scrivi

Una storia di Fiordaliso

0

Vite dal Sud del Mondo

Camerun

Pubblicato il 26 febbraio 2017

D'accordo, parliamone.

Avete ragione, dopotutto. Non li conoscete personalmente ma li vedete camminare, passeggiare come voi, sedersi sulle vostre panchine, entrare talvolta nei vostri stessi bar e supermercati. Quindi, benvenga: presentiamoli!

Giusto per farci quattro risate, sono un po' più alti di noi e un po' più magri, oserei dire "in forma", vestono normalmente jeans e magliette, scarpe di diversi tipi e usano tanta, tanta, tanta, tanta crema per il corpo, perchè altrimenti la loro pelle si secca e diventano bianchi!

Non li conosco tutti personalmente, quindi voglio iniziare, oggi, parlandovi dei miei amici, di come li ho conosciuti e di cosa sono diventati per me.

L'intento, sinceramente, è quello di presentare almeno qualcuno, dal mio punto di vista, per avviare un forse debole tentativo di comunicazione che però possa spingere verso qualche attività più concreta!

Vi presento, oggi, Cyrille, Georges, Patrick e Cristian.

Loro sono i miei amici Camerunensi: li ho incontrati quest'estate e col tempo, mischiando un po' di francese e inglese siamo diventati amici.

Abitano in una villa di via Settembrini, insieme a diversi altri fratelli, si annoiano un po' durante il giorno e la sera, più o meno da un paio di mesi, usciamo insieme e chiacchieriamo, spesso in realtà rimaniamo avvolti in un silenzio comune, un silenzio che ho imparato ad accettare come necessario, quando le parole non servono come riempitivi inutili.

I miei amici sono arrivati quasi un annetto fa e, devo ammetterlo, non li avevo mai incrociati per strada o forse, avendolo fatto, non avevo mai pensato di fermarmi a parlare con loro, perché li ho da subito considerati normali nel mio contesto cittadino.

Poi però il tempo è passato e ho capito che l'integrazione passa attraverso la consapevolezza della differenza e la sua accettazione. Ho capito che non è poi così scontato considerare "normale" qualcosa o qualcuno che effettivamente è nuovo! Non basta accettare silentemente, perché tutto possa cambiare: bisogna, o almeno questo è ciò di cui ho avuto bisogno io, avvicinarsi davvero, parlare, chiedere, soprattutto ascoltare e lasciare che il tempo faccia il resto. Ora non li considero più "normali" ma indispensabili, ora sono parte della mia vita e qualcuno è già parte dei miei ricordi, perchè ha scelto di non esserci più, di cambiare strada; sono in eterno movimento loro, persone che spesso decidono di cambiare rotta perchè non possono fermarsi dove il futuro sarebbe ancora troppo difficile.

Il giorno in cui ho conosciuto Cyrille ero uscita per comprare un biglietto d'auguri per un'amica e per scattare qualche foto in villa. Poi l'ho visto seduto su una panchina e mi sono avvicinata, forte del mio inglese. Gli ho chiesto se potessi sedermi accanto a lui; dopo un attimo di panico, perché mi ha risposto in francese, ho capito che mi invitava a sedermi!

Insomma, ora che è passato un po' di tempo, quando Georges mi dice che il Camerun è bilingue, io sorrido e penso che conosco 5 camerunensi, di cui 4 parlano solo francese e solo 1 fa del suo meglio per esprimersi in inglese, come spesso ripete: «I try all my best»!

Tornando a Cyrille, devo ringraziarlo davvero tantissimo, perché mi ha permesso di rispolverare il francese che avevo accantonato dopo le medie! Ha circa 35 anni, due figli davvero belli, lasciati in Camerun, dalla nonna, che lo aspettano perché lui, quando si è allontanato, ha detto a sua figlia che sarebbe tornato dopo aver comprato una bicicletta.

Cyrille, come la maggior parte degli ospiti di questa villa in via Settembrini e di quella in via Corsica, non ha viaggiato comodamente mentre attraversava il Sahara per arrivare in Libia. In Libia, Cyrille non si è divertito troppo, lavorando ai lavori forzati e vedendo alcuni amici morire sotto i suoi occhi per cure non ricevute (d'altronde sono neri, non meritano le cure di un bianco). E' stato proprio in Libia che Cyrille ha conosciuto Georges, Christian e Patrick, sulla spiaggia, aspettando la partenza. Insieme si sono imbarcati, stretti tra una marea di gente e insieme hanno affrontato una "cosa" che non riesco a chiamare "viaggio".

