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Una storia di DollyHaze

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Lettere d'amore: stanotte è troppo tardi

Pubblicato il 04 ottobre 2016

C’è stata anche una sera in cui ti ho aspettata all’angolo.

La nebbia era tanta, veniva dalle mie mani, e le tue ossa magre si contavano da lontano anche a guardarti vestita; avevi un basco rosso e ti muovevi, avanti e indietro, lungo la linea gialla, con quell’impazienza che, ricordo ancora, ti faceva venire mal di pancia.

Lasciavi dondolare la valigia di fianco alle tue ginocchia secche, lasciavi masticare all’ansia il tuo intestino e ti si consumavano le labbra a ritmo di piccoli morsi. Poi fu il sangue.

Rimasi all’angolo, a trasudare mille sigarette, ad immaginarmi il punto preciso in cui saresti sparita per non tornare, e guardandoti maceravo nella nauseante attesa a cui mi stava costringendo la mia vigliaccheria. Ogni tuo passo faceva un rumore più forte, il volume più alto sopra ogni annuncio di treni in arrivo e in partenza, sopra ogni sgradevole stridore: copriva le voci, le chiacchiere, le bestemmie, i ritorni, gli abbandoni, gli addii, le lacrime di chi andava al militare, delle famiglie che si disgregavano, e i comunissimi saluti che si radunavano e si sovrapponevano in quei molti metri quadri in ferro e cemento.

Addirittura un musico distratto (perché altro di lui non saprei dire, visto che interruppe maleducatamente la mia attesa) mi si parò davanti con il suo violino malandato, tentò di prendersi qualche spicciolo, ma io non ebbi tempo né modo di guardare le sue mani sporche e callose, che già ero lì ad aspettarti ancora e più forte. Non ti staccavo gli occhi di dosso, avevi messo il cappotto grigio, quello che ti ricalava pesante lungo i fianchi, che quando lo comprasti dicesti, avvolta nella tua nube di magia, “questo sì che è come stare a casa”. (Se ci penso oggi, con molta nostalgia, mi chiedo come feci a non trovare il coraggio in quel ricordo così nitido)

E cosa avrei potuto dire? Se anche una forza mi avesse spinto, se anche fossi balzato su, se mi fossi messo in piedi e ti avessi presa da dietro per una sorpresa? Ti avevo tradita un’altra volta, e con un’altra donna ancora, l’America era meravigliosa, ferma cent’anni, chiassosa e polverosa, e Princesa aveva un corpetto stracolmo di fiori. A Cuba fanno dei balli che tu non conosci, e io stavo guardando il mondo, in quel posto pieno di bicchieri e persone sole si danzava e si cantava così forte che il suono mi picchiava sulle tempie con una tentazione insistente, un bisogno impellente.

I fiori caddero tutti a terra. Erano rose rosse e fu il sangue.

Allora pian piano il sole si stancò; il mio piede non si fermò nemmeno un attimo. Credimi, oggi il rumore del tacco delle mie scarpe sul pavimento, è più forte ancora di quello dei tuoi passi lungo la linea. E’ un rimpianto incessante, perché non venni mai. E un rimorso infinito, perché distrussi tutto.

E quindi ti ho aspettata all’angolo finché non hai preso l’ultimo treno al tramonto. Oggi qui a ripensarci mi pare di non avere che tasche vuote e rabbia, per non aver guardato quelle mani sporche e callose che mi intimavano di correre. E’ il concepimento di un dolore quotidiano, quello di una fine insulsa, come lo smarrimento di quando mi hai detto “non ho mai avuto un basco rosso”.

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