le chiavi della tua nuova casa. Da domani, se vorrai, sarai il mio braccio destro e userai la tua conoscenza per servirci>>

<< Le tue parole sono molto leggere e pulite. Con me però, hashtag, devi esser chiaro e spiegarmi, senza ne concetti e ne giri di parole, cosa cazzo ci faccio qui? Essere un braccio destro è un modo carino di dirmi che sarò il tuo sicario?>>

<< E qui che sbagli!>> mi interrompe subito <<non sarai mai il mio sicario ma il loro. Io sarò solo un tramite. Colui che prenderà i tuoi appuntamenti, colui che ti dà un tetto ed un ottima retribuizione e colui che ti darà l’equipaggiamento giusto. Io sarò solo il collegamento, il resto, sarai tu a farlo>> apre poi la mia mano e mi consegna il mazzo di chiavi e conclude dicendo << C’è una macchina nera parcheggiata all’ingresso della villa. Il telecomando a infrarossi vicino la chiave grande aprirà la macchina non appena sarai a meno di dieci metri da essa. Una volta dentro, apri il cruscotto e troverai la piastrina per metterla in moto. Accendi il navigatore e troverai impostato il percorso per giungere alla tua abitazione. Ti riposerai, ci penserai poi io ti troverò e tu mi dirai se sarai disposto a divenire il mio braccio destro>>.

Rifugio Shusa. Ufficio del Dottor Harbe. Un uomo entra armato e punta una calibro 25 alla tempia del dottore.

<<Non farmi perdere tempo Jan. Sai di cosa sono capace. So che è vivo e sono sicuro che tu sai dov’è. DImmelo ora o faccio saltare prima la testa ai tuoi dipendenti ed infine anche a te>>

Il dottore preso dal panico afferra il coltello posto ad angolo della scrivania e colpisce al polso destro l'uomo che, senza batter ciglio, afferra per il collo il dottore e lo sbatte al muro.

<< Anche se sei stato un elemento importante di una fazione terroristica e, le lame dei tuoi coltelli, hanno sparso sangue ovunque, ormai sei vecchio e la tua velocità è abbastanza intercettabile>> parte un colpo di pistola in direzione del polpaccio destro del dottore che urla <<Cazzo!>>.

<<Ho tre uomini posti all’ingresso ed altri due che hanno preso in ostaggio i tuoi ragazzi. Stanno attendendo un mio ordine di esecuzione. Ti prego. Non farmi perdere tempo. Dimmi dove cazzo è il ragazzo>> l’uomo dà un ultima chance al dottore.

<<E’ tornato in Italia ma non so dove precisamente. Lo so solo per caso. Mi avevano pagato solo per salvargli la vita, guarirlo e farlo rimettere in forze ma, tutto il resto, non deve riguardarmi, perché sai meglio di me contro chi dovrei schierarmi>>

<< La MoW? Ci sono loro dietro tutta questa storia?>> domanda l’uomo che ancora tiene per il collo il dottore.

<<Sei tu l’esperto in materia. Non sono mica io il detective della CIA. E’ tutto quello che so te lo giuro!>>

<< Lo spero per te dottore!>> lascia la presa <<Curati immediatamente. Quel proiettile ha fatto un lunghissimo viaggio e ti conviene estrarlo subito dalla coscia. Alla prossima dottore!>>.

10. Estinzione

Ricordo perfettamente la seconda volta che rividi Hashtag.

Preciso come un orologio svizzero, fu lui a trovarmi quarantotto ore dopo il nostro primo incontro.

Ero in un bar chiamato "il Professore", di fronte l'eterna e immutabile Piazza del Plebiscito.

Pronto per ordinare un caffè al bancone, quando, all'improvviso, un cameriere mi chiese

- Lei è il signor Marshall?

Situazione di panico. Riuscì a malapena a muovere il capo per annuire.

- Potrebbe seguirmi? il suo caffè le è stato gentilmente offerto dall'ingegner Sorrentino seduto a quel tavolo. Può accomodarsi lì. Le porterò il caffè a breve.

- In vetro cortesemente - e lo ringraziai con voce ancor tremante e mi accomodai accanto al gentilissimo ingegnere, totalmente preso a leggere un articolo su un quotidiano locale.

- Come hai fatto a trovarmi?

