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Una storia di BettinaB

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Un treno per Giò

Noir. La verità illuminante che attraversa una madre.

Pubblicato il 07 luglio 2015

Quando Giò bussò alla mia porta erano le quattro del pomeriggio.

A dirlo era stato l’orologio a parete. La finestra era aperta e un leggero refolo di vento aveva fatto muovere in un suono leggero gli angeli di cristallo appesi al soffitto, sopra alla mia sedia a dondolo. Con un movimento del piede la bloccai. Non ricordavo da quante ore fossi lì. Era il 4 luglio, giorno dell’ottavo complimese di Olivia. Nello sforzo di sollevarmi dalla sedia, la vista mi si annebbiò e vidi sfocato il movimento del treno lungo la ferrovia. Inquadravo il passaggio dei treni nella cornice della finestra, Olivia e io ci passavamo il tempo a giocare: in primavera a guardare la pioggia battere su quelle schiene d’acciaio, poi mettevo il palmo della mano di Olivia sul vetro, e lei rideva.

In quel tratto di quartiere di Rifredi, i caseggiati correvano lungo i binari, prima della stazione, i treni muovevano tutto al loro passaggio. L’aria, le tende appese ai terrazzi, la polvere e le carte sparse sopra i ciuffi d’erba lungo la ferrovia. Quello che non si muoveva, rintronava. Così Olivia riusciva a sentire le vibrazioni farle il solletico nelle pieghe della piccola mano.

Il sibilo del treno invece le faceva sgranare gli occhi, rotondi e delicati. Dopo il sibilo si addormentava. La lasciavo nel suo lettino bianco, con i treni fuori dalla finestra, a farle compagnia.

Aprii la porta a Giò soltanto perché aveva bussato alle quattro e lo aveva fatto con quattro lievi tocchi delle nocche.

Teneva in mano un mazzo di rose bianche. Le mie preferite. Un profumo intenso invase il corridoio e mi feci di lato per farlo passare. Gli voltai le spalle e tornai verso la stanza di Olivia. Tornai a sedermi sulla sedia a dondolo dove per quasi cinque mesi l’avevo allattata. Le avevo donato il mio seno per farmi succhiare e divorare tutta, anche l’anima se avesse voluto. E’ questo che fanno le madri.

Giò andò a sistemare le rose nel vaso sopra al tavolino. Di lato il viso di Olivia ci guardava sorridente dal portafoto in plexiglass.

Olivia era nata con quattro nei in mezzo alla fronte. Chi diceva che era una croce, chi diceva che era un raro segno del destino e che doveva pur significare qualcosa. A me parevano solo quattro minuscoli puntini sopra la sua pelle lattea. Olivia era nata e Giò l’aveva accolta come fosse sua figlia. Al padre biologico per dirgli che aveva una figlia avrei dovuto scrivergli a Sollicciano. Una figlia non merita un padre assassino.

Anche se non pianificato, far fuori una guardia giurata durante una rapina a mano armata ti rende comunque un assassino.

Non avevo mai capito cosa spingesse Giò a prendersi la donna di un altro, per di più incinta. Se fosse amore o senso di protezione. Non stava fisso da noi, andava e veniva. Si sedeva a tenere in braccio Olivia quando dovevo sbrigare le cose di cui necessitava una casa, le cantava canzoni inventate sul momento, poi appena iniziava a piangere la riponeva subito nel suo lettino imbottito. Non era buono a calmarla. S’irrigidiva e metteva le mani sui fianchi come se avesse davanti un problema da risolvere. A volte si frugava nelle tasche, tirava fuori il telefono e poi diceva:-Devo scappare… ci si vede più tardi.

Quel pomeriggio mi venne vicino ad accarezzarmi le spalle. –Hai mangiato?, chiese.

Risposi di no con il capo. Le parole facevo fatica a buttarle fuori da quando Olivia non c’era più.

–Non c’è spiegazione, avevano detto in ospedale. –Accadono queste cose, purtroppo. E’ come fosse aria che manca o come se il cervello non comandasse più ai polmoni di respirare. Mi fornirono le loro spiegazioni ufficiali, mi congedarono con infinte condoglianze fino a che non spinsi Olivia nella terra, dentro a una bara bianca. La gente mormorava al mio passaggio, dicevano qualcosa, che non sentivo.

