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Una storia di MirianaKuntz

La ragazza Apnea

storie di cuori in naufragio

Pubblicato il 18 febbraio 2018 in Storie d’amore

Tags: amore diversit dolore isola

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Ad un tratto si era capito cosa le era successo, qualcuno aveva preso tutta la sua forza e gliela aveva messa da parte: non per gentilezza come quando desideri qualcosa e ripassi a prenderla più tardi, quando avrai con te i soldi necessari, no, in quel caso c’era stato un gesto diverso, uno di quelli che ti strattona la maglietta e ti scuote da ogni cosa buona ed utile, come il coraggio, la forza e l’autostima, e ti lascia lì in panne, come naufraga su un ‘isola deserta, e ti dice – vivi- e tu non ricordi più come si fa.

Ecco, cosa le era successo davvero.

Elisa era naufragata su un’ isola che non aveva mai visto nemmeno su una cartina geografica, completamente in mezzo al mare, senza gole rocciose, o whisky sotterrato, senza pezzi di legno da rimettere insieme o un coltellaccio vecchio. Nulla. Lei da sola, in un posto in mezzo al niente, con sé stessa, solo con sé, ma con una –sé che non è più la stessa-

Il naufragio avviene sempre con qualcuno, se ci pensi, almeno col pilota nei casi estremi, ma se la vita ce l’ha su con te, farà di tutto per metterti al tappeto, e allora ecco che nasce il naufragio solitario, una dispersione inventata apposta per te, e quando anche il silenzio ti sembrerà ripetere – vivi- tu non avrai nemmeno le risposte giuste per difenderti.

Qualcuno l’aveva amata in ritardo, aveva realizzato tutto ciò che voleva, anche gli errori più disparati, e poi si era fatto vivo. Nel momento più evocativo e giusto, Elisa si era sentita –non adatta-

Aveva cercato di cambiare ogni vestito possibile, prima la gonna, poi la giacca, poi il vestito in tinta unita, e gli orecchini impegnati. Si era persino comprata delle scarpe nuove, che facessero rumore e facessero girare gli uomini ad ogni passo –volutamente non maldestro-(perché Elisa si impegnava a camminare bene). Aveva poi scoperto che ogni tentativo era stato vano, che non erano i vestiti il problema, ma magari i capelli: se li era fatti allungare, accorciare, arricciare, e poi tirare per renderli lisci come seta, li aveva messi da un lato, e sparati in alto con quintali di lacca, li aveva tinti e poi lasciati stare, perché in fondo non era nemmeno quello il problema. Quando poi si rese conto che in verità non era il –fuori- che stonava con la musica a tempo, ma era il –dentro- , si impegnò per essere più –accordata-.

Quando si svegliava al mattino cantava e faceva la scala diatonica, con sette intervalli, cinque toni e due semitoni. Ogni volta sembrava essere più brava, e ogni volta, con questi suoi cambiamenti a cadenza giornaliera, -lui- sembrava più interessato.

Fino a quando la sua vita, quella che già possedeva, non gli sembrò migliore, oltre ogni misura.

Fu così che lui andò via, e con sé portò il primo pezzo di Elisa, -il cuore- che non se ne stava più nel petto, e non se ne stava nemmeno più fermo in tasca. Era come impazzito e feroce. Un leone in una gabbia piccolissima, che tenta di fuggire.

CRAC. Solo un attimo, e resti senza cuore.

Quando lui si accorse di amarla, lei tentò di ritrovare il suo cuore, ma non si ricordava più dove l’avesse messo, e il cuore non sembrava voler tornare indietro.

Qualcuno l’aveva presa in giro.

Si sa che le persone diverse fanno più fatica a restare a galla senza essere derisi. Elisa amava nuotare all’aria aperta, ma tante volte se ne doveva stare di sotto, per non infastidire gli altri.

Apnea. La prima volta che lesse questa parola fu su un vecchio libro tenuto da parte. E’ quell’arresto volontario o patologico dei movimenti respiratori. Elisa non si muoveva più. Ferma nel suo angolo di mare ad acque profonde e assassine. Col fiato sospeso e i piedi sul fondo, a volte piangeva ma l’acqua nell’acqua non ha colore né profumo.

