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Una storia di StefaniaCastella

Ridammi gli occhi.

Ricordati di me

Pubblicato il 24 aprile 2018 in Storie d’amore

Tags: OrianaFallaci SolounaDonna

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Sia onesto e mi dica quanto mi manca, me lo merito io che dell’onestà ho fatto da sempre la mia bandiera. Sa, non ho mica paura di morire io, ne ho viste tante, e la morte l’ho avuta difronte tante volte. Non mi fa paura, morire infondo fa parte della vita. La vita non è altro che una condanna a morte è peggio molto peggio non essere. Questo mi ha sempre spaventata, non esistere.

So quando è cominciato tutto, so esattamente il luogo, il giorno, il momento in cui l’alieno nascosto in quella nuvola nera entrava dentro di me, l’ho avvertito subito dalla lingua nera, dal dolore lancinante al petto e qui dietro ai polmoni. Erano quei pozzi, centinaia che bruciavano che facevano di mezzogiorno mezzanotte. Quello era l’uomo, quella la sua opera, ha lasciato che l’alieno penetrasse nella mia carne, nelle mie ossa. Difronte a lui sono immobile e impotente come quando mi tenevano puntata la pistola alla tempia e mi costringevano a star immobile coi colpi che impazzavano intorno, ecco, come all’epoca, non posso opporre resistenza. Come quando ho visto i suoi occhi e quei baffi e quella faccia nemmeno tanto bella, solo semplicemente una calamita, che niente avrebbe potuto allontanare da me. Forse solo il gioco della vita, sì, certo, e dietro solo un uomo. Siam questo infondo solo uomini e mi ci metto anch’io che non mi piace distinguere in classi gli esseri umani, come sui giornali si distinguono le sezioni lo sport, la politica, il meteo. Sono uno scrittore infondo no? Lo sono stata sempre dentro. Ecco questo è il punto. E ora sono stanca a starmene seduta, ma vincerò questa stanchezza per il mio bimbo. Sta lì che aspetta paziente, ogni tanto lo tiro fuori dal cassetto lo tengo accanto, lo giro, lo rigiro, lo correggo, l’aiuto poi lo coccolo un po’, poi quando le forze vengono meno lo rimetto via. E te? Dimmi come avrei potuto metterti via com’avrei potuto metterti da parte? Te che eri oltre le domande, te non eri una scelta mia, eri la scelta di un’altra vita, eri nel grembo di un'altra madre, avresti sciolto ogni dubbio qualora ne avessi avuti ancora, ma poi? Che avremmo potuto fare io e te? Mi dai della vigliacca ora? No non potresti farlo, che c’è voluto del coraggio a voltarti le spalle e tu lo sai, Io che non ho mai voltato le spalle davanti a niente, indomita come il babbo mi aveva insegnata t’avrei alzata con le mie braccia e portata via. Lo potrei Giurare ma poi?