Georges è arrivato in Libia scappando da un destino comune di fame e corruzione politica e sociale e sperando, così, di aiutare la sua famiglia. Ha 28 anni; come Cyrille ha finito il liceo ma non ha continuato gli studi universitari, perché non poteva permettersi di pagare la retta.

In Libia è stato fatto schiavo, mi parla spesso di kalashnikov, di quelli che ha dovuto vedere accanto a sé, mentre veniva controllato. Mi ha raccontato della sua fuga, di come si è finto musulmano, lui cattolico convinto, perchè non lo uccidessero sulla strada per Tripoli. Mi ha raccontato di una preghiera in francese e delle lacrime mentre veniva salvato da un gommone che imbarcava acqua.

Cyrille dopo qualche tempo ha trovato un video in cui lo si vede ormai al sicuro e mi ha scritto, in francese "se mi vuoi bene, mi riconosci"; ammetto di averlo confuso, in quelle condizioni non era facile scovarlo, poi l'ho visto e ho riconosciuto i suoi gesti, il suo modo di parlare e di scuotere la testa quando lo disturbo troppo!

Christian, il Rasta, ha in Camerun una moglie dolcissima, l'ho salutata una volta, ed una bambina davvero piccola. Giocavamo spesso, in estate, a cercare le somiglianze e abbiamo concluso che la bimba è bella come la mamma, non come il papà; credo che lui sia ancora offeso per questo!

Christian è una persona forte, ama la musica, ama ballare e ha un animo leggero.

Loro sono i miei fratelli grandi, parliamo di tutto, di religione (cercano di convincermi della necessità di credere in un dio!), di scuola, di futuro, della Libia, del cibo.

Mi fanno sognare ogni volta che parlano di tutto ciò che per me ha assunto ormai i colori di un sogno mentre per loro è diventato un luogo di disperazione.

Patrick è invece il mio fratello più piccolo, ha 22 anni, ama il calcio ed ha più barba di Georges. Mi dice spesso di come in Libia abbia deciso di donare a Georges quel poco di barba che ora lui porta fieramente, ci ridiamo sempre sopra e poi torniamo seri. Patrick è un ragazzo timido dallo sguardo profondo. Gli occhi grandi (mi dice spesso, ridendo, che i miei sono troppo piccoli, poi guarda il mio naso appuntito e lo indica con sguardo malevolo!!) nascondono un segreto che probabilmente non è ancora pronto a svelare. Ha un fratello che gli somiglia davvero molto, anche lui gioca a calcio, e spesso mi fa vedere le sue foto. Patrick in questo momento è in camera sua con un piede un po' gonfio perchè, giocando a calcio, si è fatto male, e non riesce a camminare bene. Il calcio credo sia l'unico diversivo che i miei amici usano per non morire di noia.

Li capisco bene ma posso entrare nei loro panni fino ad un certo punto. Perché il mio vissuto non è come il loro. Li considero fratelli ma so di essere stata più fortunata di loro, perché non ho attraversato un mare in gommone, né un deserto, non mi sono mai vista così al limite da dover scegliere tra due tipi di morte.

Per questo motivo, perché sono consapevole delle nostre differenze, quel giorno mi sono avvicinata a Cyrille e con un francese stentato gli ho chiesto di continuare a vederci. Lo avrei aiutato in italiano e intanto io avrei imparato molto più di una lingua straniera.

La panchina sulla quale ho spiegato a Cyrille la coniugazione italiana è in villa, rivolta alle giostrine dei bambini. Lì, tra urla, schiamazzi e soprattutto tra sguardi di qualsiasi tipo ho conosciuto Cyrille e ho iniziato ad ascoltare la sua storia.

Dopo qualche giorno ho scoperto che una parrocchia avrebbe inserito alcuni "ospiti del centro di accoglienza" in una sorta di progetto volto all'integrazione. Volendo con tutta me stessa integrarmi in questo ambiente, una mattina ho conosciuto Georges, Christian e Patrick.

All'interno del salone della parrocchia erano seduti un po' in disparte mentre si iniziava ad organizzare l'oratorio estivo, che doveva durare due settimane. Mi sono presentata e, lo ammetto, mi vergognavo, perchè con Cyrille era facile parlare francese, ma temevo che con loro mi sarei bloccata, temevo di non essere chiara. Loro già sapevano di me, perché nella villa condividono la camera e si erano scambiati alcune informazioni.

Ciò che mi ha colpito subito in questi tre ragazzi seduti vicini sono stati i rasta lunghi di Christian, gli occhi spaventati di Georges e lo sguardo di Patrick.