Così lei aveva perso il suo colore e il suo profumo, sotto le risate degli altri che la reputavano –svampita ed inutile.-

La sua apnea iniziò a manifestarsi anche fuori dall’acqua, in ogni momento lei era –la ragazza che non respirava- quella che ha il fiato sospeso, la bocca tappata, quella che non ride e non parla. Quella che se ne sta zitta e basta.

Qualcuno l’aveva sostituita.

Le ruote, le lenzuola, le pietanze, le stagioni: ognuna di queste cose cambia di continuo, ma non le persone. Le persone non hanno il cacciavite giusto per essere sostituite, tuttavia, spesso succede lo stesso. Accade così rapidamente che la chiave a becco squarcia profondamente lungo il fianco, senza preoccuparsi del dopo, i bulloni cadono per terra, la persona pure, e la prossima la rimpiazza nel suo spazio vitale.

Elisa sanguinava quando veniva sostituita, e questo le capitava di continuo. C’era sempre qualcuno migliore, qualcuno che sapesse cucinare meglio, qualcuno che sapesse cantare meglio, qualcuno che sapesse sorridere meglio. Qualcuno che sapesse amare meglio.

Malgrado –l’amore fosse non standardizzato- e non uguale per tutti, i più trovavano l’amore di Elisa troppo grande da contenere in una sola persona.

Quando la chiave a becco le sfiorava appena il fianco ormai ossuto, lei si lasciava cadere nel vuoto, conscia che di lì a poco sarebbe caduta di nuovo.

Qualcuno le aveva fatto del male.

Qualcuno senza volerlo, qualcun altro solo per gioco.

Perché i giochi degli altri restano sempre dei giochi, ma se sei tu a giocare allora forse sei solo –una cattiva persona.-

Si era pensato che lei fosse di gomma, che ogni cosa le rimbalzasse via: le spinte, gli schiaffi, i colpi di pistola persino. L’avevano usata come tira freccette, le avevano disegnato sulla faccia degli spicchi neri e bianchi e avevano lanciato le cose, ogni cosa possibile. Chi le colpiva la faccia nel centro guadagnava cento punti e si portava in vantaggio, mentre chi era meno bravo e colpiva solo all’estremità poteva godere di qualche punto basso, che inevitabilmente la facevano tremare lo stesso.

Più tremava più tiravano, più tiravano più lei si sentiva inutile.

Ad ogni colpo ricevuto era un passo verso un’idea precisa –la vita non è un affare per tutti- per qualcuno può essere una svendita svantaggiosa.

Fu in quel momento che le sembrò di perdere tutto: l’amore, la stima, l’orgoglio e anche l’amor proprio.

Aveva sognato per molto tempo qualcuno che si interponesse tra lei e le freccette, tra lei e la gente che ride, per respirare a pieni polmoni, per non essere più in apnea sotto il sole, aveva sognato che nel mondo non ci fossero più chiavi a becco, nemmeno una, e che qualcuno avesse una voglia disperata di –tenersi solo lei- senza comprare il modello più nuovo e funzionale. Aveva sognato per molto tempo che il suo cuore fosse solo scappato dal –suo vero amore- e quando quest’ultimo, anche se in ritardo , avrebbe fatto il suo ritorno glielo avrebbe consegnato in una scatola con un fiocco, dopo averne avuto cura, in tutto quel lunghissimo tempo.

Crac, a ritroso, di un cuore che torna al suo posto e torna a far rumore.

Su quell’isola deserta ci sarebbe stato un grande falò e un grande banchetto, un’armonia di chitarre e tamburi, e un fumo altissimo che avrebbe toccato le nuvole. Elisa si sarebbe addormentata ormai sfatta tra le sue braccia, dopo aver percorso ettari di acqua a bracciate fitte fitte, coi capelli bagnati e il mascara sciolto, nuda oltre i vestiti e le paure.

Un’ isola che esiste solo nella testa, che c’è, ma non c’è, che esiste ma non per tutti.

Un’ isola dove Elisa torna a ballare, mai più da sola.

La ragazza apnea che respira dalla sua pancia.

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