Ridammi gli occhiali e ridammi gli occhi, io a te, te l'ho lasciati addosso che eri piccina, minuscola e sola, con quei grossi occhiali in mano, sembravi ancor più mingherlina. Ridammeli per favore. Ridammi tutto indietro e torna dai tuoi compagni, dimmi come avrei potuto scegliere uno si un altro no, quella sì quell’altra la lascio lì in terra con le manine piccole e le vene gonfie, seduta al lercio di quel pavimento a mangiar come un animaletto con le mani, quei piccoli bocconi che le avrei strappato via per dire “Vieni via con me, venite tutti che questa non è vita che questa non è guerra, che non ci son giustificazioni che non fischiano le bombe, che non devi correre e ripararti eppure vorresti tanto riparare gli occhi e non vedere. Lo sai, lo so, che sarò il foglio bianco su cui gli altri scriveranno, lo sai, diranno “He l’Oriana aveva anche lei un cuore, proprio lei” ma io non voglio darmi in pasto a questo mondo più lercio di questo pavimento. Che ho sempre lottato per la libertà io e loro saranno liberi di dire quello che vogliono ma questo no, farmi passar per una donna monca non glielo permetto. Io non potevo tenerti con me. Come avremmo potuto fare te e io, correre via insieme e poi saltar sul primo aereo e poi insieme Istanbul Bangkok New York. E poi? Tutti i tuoi bisogni, quelli elementari, quelli normali che io ho messo da parte per altro come avrei potuto fare?. Avresti aspettato me seduta buona buona che finivo di pigiar sui tasti senza orari, senza distinguere il buio dalla luce senza bisogno di mangiare e bere. Mi avresti chiamata con un filo di voce e io di volta in volta avrei lasciato, mi sarei alzata per il bicchiere d’acqua, un pezzetto di pane. Come in una cella cos’altro t’avrei potuto dare io? Sognavi forse che avremmo potuto far la spesa insieme o che ti avrei aspettata sull’uscio della scuola parlando con gli altri genitori. Avrei chiesto di te alla maestra, sorridendo alle riunioni gentilmente. Credi? Oppure avrei mandato qualcun altro al posto mio e tutte le incombenze non sarebbero state mie. Allora ci saremmo godute solo lo smalto alle unghie da soffiarci sopra poi e poi avrei mosso l’aria per far volar il fumo, ogni volta che mi passavi accanto. Avrei tuffato il naso nei tuoi capelli sentito l’odore di te entrarmi nelle narici fino al cuore. Avrei aspettato di vederti chiudere le palpebre leggere, avvicinarsi tra loro le ciglia, lunghe, per scivolar via da quell’ abbraccio caldo e magari tornar dai miei bimbi a pigiare ancora e ancora, e dai che i tasti fan rumore allora ti saresti tirata su coi capelli scomposti, col pigiamino un poco maltrattato, ti saresti strofinata gli occhi e avresti detto “Mamma?” E io t’avrei risposto “Sono qui”. No questo non lo darò in pasto al mondo, no, non io che ho combattuto per la libertà e per gridare al posto delle donne, quelle ingabbiate coi loro orribili costumi che guardavano il mondo dalla fessura dei loro dittatori, Io no, questo no. Non avrei permesso al mondo di pensar solo un momento, che una donna è donna perché madre. No. E tu, m’avresti capita? Cosa t’avrei detto di tua madre, o di tuo padre, che era un eroe caduto per mano della guerra? Che la guerra eroi non ne ha perché la guerra è solo sporca e senza senso. T’avrei mentito, avrei detto che aveva gli occhi dolci e la testa dura, tuo padre, e la schiena dritta che non s’abbassava mai davanti a nulla che era un poeta che scriveva su minuscoli foglietti che tirava fuori dai pacchetti delle sigarette. Avresti desiderato due genitori normali? T’avrei detto aspettami, parto, non so se torno e quando torno. E ora cosa t’avrei raccontato dell’alieno, m’avresti vista smarrita spaventata più che andar in guerra. L’ avresti chiesto pure tu “Cos’è la vita?” o qualche altra domanda di quelle che si fanno da bambini, di quelle che ti restano, che non puoi cancellare e non saprai mai bene le risposte. Ed io non t’avrei mai lasciata senza guardarti e darti una risposta. Per me, per il mondo, per la libertà. Ma che m’avresti detto? Quel che dicono i bambini che “Non m’importa niente della libertà e del mondo, m’importa di te”. Adesso avresti tenuto la mia mano, forse la mia paura me la sarei tenuta chiusa dentro la mia valigia. Adesso in questo volo, forse saresti tornata con me. Questo è il mio ultimo, partivo da donna indomita che mi dicevan che ero matta che ero insopportabile. Ma anche che ero grande, e forse che ero l’unica. Partivo e ritornavo e il mondo ai piedi, ne ho attraversati di deserti dentro il cuore degli umani, sai cosa vuol dire non avere bisogni? Non aver bisogno di un bacio, di una carezza, di un bagno e di una doccia. Son lo stesso bisogno, bisogno d’esser vivi. Far finta che non ti serve null’altro che te, i tuoi occhi, la tua testa, le tue dita per scrivere. E' far finta.

Ridammi i miei occhiali per favore, lasciami andare.

Sento i passi sui sassolini e la voce della suorina dietro di me “La porta via?” Come si porta via un pacchetto. Ridammi gli occhi, me li porterò dietro infondo al viaggio. Ho insegnato alle donne a resistere che forse sono veramente tutte uguali dentro. Ora devo andare c’è un volo che m’aspetta, tira su le gambette da vecchietta e la schiena piegata dalla vita e guardami, io volo via anche per te, lo so, lo faccio anche per te. Anche…per te,

Oriana.

Saigon 1974.

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