Olivia quella notte non aveva pianto. Lo avevo fatto io ogni giorno a seguire.

Mi era sembrato tutto un assurdo scherzo del destino. I suoi nei forse avevano ragione di essere, se il sonno l’aveva uccisa al quarto mese di vita, portandola via da me, da Giò e dai treni. Doveva averlo scritto qualcuno da qualche parte che il respiro dovesse mancarle e che io non fossi lì, pronta a donargli il mio.

Io ero tra le braccia di Giò. A cullarmi del suo di respiro e delle sue mani.

Non c’era luogo al mondo dove potessi avere pace, nemmeno da morta nei avrei avuta. Saperlo era la sola ragione per cui ero ancora viva.

Ogni cosa aveva un senso se si fondeva col quattro. Quattro treni di seguito voleva dire che il giorno seguente sarei morta uccisa da un’auto; quattro giri a piedi nel cortile mi riportavano al tempo in cui passeggiavo spingendo la carrozzina con Olivia dentro; quattro fette di pane, né una di più, nemmeno una in meno, o il pane non lo avrei mangiato. Giò mi disse che dovevo curarmi. Poi aggiunse che mi avrebbe lasciata se non avessi provato almeno a stare meglio. Quel giorno mi venne da vomitare, lì dove mi trovavo e nel mio vomito scrissi il nome di Olivia con un dito. Giò se andò. Qualche settimana prima del 4 luglio.

Giò aveva bussato alla porta che erano le quattro del pomeriggio. Non mi ero sbagliata.

A dirlo era stato l’orologio a parete e per questo lo avevo aperto.

Un segnale che avevo riconosciuto come centinaia di altri: un’ossessione-compulsione che mi privava di tutto a meno che non riconducesse al quattro; ricreavo quel numero ovunque: sulla porta di casa pulendomi le scarpe quattro volte, in bagno tirando lo scarico dell’acqua non una volta, ma quattro. In alcuni giorni meno, in altri di più. C’era la vita in quel numero.

-Non ero con lei…, dissi a Giò.

-Lo so, sappiamo come è andata, ma non devi dartene una colpa. E’ accaduto.

La voce di Giò era calma, la teneva bassa per non rendermi irascibile. Aveva portato le rose per lei.

-Ma che è accaduto quella notte Giò?

-Lo sai che è accaduto… niente di diverso. Abbiamo dormito, poi fatto l’amore, ridormito e al mattino Olivia non si svegliava.

-Sì, ma io quella notte non l’ho mai sentita piangere. Lei piangeva ogni tre ore… come è possibile che non l’ho sentita?

-E’ possibile…, come dire che è…

Giò sembrava non trovare la parola.

-…è?

-sprofondata!

Un treno in quel momento aveva lanciato uno stridere di freni sulle rotaie andando a coprire la parola “sprofondata” di Giò.

Quel mattino che tutto era accaduto mi ero svegliata con un sapore amaro in bocca, stupita nel notare che c’era già il sole nel cielo. Di solito mi strascicavo tra il corridoio e la camera di Olivia per nutrirla, con il sonno che mi traboccava dai pori e il latte che mi traboccava dai seni.

Sulla sedia gli abiti di Giò ripiegati con estrema cura, come piaceva metterli a lui. I pantaloni per ultimi sopra le altre cose, altrimenti c’era il rischio che si sgualcissero. I bicchieri dell’acqua che tenevamo sul comodino li aveva già lavati, avevo sentito lo scroscio dell’acqua nel bagno. Si era affacciato nella camera, coi capelli arruffati e un sorriso meraviglioso.

-Olivia? Avevo chiesto.

-Non so, adesso vado a vedere…, aveva risposto.

Non aveva fatto in tempo, lo avevo superato stringendolo nella parete del corridoio. Qualcosa mi mancava e non sapevo cosa. Mi mancava la quantità dei minuti in cui l’avevo toccata, mi mancava il ricordo di averla allattata di notte. Mi mancava. Olivia non si muoveva.

