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Una storia di LuigiMaiello

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Intertwine Co pt 56:Racconta una storia per non dimenticarla

La soggettiva di Hardcore, il montaggio di Memento, le "parole in libertà" de la Casa di foglie, fino alla Electric Light Orchestra.

Pubblicato il 21 aprile 2016

"Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa, saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano."

Italo Calvino

Forse le storie, come diceva Paul Auster, capitano solo a chi le sa raccontare, oppure tutti abbiamo qualcosa da dire, ma non sempre c'è il modo, la voglia o il pubblico giusto per farlo?

Certo è che fin dagli albori l’uomo ha costruito il rapporto con i propri simili e con il mondo attraverso il dialogo e la narrazione.

Con il racconto l’uomo dà senso a tutto ciò che lo circonda, ma raccontare è anche un modo per ripensare le proprie esperienze e le proprie azioni ricostruendone il senso, in una continuo rimodellamento della propria identità. Raccontare assume così anche una funzione terapeutica:

In tutto ciò che si scrive, che sia realmente vissuto o sia solo fantasia, c’è in qualche modo una narrazione del proprio mondo, in fondo una “narrazione di sé” e questo significa che è possibile ripensare alla propria esperienza, ripercorrerla con il pensiero e con il linguaggio, coglierne i nessi, i contenuti più profondi che possono offrire senso al proprio esistere nel mondo e in relazione con gli altri.

Tratto da "Scrivo quindi mi intreccio. Il potere terapeutico della scrittura"

Da qualche giorno nelle sale cinematografiche è arrivato Hardcore Henry (Hardcore!), film di Ilya Naishuller, che, molto probabilmente, non passerà alla storia come un capolavoro del cinema, ma che ha una peculiarità dal punto di vista tecnico: è il primo film completamente girato in soggettiva, dalla prima all’ultima scena.

La soggettiva è una tecnica di ripresa cinematografica che consente allo spettatore di calarsi nei panni di un personaggio, permettendogli di vedere le cose con i propri occhi.

Come potete notare, le riprese sembrano trasportarci più all'interno di un videogame (Grand Theft Auto e Call of Duty?) che in un vero e proprio film, e questo soprattutto grazie all’utilizzo delle videocamere GoPro, ideali per realizzare il punto di vista soggettivo (e anche per un'ottima operazione di marketing).

Proprio l’uscita di Hardcore! ci offre lo spunto per un articolo un po' diverso, in cui più che alle trame e alle storie, daremo spazio al modo in cui esse sono raccontate.

Iniziamo subito con il film di questa settimana, che non è Hardcore!, bensì Memento di Christopher Nolan.

Intertwine Consiglia pt.56: "Racconta una storia per non dimenticarla"

“Le azioni hanno ancora un significato se si dimentica?”

Memento è l’imperativo del verbo difettivo latino "memini, isse" e può essere tradotto con "ricordati", ma “memento”, oltre che il titolo, è anche la parola chiave di questo film.

Il protagonista della storia è Leonard Shelby, affetto da una particolare forma di amnesia, che lascia intatti i vecchi ricordi, ma gli fa perdere tutti gli eventi accaduti da poco.

Leonard in pratica non ricorda niente di ciò che è accaduto quindici minuti prima.

Leonard: Ti ho mai parlato del mio disturbo?

Teddy: Solo ogni volta che ci vediamo!

Gli ultimi ricordi che ha il protagonista sono legati all’omicidio della moglie da parte da un uomo, che in quell’occasione gli ha dato anche una botta in testa, causando questa particolare forma di patologia.

"Non riesco a ricordarmi di dimenticarti.”

È proprio la ricerca dell'assassino della moglie a muovere i fili della storia, ma il protagonista vede la realtà continuamente resettata nella sua mente, per cui ricorre ad alcuni espedienti: scatta continue fotografie (Polaroid), fa registrazioni audio, scrive post-it e addirittura si fa dei tatuaggi per tenere a mente quello che dice e fa.

È il montaggio a dare senso al tutto.

Nolan, con Memento, mette in discussione il tradizionale linguaggio cinematografico e il film diventa interessante soprattutto per il modo in cui è raccontata la storia: scomposta in tanti pezzi come un puzzle, in cui tutti i tasselli vanno presi singolarmente, per poi ricomporre il tutto.

Questa opera unificatrice e di senso viene realizzata solo attraverso il montaggio.

"La memoria può cambiare la forma di una stanza, il colore di una macchina, i ricordi possono essere distorti, sono una nostra interpretazione, non sono la realtà! Sono irrilevanti rispetto ai fatti..."

Oltre a seguire l’indagine di Leonard lo spettatore si trova a dover ricomporre l’ordine cronologico della trama. Il film infatti “inizia con la fine” della storia.

La domanda che ci poniamo alla visione del film non è “come andrà a finire?”,

ma “quale sarà la verità?”, "come Leonard ricostruirà il puzzle?”

Le sequenze si susseguono in un ordine temporale del tutto particolare: due blocchi narrativi alternati, uno in bianco e nero che fa procedere il racconto, un altro a colori che porta lo spettatore indietro nel tempo, percorrendo a ritroso la narrazione.

"Tutti abbiamo bisogno di ricordi che ci rammentino chi siamo."

Ad un certo punto il protagonista parla con la moglie, che rilegge un libro che già conosce. All'obiezione di lui per il quale l'interesse della lettura consisterebbe nel sapere ciò che viene dopo, la donna oppone il suo punto di vista, facendosi portavoce del leitmotiv dell'intero film, che può apparire proprio come un libro sfogliato a caso.

La verità è che quello di Nolan è un cinema interattivo, in cui chi assiste non è meno protagonista di chi crea. Una fruizione del tutto passiva non è possibile, ma allo spettatore si chiede un ulteriore sforzo mentale per comprendere il tutto.

