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Una storia di Massimo.ferraris

Diario di un osservatore sbadato #2

La cucina, la fame e la voglia di gourmet

Pubblicato il 20 aprile 2018 in Humor

Tags: chef cucina fame ristorante

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La fame è una brutta bestia, ne sanno qualcosa le modelle e tutti quelli che per vivere vendono il proprio corpo (che detta così suona proprio brutto...), mentre per i comuni mortali che si dividono tra la voglia di far dieta, la palestra e le camminate fai da te, quello del cibo è un desiderio difficile da accantonare.

Siamo come mamma ci ha fatto, non possiamo pretendere di possedere un fisico scolpito se il nostro esercizio preferito è quello del sollevamento panini, nemmeno possiamo pensare di vivere d'aria. Tanto meno oggi, dove la mania per la cucina ha raggiunto il punto estremo. La tv è farcita di programmi (Prova del cuoco, Masterchef di ogni nazionalità, Bake off Italia, Inghilterra, Francia e via di seguito, ecc...) dove accanto a spazi riservati ai nutrizionisti che consigliano alla fine di mangiare poco di qualsiasi cosa, perchè in fondo tutto fa bene, si combattono gare all'ultimo ingrediente tra cuochi blasonati e semplici amatori. Tutto viene rigorosamente registrato e propinato nelle varie Raiplay, Sky on demand e filmati su Youtbe.

Ma da dove è nato tutto questo bombardamento mediatico, e perchè? Non voglio partire dalla scoperta del fuoco, elemento fondamentale alla preparazione dei cibi (forse inutile per i crudisti, ma questa è un'altra storia), nemmeno dalla scoperta egizia della lievitazione del pane; bypassiamo pure i romani, i greci, l'età medioevale e ci spostiamo fino agli anni sessanta del secolo scorso, dove tutto ebbe davvero inizio.

Il boom economico, l'invenzione degli elettrodomestici e la reperibilità degli alimenti ritenuti un lusso, che potevano essere conservati a lungo, hanno reso la cucina più curata e varia. La stessa emancipazione femminile, con famiglie in cui entrambi i genitori lavoravano, ha dato vita ad un nuovo concetto di preparazione degli alimenti, con ricette veloci e sfiziose.

Confesso di possedere in cantina, tra fumetti e libri d'epoca, una copia del Cucchiaio d'Argento, la prima e vera pubblicazione seria sull'argomento. Certo oggi fa ridere vedere le illustrazioni, ma vi assicuro che tante ricette moderne non discostano di molto. Quando si dice il ritorno all'antico...

E di antico comunque si tratta davvero, poichè la riscoperta delle ricette tradizionali regionali ha aperto veramente la strada alla voglia di nuovo. L'Italia, così ricca di prodotti, è di sicuro anche lo stato più culinariamente prolifico sulla faccia del pianeta. Olio, olive, formaggi, insaccati (slurp...) rendono la disponibilità così varia che è difficile non incontrare i gusti di qualsiasi persona.

L'evoluzione della qualità di vita ha avuto un notevole impatto pure sulla scelta; i già citati crudisti, i vegani, i fruttariani e i carnivori possono essere sicuri che un piatto tipico avrà la sua versione personalizzata. Tutto ciò è reso possibile da ditte specializzate sorte proprio in funzione del creare il gusto ad ogni costo (bello slogan, potrei venderlo...), che trasmettono le invenzioni in ristoranti tipici, ma anche alle semplice sagre di paese, che accanto al tradizionale panino con la porchetta, allineano piatti raffinati da nouvelle cousine.

Definizione magica questa, inventata agli inizi degli anni settanta da una elite di pensatori che finirono per formare lo status sociale degli chef. Parole d'ordine inventiva, semplicità e voglia di sorprendere. Una ricerca che non ha mai smesso di ampliarsi e che ancora oggi spinge gli chef (blasonati o meno) a creare vere e proprie alchimie in grado di stuzzicare e appagare i palati.