E’ inutile. Il tempo non è vero che aggiusta ogni cosa. Certi dolori li dilata, fino a coprire di un manto scuro il cielo, le strade, i tetti, le aiuole, i sottoscala, i lampioni, e non hai più bisogno di vestirti. Hai sempre addosso quella coperta pesante come il ferro.

-Vuoi dell’acqua?

Avevo sentito i passi di Giò sfilare fino alla cucina, il rubinetto dell’acqua scorrere. Ricordavo bene. Quella mattina aveva portato via lui i nostri bicchieri. Di solito ero io a farlo, tra una pausa e l’altra della nottata.

Mi ero decisa a bere, lui si era appoggiato al lettino di Olivia.

-Non toccarlo! Non lo faccio più nemmeno io, lo guardo e basta.

-Sì, ma devi deciderti a vivere, non puoi vegetare in questa stanza, cazzo… vuoi morire anche te?

Aveva afferrato il cuscino con le trine, quello dove ero sicura ci fossero ancora tracce dei capelli di Olivia. Lo aveva sventolato in aria, stretto tra le sue mani; ci aveva battuto con forza un pugno e lo aveva lasciato ricadere da oltre un metro di altezza sul materassino. Gli si erano contratti i muscoli del viso e la bocca pareva non avere più labbra, ma solo una fessura.

-Vuoi dormire anche tu come lei in eterno?

-Io non dormo… penso.

-Cos’è che non hai ancora pensato, si può sapere?

-Al perché quella notte non ho mai sentito piangere Olivia.

L’acqua aveva fatto il suo percorso in gola. L’avevo bevuta in quattro piccoli sorsi. Mi aveva dato la lucidità di guardare bene Giò in viso, di vedere la sua mania della perfezione anche in quell’occasione; dopo averlo scaraventato si era subito dato da fare a lisciare le trine del cuscino in modo che ricadessero leggere sopra al lenzuolo. Mi aveva mandato anche un tenero sorriso.

-Giò…

-Sì?

-Usciamo… voglio andare a vedere i treni. Mi porti?

Aveva sorriso.

Fuori l’aria era calda. La gente scendeva e saliva sui treni, chi andava e chi tornava. I visi erano di differenti forme e colori, il tempo si spostava in avanti volgendo alla sera anche quella giornata.

-Continuiamo a camminare, Giò, fino oltre la stazione. Seguiamo il binario 4.

-Se ti fa contenta…

-Mi fa stare bene… mi fa sentire più vicina a Olivia. Ti ricordi come rideva quando passavano i treni?

Avevamo lasciato la stazione alle spalle. Un marciapiede alto sembrava interrompersi per lasciare spazio solo ai binari e alle erbacce. –Fermiamoci qui…

Il treno al binario 4 arrivava ogni sera alle 20.05. Lo avevo scoperto nei quattro mesi di vita di Olivia.

20.02: Aveva bucato la curva. Ne vedevo il muso avanzare.

20.03: -Come mai Giò non ti riusciva di stare vicino a Olivia quando piangeva? Non ho sentito il pianto di Olivia perché tu me lo hai impedito. Che ci avevi messo nel bicchiere?

Giò si era irrigidito.

20.04: -Prima hai lavato i bicchieri. Dopo sei andato a vedere di lei… quando io te l’ho chiesto. Sei andato dopo da lei, non appena ti sei svegliato. Hai usato il suo cuscino. Per soffocarla.

Alle mie parole che ora uscivano come un torrente, Giò si era portato le mani sui fianchi. Si era fatto tutto d’un pezzo.

20.05: –Guarda Giò c’è un treno per te!

L’ultima cosa che avevo sentito erano i muscoli della sua schiena che si contraevano, nello sforzo di non perdere l’equilibrio.

La potenza dell’aria mossa dal rapido mi muoveva la pelle della faccia.

Fischiava veloce portandosi via i pensieri. Ero rimasta sugli ultimi metri del marciapiede, binario 4.

Da sola.

Giò stava sotto. Sparso sopra i binari.

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