Gli domandai non appena poggiai il culo sulla sedia di vimini.

- Per cortesia! Realmente vorresti esordire in una conversazione con una domanda così stupida? Ti sei guardato intorno? Hai notato quanta bellezza in queste strade?

Rispose con gli occhi nascosti dietro il suo paio di occhiali da sole quadrate

- Risparmiami le tue cazzate da nozionista culturale. Guardandomi intorno in queste 48 ore ho solo contati i tuoi uomini spiarmi dalla bellezza di ogni fottuto vico di questa città - ribattei in malomodo ma cercando di mantenera la totale calma.

Chiuse il giornale e mi sorrise

- Volevo solo assicurarmi che non scappassi via. Tutto qui

- Dove cazzo dovrei andare? Non ho tutta questa grande scelta - risposi mentre il cameriere poggiò il vassoio sul tavolo con i nostri due espressi fumanti.

L'ingegnere prese una bustina di zucchero di canna, la aprì e la riversò nella sua tazzina di ceramica e, mentre girava il cucchiaino lentamente mi disse

- Forse, a primo impatto, non ti ho dato proprio una bella impressione. Tutto quel mistero, la villa, guardie incravattate. Avrai pensato: chi cazzo è questo che mi dà una macchina, una casa al centro di Napoli? - sorrise e poi aggiunse - Facciamo così! Ora mi accenderò una sigaretta ed io risponderò ad ogni tua domanda per tutta la durata di questa. Però, una volta che sarà spenta in questo posacenere, sarò io a porti delle domande - ed estrasse una Winston Blue dal pacchetto.

Il mio primo pensiero, onestamente, fu quello di rompergli il naso e, con un dritto, spaccargli gli occhialini da sole ciecandolo magari.

La razionalità, però, a volte, ti dà quella lucidità per metterti in guardia, soprattutto sulle conseguenze delle azioni. Compresi immediatamente che, in quel climax, stare al suo gioco era la migliore scelta.

Gli offrì addirittura l'accendino ed inizia con la prima domanda

- Precisamente, senza dilungarti e fare ottocento giri di parole, qual'è il tuo lavoro?

- Ottiman domanda! - rispose mentre il fumo gli usciva dalle narici - in poche parole, offro vari servizi a chiunque possa investire per esaudire i propri desideri.

- Ci risiamo. Sei poco specifico. Se traduco la tua risposta penso soltanto che hai un giro di prostitute

- Anche! Ma io preferisco chiamarle Escort

- Cosa cazzo cambia? - domandai guardandolo dritto il riflesso del mio volto nei suoi occhiali

- Hai presente quella storia di quella nota marca di orologi divenuta tale solo dopo aver quintiplicato il prezzo della sua merce? Con il business del sesso a pagamento è la medesima cosa. Lasciamo gestire le puttane ai papponi per pochi spiccioli.

Il business del piacere va trattato con i guanti e non parlo di quattro "luride" lasciate per strada che, spesso e volentieri, si lanciano nelle macchine dei poveri repressi per vendere i loro pompini mediocri a basso costo.

- Per te quindi basta aumentare il valore delle cose per renderle indispensabili? - domandai

- Ragazzo mio! C'è gente lì fuori che ha pagato la merda al grammo come fosse oro. Di che cosa stiamo parlando?

- Un'altra domanda. Io che ruolo dovrei coprire in questo business? - chiesi.

L'ingegnere si tolse gli occhiali ed improvvisò un sorriso

- Potresti sbarbarti e diventare una star (sorrise). Ma, onestamente, su di te, ho un progetto del tutto diverso.

- Spiegati meglio - dissi con insistenza

- Beh! te la espongo in maniera semplice e diretta: voglio estirpare la criminalità dalla faccia di questa terra e tu mi darai una mano.

- Io e quale esercito? - domandai sorpreso

- Io so per certo che tu, mio caro, vali molto più di un esercito - spense la sigaretta nel posacenere - Ops! tempo scaduto.

Tentò di interrompermi subito l'ingegnere

- Ora tocca a me fare le domande -

- Non ho finito! - dissi alzando leggermente il sopracciglio sinistro

- Ho finito io però - contrattaccò lui

- Credi sul serio che un coione disarmato e cinque uomini della sicurezza mi facciano paura? Se volessi, riuscirei a spezzarti il collo prima che uno di loro riesca solo a apensare di estrarre una pistola.