Devo confessarvi che nonostante tutto, la maggior parte delle volte che mi trovo a mangiare fuori vado alla ricerca di ristorantini con cucina casalinga, con menù che magari non sorprendono, ma che appagano la vista grazie alle generose porzioni. E poi chi lo dice che anche tra questi piatti non ci sia voglia di stupire?

Ma quando siamo a casa, specialmente nei giorni di festa, e il pigiama diventa la divisa della giornata, le ciabatte il mezzo per evitare di mettere il naso fuori dalla porta e la dispensa ha tutto il necessario per sopravvivere, allora è proprio lì che lo chef che è in noi spunta fuori. Mano al tablet, una rapida occhiata alla dispensa e via alla ricerca di un piatto diverso dalle solite lasagne o cotoletta e patatine; ci vuole un'idea vincente, che accontenti tutta la famiglia. La prima scelta cade sul blog "Fatto in casa da Benedetta", perchè se lo fa lei lo possiamo fare anche noi. Anche meglio, pensiamo, non sapendo che dietro al suo modo di cucinare ci sono anni di ricerche e prove. Le passiamo in rassegna tutte, fino a quando la scelta cade su una che pare soddisfare la casa. Ma nove volte su dieci mancano sempre un paio di ingredienti. Si eliminano, che male c'è, oppure si trovano alternative (mai cosa più sbagliata). Il lievito, ad esempio: perchè usare quello di birra, facendo riposare l'impasto un paio d'ore, mentre con quello chimico bastano un paio di rimescolate e subito in forno. Si, perchè nonostante abbiamo davanti tutta la giornata, abituati come siamo a fare le cose di fretta, non riusciamo proprio a trovare in noi la pazienza. Lo stesso accade con la pasta fresca, che può essere sostituita con quella in pacchetto, il ragù, pronto in un battibaleno nella pentola a pressione, e il pan di spagna, che tanto è inutile seguire la ricetta perchè lo sappiamo fare bene e presto. La crostata, mai di frutta, perchè i bambini storgono il naso e che diventa una ciotola di Nutella; la fonduta, che esige dosi ben precise di formaggi, ma che ci ostiniamo a cucinare mettendo in pentola tutti gli avanzi del frigo per poi ottenere un composto duro e grumoso che finiamo per lavorare con frullatore aggiungendo latte (il risultato è sempre disponibile nel sacchetto dei rifiuti biologici).

E poi mille altre cose che il facile entusiasmo tramuta in opere ciclopiche, facendo crollare le belle speranze e spingendo il capo famiglia a prendere la decisione di telefonare al caro e amato ristorante cinese per un pranzo (o cena) alternativo.

Due parole vanno spese per questi ristoranti etnici, nati grazie all'integrazione e che ci permettono di gustare in Italia piatti che distano da noi migliaia di chilometri e secoli di cultura. Quelli giapponesi e cinesi vanno per la maggiore, anche se in me c'è sempre stata una gran confusione su chi sia il vero detentore della creazione del sushi. Non me lo domando mai quando ci metto piede, e divoro quegli strani cibi inaffiandoli di salsa di soya.

Se questi vanno per la maggiore, non dimentichiamoci di altri dai piatti saporiti, come il messicano, il vietnamita, lo spagnolo e quelli che fanno un mix del meglio della cucina mondiale e ti propinano menù fusion ricchi di portate dai nomi per lo più sconosciuti e dagli ingredienti che letti tutti insieme fanno capire poco del risultato finale.

In fondo siamo italiani, curiosi certo, ma amanti di una cucina mediterranea a cui ricorriamo sempre dopo serate passate a fagocitare piatti etnici.

La pizza, e credo non sono il solo, è l'alimento per eccellenza, così ricco e vario, un pasto completo e un mezzo di aggregazione senza eguali, che accompagnata da una buona birra artigianale fa dimenticare ogni problema e ci porta là, dove nessun piatto ci ha mai portato prima. Buon appetito!

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