Ricordo di aver offerto delle caramelle. Le tenevo sempre con me perché sapevo che piacevano a Cyrille! Mi hanno ringraziata e non abbiamo più parlato.

Con il tempo, conoscendoli, ho capito che ognuno di loro, ma questo vale nel mondo, ognuno di noi, ha bisogno di tempo. Ho capito che mi stavano studiando per sapere se potessero fidarsi di me, ho capito che avrei dovuto fare molto di più per entrare in contatto con loro.

Le prime domande che ho posto riguardavano la loro origine, le loro città e, in punta di piedi, ho chiesto delle loro famiglie. Spesso mi sono fermata e ho fatto marcia indietro quando vedevo i loro sguardi perdersi e ammutolirsi, ho capito che per parlare delle proprie ferite c'è bisogno di aspettare che queste si rimarginino un po'. Ho capito che alcune ferite non si possono rimarginare, ma la vita va avanti per tutti, davvero. Il tempo torna a scorrere e il vento continua a soffiare.

Dopo i primi giorni di oratorio le caramelle erano diventate un'abitudine e mi sono sorpresa quando hanno iniziato a chiedermele, se le dimenticavo in borsa!

Cyrille, Christian Georges e Patrick amano i bambini e sono dolcissimi. Ho il privilegio di conservare alcune foto e alcuni video che dimostrano il loro amore sconfinato e i loro sorrisi confusi tra le grida di un oratorio che poi è durato un mese, a dispetto di quanto si preannunciava.

Una foto bellissima ritrae Cyrille sorridente mentre ha in braccio una bambina bionda. In realtà questo è un nanosecondo di un momento di ballo. Cyrille sente la musica nell'anima, medicina comune. Il sorriso, gli occhi chiusi, il volteggio dei capelli della bimba, mi hanno parlato di un padre che ama i propri figli e che è arrivato qui, a Canosa, per poter dar loro qualcosa.

Ricordo, una mattina, la risposta che Georges ha dato quando gli è stato chiesto il motivo di quegli auricolari a mo' di collana, come fossero parte integrante dell'abbigliamento. Per dimenticare, per non pensare.

Ognuno di loro porta con sé una storia che definire "ingombrante" è un eufemismo.

Quando mia nonna mi raccontava di mio nonno, prigioniero di guerra in Africa, io pensavo che la guerra e l'Africa fossero due mondi lontani e abbandonati. Non c'è voluto molto per capire che mi sbagliavo, ma ci sono voluti una ventina d'anni per sperimentare una virgola di tutto ciò sulla mia pelle, attraverso gli occhi di queste persone e attraverso le loro parole.

Vorrei che li conosceste, che parlaste con loro, non solo perché effettivamente sia loro che voi ne abbiate bisogno, ma soprattutto perché è attraverso la parola che passa l'integrazione ed attraverso l'integrazione penso possa passare un certo miglioramento di vita.

Un giorno, con la Proloco, abbiamo organizzato una serie di giochi; doveva essere un primo tentativo di conoscenza tra le varie comunità presenti sul nostro territorio.

In questa occasione ho visto Christian ballare. In realtà lui non balla, lui vive la musica. Credo che abbia la capacità di ascoltare le note con ogni singolo millimetro della sua pelle. La musica sembra trapassarlo e rinascere sul suo corpo, mentre si muove ed entra in un mondo che pochi possono frequentare.

Non credo di poter capire veramente fino in fondo il loro dolore, il loro ricordo e neanche la felicità che pian piano si apre. Il mio è stato, all'epoca, solo un banale tentativo di dar loro il benvenuto, di offrire il mio aiuto, forse ingenuamente, senza sapere in assoluto di cosa avessero davvero bisogno.

Potevo offrire loro solo questo, la mia presenza e loro l'hanno accettata. Ora mi sento ancor più fortunata perché è la loro presenza nella mia vita che apre i miei orizzonti e mi guida verso una scoperta continua.

La loro pelle nera, il naso morbido e le labbra carnose sono le porte di una differenza vitale, per me.

Mi hanno detto che mi porteranno in Camerun con loro, quando torneranno per far visita alle loro famiglie. Da lì spero di poter scrivere altro e soprattutto so che continuerò ad imparare tanto.

Inizia a far sentire la tua voce attraverso le tue storie. Iscriviti, è gratis.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×

Ops, c'è stato un errore. Riprova più tardi.

×

Sicuro che sia questa l'email?

×

Email non valida

×