L'ingegnere ricambiò sol sorriso, un sorriso un po' nevrotico. Tirò un sospiro di sollievo per ritrovare la calma e poi mi domandò - Come hai fatto a contarne proprio cinque?

- Credevi fossi un principiante. Uno di quei criminali che vorresti far estinguere? Un elemento della tua ipotetica nicchia di opposizione? I piani di sicurezza, per la maggior parte, sono suddivisi tra agenti prefissati sul luogo e altri mobili nel piano d'azione. Tutti addestrati a gestire la sicurezza dell'area. Il fintissimo avvocato seduto al tavolino alla nostra destra, il finto ragazzo dei volantini, che, ogni minuto lancia occhiate strategiche verso di noi, e, il barbone sulla panchina di fronte, che, ha cambiato due volte posizione, forse per migliorare la visuale, sono gli uomini prefissati sul posto, mentre quei due al bancone del bar, sono gli agenti in movimento più ridicoli della storia.

Hashtag mi guardò stupito e, unendo le mani, un po' tremolanti, improvvisò un applauso ridicolo.

- Complimenti! - disse - però il barbone, se devo essere sincero, non è uno dei miei.

- Fanculo! Ti stai perdendo di nuovo in chiacchiere. Come cazzo conosci Seven? - iniziai ad adirarmi

- Ok! Adesso calmati. Tre anni fa fu lui a contattarmi. A quanto pare la CIA aprì un caso sulla mia organizzazione. Trovarono il modo di entrare in contatto con il sottoscritto e Seven riuscì ad incontrarmi ma, invece di arrestarmi e interrogarmi le sue intenzioni furono tutt'altre: mi disse che avrebbe occultato tutte le prove, fatto chiudere il caso se fossi riuscito a rintracciare un ragazzo minorenne da inserire in un esercito segreto.

- Poi? Cosa successe? - domandai

- Cercai di velocizzare le sue ricerche, consigliandogli dove avrebbe potuto trovare il ragazzo giusto e, a quanto pare, quel ragazzo è diventato un ometto e mi è davanti in questo istante.

Aggrottai nuovamente le ciglia pensando che avrei dovuto cavargli almeno un occhio solo per questo.

- Poi un mese fa ci rincontrammo, questa volta non aveva nulla con cui contrattare. Mi chiese un semplice favore: riportarti qui e farti lavorare per me. Fui cinico all'inizio, ma, ora come ora, penso che accettare è stata una delle migliori decisioni della mia vita. Geniale! - disse pensando ad alta voce.

Raccolse poi il suo cellulare e il suo pacchetto di sigarette morbide e si alzò dal tavolino mentre indossava la sua giacca beige.

- Comunque hai avuto quarantotto ore per pensarci. Sei con me? - mi domandò

- Ho altra scelta? - domandai guardandolo dritto negli occhi

- Ovviamente no! Ma posso assicurarti che non te ne pentirai - e con un cenno della mano mi invitò a seguirlo.

Ad attendere il nostro arrivo c'era un Suv nero cromato con le quattro frecce inserite.

Mi accomodai accanto l'ingegnere e lui cacciò dalla tasca interna della giacca una fiaschetta di metallo e, dopo un sorso veloce, me ne offrì il contenuto

- Un goccio di Jack?

- Non bevo whisky, grazie

- Sei un uomo dal palato dolce? Preferiresti un calice di un buon vino rosso? - chiese sorridendo

- Ovviamente no! Preferisco sempre una buona birra gelata, ma, dopo un caffè, neanche quella- risposi

- E sentiamo. Sei più per una fruttata o una corposa doppio malto amara? - chiese continuando a sorseggiare dalla boccetta

- Stiamo realmente affrontando una conversazione sulla birra?- domandai stupito

- Preferiresti parlare di donne? - chiese cercando il topic giusto per intrattenermi

- Preferirei non aver alcuna cnversazione. Potresti affezzionarti a me per poi rimpiangerlo- Risposi mettendo un punto netto alla discussione

- Cazzo! Mi piaci lo sai? - afferrò poi il cellulare ed effettuò una chiamata. Dall'altro lato

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