Forse:

“Noi tutti creiamo storie per proteggerci.”

Ma così già siamo nel libro di questa settimana: Casa di foglie.

Copertina di Casa di foglie.

Casa di foglie è il romanzo d'esordio di Mark Z. Danielewski ed è un libro davvero particolare, a partire dalla sua impaginazione, che richiama lo stile della letteratura ergodica, che obbliga a tratti a rigirare e/o ripiegare il testo.

“Ergodica” è una parola che deriva dal greco ergon che significa “lavoro” e hodos “percorso”: al lettore è richiesto infatti un intervento attivo, uno sforzo "fisico" nel vero senso della parola per fruire del contenuto.

Casa di foglie è un’opera stratificata, di 812 pagine, con importanti elementi “artistici”, propri di uno sperimentalismo che ricorda le parole in libertà e che Danielewski usa con grande disinvoltura.

Il lettore incontra pagine divise in colonne con dei riquadri entro cui proseguono note/narrazioni parallele, righe scritte sottosopra, ruotate di 90°, spezzettate sulla pagina, disposte al bordo dell’incollatura tra le pagine, immagini e molto altro ancora.

Contiene parecchie note, molte delle quali ne contengono a loro volta altre riferite a libri e studiosi, veri o presunti.

Tutto ciò apre davanti agli occhi del lettore tante interpretazioni possibili della casa e dei personaggi coinvolti nella vicenda.

In alcune pagine sono presenti solo poche parole, disposte in modo tale da riprodurre effetti grafici agorafobici o claustrofobici, in linea con il susseguirsi degli eventi narrati.

Altra importante caratteristica che distingue il romanzo è la presenza di molteplici narratori, i cui racconti si intrecciano ed interagiscono tra loro in modo molto elaborato e disorientante.

Casa di foglie è un libro-labirinto, a metà strada tra horror e thriller psicologico.

Johnny Truant è ossessionato da un manoscritto trovato nell'appartamento del vecchio Zampanò, morto da poco. Si tratta dell'analisi e della ricostruzione di un film documentario intitolato "The Navidson Record", in cui un famoso fotografo racconta della sua vita in una misteriosa casa di campagna.

Questa casa però ha una peculiarietà: alla fine di un corridoio c'è una porta, e fin qui nulla di strano, ma oltre quella porta non c’è una stanza, ma un corridoio buio seguito da altri corridoi con altre porte che conducono entro nuovi spazi provvisti di ulteriori corridoi.

Oltre la porta c’è un mondo, non una stanza.

È una casa più grande all'interno che all'esterno.

Il libro inizia con un messaggio chiaro:

“This is not for you”.

Perché questa è una storia che mette paura, che parla del buio, dei mostri in agguato nell'ombra, dell’oscurità, con tutti i significati consci e inconsci che comporta.

"Nessuno si abitua agli incubi".

Ma anche perché è un libro fuori commercio, praticamente introvabile.

Potreste recuperarlo solo in biblioteca oppure prenderlo usato.

Quanto è difficile uscire dalle convenzioni e dalle mode del momento?

Era durissimo, ad esempio, negli anni '70 fare del pop, perché tutti si davano alla musica impegnata, sotto forma di cantautorato o della (nascente) musica punk.

Nel 1977 però, un gruppo sceglie di andare controcorrente e realizza un doppio album dal successo planetario: l’Electric Light Orchestra (ELO) col disco Out Of The Blue.

In tutto 17 pezzi in cui il brano più famoso è Mr. Blue Sky, utilizzato in tantissimi spot pubblicitari, e oggetto di tante cover (la più recente è di Lily Allen), ma inserito anche nelle colonne sonore di film, videogiochi e serie Tv.

Copertina di Out Of The Blue.

Altri grandi successi sono i primi tre brani del disco, nell’ordine Turn to stone, It’s over e la famosissima Sweet Talkin' Woman, una hit che inizia con i violini e poi mischia sapientemente la disco, il funky e le parti vocali. Una commistione di generi in una sola canzone, che fa venire voglia di indossare il costume, e buttarsi sulla spiaggia più vicina a fare surf, per la somiglianza con le melodie dei Beastie Boys.

La ELO aveva il suo leader nel frontman Jeff Lynne, che successivamente ha avuto anche diverse collaborazioni con George Harrison e Ringo Starr.

Out Of The Blue è un disco che unisce sapientamente passato e futuro, un'unione tra "orchestra" e voci davvero unica, in cui almeno 10 delle 17 canzoni sono davvero belle.

Se avete letto attentamente l’articolo avrete notato che le storie (e una stessa storia) possono essere raccontate in tanti modi diversi.

Su Intertwine tutto ciò è realizzabile, perché potete creare storie singole o collaborative in modo innovativo e multimediale, potendo scegliere e mixare tra loro testi, immagini, foto, video e ... GIF.

“Intertwine” significa “intrecciare”.

L’intreccio è la combinazione di fatti e di eventi che compongono la trama di un racconto, ma “intrecciare” vuol dire anche allacciare e stringere relazioni.

Intertwine vuole porsi come un nuovo prodotto d’intrattenimento che unisca le caratteristiche classiche dei libri alla comunicazione digitale, ai social network e alla creatività di ognuno.

Ricordate:

"A volte le storie che non riusciamo a raccontare sono proprio le nostre, ma se una storia non viene raccontata diventa qualcos'altro, una storia dimenticata. Quando una storia viene raccontata, non può essere dimenticata, diventa qualcos'altro: il ricordo di chi eravamo, la speranza di ciò che possiamo diventare"

Cosa aspettate a provare tutte le possibilità offerte dalla nostra piattaforma?

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